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Un Brasile senza più filosofi e sociologi?
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Il 26 aprile scorso, il presidente brasiliano Jair “Messias” Bolsonaro ha annunciato con un tweet la fine degli investimenti federali per le Facoltà di Filosofia e Sociologia, che saranno chiuse, garantendo solo il compimento dei percorsi in essere. D’ora in poi, sostiene, si dovrà studiare Veterinaria oppure Ingegneria, discipline che – secondo l’ex-capitano – generano un ritorno immediato per l’economia. All’annuncio in pochi si sono sorpresi; è la continuazione di uno scontro che in Brasile va avanti da quasi un secolo.

Si tratta di una battaglia che è contemporaneamente sull’educazione primaria e di massa in un Paese sottosviluppato di 209 milioni di abitanti; sulla formazione universitaria come luogo del pensiero critico e di ascensore sociale per le classi subalterne; sul ruolo e l'indirizzo della ricerca scientifica in un Paese capace da decenni di mandare satelliti nello spazio. È un conflitto che, nel contrapporre le scienze umane e sociali alle scienze dure, riproduce un dibattito globale più complesso, svilendolo per trasformarlo in guerra di religione. È una battaglia che, proprio nella grossolanità dei toni di Bolsonaro – che ha dichiarato che avrebbe usato il lanciafiamme contro Paulo Freire, uno dei più grandi pedagogisti al mondo, scomparso nel 1997 –, si definisce come questione democratica, che interroga le coscienze e il mondo accademico globale, come attesta una petizione dell’Università di Harvard firmata da migliaia di studiosi.

Nel Brasile governato oggi da chi si richiama anche sul piano educativo alla dittatura civico-militare (1964-1985), la cancellazione dei saperi filosofici e sociologici è quindi una questione di tenuta del regime democratico in sé. In una partita politicamente del tutto aperta, si sta già generando un florido movimento studentesco verso il quale Bolsonaro si è mostrato immediatamente comprensivo: "Una massa di utili idioti e di imbecilli, manovrati da un piccolo gruppo di potere che governa le università pubbliche".

La chiusura delle Facoltà di Filosofia e Sociologia, che hanno appena il 2% del totale degli studenti immatricolati, è anche cartina tornasole del disprezzo per il sistema educativo pubblico. Se il governo ha annunciato circa 7 miliardi di euro di tagli alla spesa pubblica, quasi la metà di questi colpiscono università e scuola. Due miliardi di euro corrisponderebbero a un taglio del 30% del bilancio delle 67 università pubbliche del Paese, che colpirebbe in particolare le borse di studio per i capaci e meritevoli privi di mezzi. Un colpo mortale specie per quelle istituzioni che, nell’interno del Paese, in Amazzonia e nel Nord Est, hanno un ruolo chiave nello sviluppo locale.

«L’educazione pubblica – secondo Bolsonaro – deve insegnare a leggere, scrivere e fare le quattro operazioni, per poter trovare un lavoro e generare un reddito per il benessere della propria famiglia. Spendere oltre significherebbe abusare del denaro dei contribuenti». Da liberale, il nuovo ministro dell’Educazione Abraham Weintraub, in carica da appena 15 giorni al momento dell’annuncio, ha puntualizzato che in Brasile si continuerà a studiare Filosofia: «Si potrà fare, ma con i propri soldi». Se Weintraub, Bragança il nome completo, è un raffinato giurista dell’Università di San Paolo, Bolsonaro ha fatto formare i figli – oggi entrambi parlamentari – dall’astrologo Olavo de Carvalho, un eccentrico ultra-conservatore che considera l’influenza di Antonio Gramsci come il vero male del Brasile attuale.

Proprio Olavo de Carvalho fu mentore di Ricardo Veléz Rodriguez, indicato ministro dell’Educazione il 1° gennaio, all’entrata in carica del governo. Fiero oppositore dell'uguaglianza di genere, colombiano di nascita, Vélez è il teorico della "Scuola senza partiti", alla base della filosofia educativa del bolsonarismo. I sostenitori della "Scuola senza partiti", per lo più fanatici evangelici, sono quelli che nel 2017 a San Paolo tentarono di linciare la filosofa Judith Butler. Ritengono che, in un sistema educativo descritto come dominato dalla sinistra, dall'ideologia di genere, che riconosce la parità tra uomo e donna (sic) e il rispetto delle differenze, questo debba essere completamente depoliticizzato, sanzionando e licenziando i docenti “non neutri”. Vélez Rodriguez, uomo della cosiddetta bancada evangelica, lobby decisiva nell’elezione di Bolsonaro, è durato poco, tre mesi e nove giorni. Per Bolsonaro gli «è mancato polso». Lo ha liquidato e sostituito con Weintraub, finora mossosi come un treno.

Per capire di più è necessario il contesto storico regionale. Nel XX secolo, la grande tradizione delle scienze umane e sociali latinoamericane è sempre associata ai processi d’inclusione delle masse, quindi alla sinistra, e avversata dalle destre conservatrici. Dal Cepal di Raúl Prebisch (Commissione economica delle Nazioni Unite per l'America Latina e i Caraibi), fin dagli anni Cinquanta l’intera impalcatura delle riflessioni su sviluppo e sottosviluppo si basava sul dialogo tra economia e scienze umane e sociali. L’influenza, a volte solo presunta, di queste ultime sulle società latinoamericane è perfino proverbiale: gli antropologi messicani, i sociologi brasiliani, gli psicoanalisti argentini. Con João Goulart – rovesciato dal golpe civico-militare del ‘64 – lavorava la mente eccelsa di Celso Furtado, economista keynesiano e studioso del sottosviluppo, emerso proprio dalla scuola cepalina di Prebisch. Ministro dell’educazione era l’antropologo Darcy Ribeiro, studioso insigne del mondo indigeno amazzonico, fondatore e primo rettore dell’Università di Brasilia.

Il già ricordato Paulo Freire era teorico dell’educazione come strumento di emancipazione tramite lo sviluppo della coscienza critica, attraverso il dialogo (il suo La pedagogia dell’oppresso è del 1968, scritto in esilio in Cile, pubblicato anteriormente in spagnolo e in inglese a Santiago e Harvard, mentre la prima edizione in portoghese è del 1974). Pur senza un ruolo politico, ideò i programmi di alfabetizzazione di massa ed era molto ascoltato dal governo di Jango Goulart. Col golpe, Freire fu arrestato, torturato per mesi e costretto all’esilio. Scomparso nel 1997, proclamato nel 2012 “Patrono dell’educazione brasiliana”, icona della sinistra e della chiesa cattolica conciliare, che in Brasile si declinò come Teologia della Liberazione, è tutt’ora una figura intellettuale troppo influente per essere ignorato. Sarebbe stato proprio in riferimento a Freire che Bolsonaro nel 2016 affermò che «l’errore della dittatura fu che torturò senza ammazzare [falso peraltro, ndr]».

A quest’università integratrice e trasformatrice della società, incentrata sulle scienze umane e sociali, se ne contrapponeva e se ne contrappone un’altra. Anche Luis Antonio Gama e Silva, ministro della Giustizia e dell’Educazione della dittatura, era un raffinato giurista, esattamente come Weintraub. Come rettore dell’Università di San Paolo aveva vergato personalmente la lista nera dei docenti universitari da perseguitare. Allora come oggi in America Latina l’università pubblica e di massa era il luogo da normalizzare, non solo per la rilevanza dei movimenti studenteschi, ma per la sua essenza di produzione intellettuale, ricerca, critica. Ai due estremi geografici della Regione: fu all’Università del Cile che rastrellarono Víctor Jara per avviarlo al martirio l’11 settembre 1973, ed erano soprattutto studenti e docenti dell’Unam le vittime del grande massacro di Tlatelolco, il 2 ottobre del 1968, a Città del Messico. Edson Luís de Lima Souto, 18 anni, era uno studente tra i tanti, matricola all’Università di Río, quando fu assassinato da quella dittatura che Bolsonaro continua a difendere.

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