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Una nuova legge sull’educazione civica
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Il 2 maggio la Camera ha approvato con il consenso dei partiti di governo e di opposizione, caso strano di questi tempi, un disegno di legge sull’introduzione dell’insegnamento di educazione civica in ogni ordine di scuola. Ora il testo è passato al Senato, ma non dovrebbero esserci dubbi sulla sua conversione in legge.

In verità, sulla carta, l’educazione civica c’era già nel nostro ordinamento scolastico, agganciata all’insegnamento della storia. Ma di fatto era un capitolo finale dei libri di testo di storia (forse non di tutti) e veniva trattata solo se vi erano docenti particolarmente motivati a farlo. C’erano stati già in passato diversi tentativi di reintrodurla in modo organico. Rimasti sulla carta. Chissà se questa sarà la volta buona?

Alcuni segnali sono di buon auspicio. Primo segnale: non sarà una materia a sé stante con un proprio statuto disciplinare, un corpo di docenti specialisti, un proprio spazio riservato nell’orario settimanale. Sarà un insegnamento trasversale che dovrebbe coinvolgere tutti gli insegnanti di una classe, ognuno dei quali cederà un pezzetto delle sue ore di lezioni al fine di comporre il monte di (almeno) 33 ore lungo l’anno scolastico. Il monte ore annuale è fissato per i prossimi due anni, dopo si vedrà. Per ogni classe è previsto semplicemente un coordinatore.

Secondo segnale. Il ministero elaborerà delle linee guida, non dei “programmi” nel senso tradizionale del termine, nelle quali saranno indicati gli obiettivi. Per ora si suggeriscono alcune tematiche, partendo dagli ordinamenti costituzionali e dell’Unione europea, passando per le autonomie, l’attivazione delle famiglie, la partecipazione sociale. Si aggiungono poi l’educazione ambientale, alla salute, al rispetto del patrimonio naturale e culturale. Insomma, tematiche abbastanza scontate e sicuramente di tutto e di più rispetto alle forze e alle risorse disponibili. La lente di ingrandimento viene messa soltanto su un tema: la cittadinanza digitale, le competenze per navigare nel web, il cyberbullismo e come difendere la propria reputazione in Rete. Affiora anche, ma in modo discreto, una voglia di patria, sia nazionale, sia regionale e locale. È prevista inoltre la costituzione di un Albo delle buone pratiche e anche di una Consulta presso il Miur sulle problematiche dei giovani e degli adolescenti digitali.

Terzo segnale. Si auspica il coinvolgimento dei comuni, del volontariato, del Terzo settore, i quali dovrebbero collaborare con le scuole in modo che l’educazione civica non sia qualcosa che avviene solo nella scuola, ma coinvolga la comunità circostante.

Quarto segnale. Sarà un insegnamento esteso a ogni ordine di scuola, da quella per l’infanzia alle medie superiori, quindi sul piano della didattica dovrà essere articolato a seconda dell’età. È vero che nel caso delle superiori dovrà essere affidato agli insegnanti di economia e diritto (dove questa materia compare), ma questo non dovrebbe comportare una dominanza di queste due discipline che oggi sono pensate prevalentemente in funzione degli sbocchi professionali degli studenti degli istituti tecnici. L’insegnamento dell’educazione civica non sembra pensato nella prospettiva dell’estensione dell’economia e del diritto in tutte le scuola.

In sintesi, il testo della legge è sufficientemente generico da lasciare ampio spazio all’iniziativa degli insegnanti nel momento dell’applicazione e sicuramente c’è una quota consistente di insegnanti disponibili ad accogliere l’invito. L’operazione è prevista a costo zero: nessuna ora di lezione in più, nessun insegnante in più, nessuna indennità in più, neppure come rimborso spese. E questo, a parte le ragioni di bilancio, può voler dire che l’educazione civica è responsabilità comunque di tutti coloro che operano nella scuola, che fa parte dei loro doveri professionali. È però previsto, dal 2020 in poi, uno stanziamento di 4 milioni di euro per la formazione degli insegnanti, anche se non è indicato chi dovrà occuparsene.

Mi lascia perplesso, invece, la norma che prevede un voto per l’educazione civica come se fosse una materia come tutte le altre. L’idea è che senza voto gli studenti non la prendono sul serio, un’idea che sotto sotto è dettata dalla sfiducia nei giovani che si lascerebbero motivare solo dalla promessa di un premio o dalla minaccia di una punizione. Sono d’accordo sull’obbligo di frequenza, ma sul voto si potrebbe tranquillamente soprassedere.

L’aspetto che credo veramente qualificante di questa legge è l’aver implicitamente rinunciato a un approccio disciplinare per l’educazione civica. Che alcune “nozioni” siano indispensabili è fuori discussione. Alla Costituzione della Repubblica bisogna fare costantemente riferimento, ma l’educazione civica non può fermarsi all’esegesi di un testo che passa sopra le teste (e i cuori) degli studenti senza lasciare traccia. La Costituzione fissa le regole per prendere delle decisioni vincolanti per tutti su materie per definizione oggetto di conflitti tra opinioni diverse e interessi divergenti. In questa prospettiva, l’educazione civica coincide con l’educazione politica, serve per non limitarsi ad applaudire i gladiatori che si affrontano nei talk show televisivi, ma a imparare a farsi le proprie idee, ad argomentarle e ad ascoltare quelle degli altri, in un quadro di confronto civile.

Per concludere, di educazione civica nella scuola si è parlato spesso e si è fatto poco. Agganciata all’insegnamento di storia, l’educazione civica non ha sviluppato una propria cultura e tradizione disciplinare. Oggi è forse soltanto nell’ambito dell’insegnamento della religione che trova spazio una riflessione sui temi della convivenza civile. Questa assenza alla fine si può rivelare un vantaggio, perché l’educazione alla cittadinanza riguarda tutti gli insegnanti e forse anche il personale non docente, nonché le famiglie che talvolta educano, ma anche dis-educano a vivere civilmente. Non si tratta di trasmettere solo un sapere, ma di far nascere una consapevolezza della necessità di gestire le regole della convivenza.

Il discorso sarebbe lungo. Qui mi limito a una proposta: dedicare una mezza giornata ogni mese (cioè, 3-4 ore nove o dieci volte all’anno, grosso modo le 33 ore previste dalla legge) a discutere un tema in classe suggerito dagli studenti o dagli insegnanti su qualcosa che è successo nella scuola, nella comunità o nel mondo nelle settimane precedenti e sul quale sembra importante che ci si faccia un’idea. Una finestra attraverso la quale fare entrare il mondo nella scuola. Se gli studenti capiscono che la scuola serve per leggere la realtà, non ci sarà bisogno del voto per motivarli (anche a studiare).

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