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Davvero CasaPound dà voce al disagio delle periferie?
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  • Identità italiana

Pur non condividendo quello che fa, come lo fa e gli obiettivi che ha, molti accettano passivamente l’idea che l’estrema destra dia voce al disagio delle periferie italiane. Intorno a questa interpretazione si coagulano molti dei discorsi su CasaPound, anche nella sinistra più critica e radicale. Abbandonate da partiti e istituzioni, le periferie sarebbero intrinsecamente razziste e rancorose e offrirebbero alle destre neofasciste opportunità di reclutamento, rappresentanza e azione collettiva. Ma è proprio così? Davvero CasaPound dà voce al disagio delle periferie?

I fatti di Casal Bruciato, a Roma, ci offrono lo spunto per rispondere con una certa precisione a questo quesito.

La mattina di lunedì 6 maggio, una trentina di militanti di CasaPound Italia organizza un presidio nel quartiere romano di Casal Bruciato per protestare contro l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom. Sulla base della graduatoria di assegnazione delle case popolari, ne hanno diritto. Ma per CasaPound quella casa spetta di diritto solo agli “italiani”, e dunque il presidio diventa un’ottima occasione per parlare con gli altri residenti del palazzo, per aizzarli contro i nuovi arrivati. Si mettono davanti alla porta e non permettono ai rom di uscire dalla casa in cui sono arrivati da poche ore, costringendo le forze dell’ordine a intervenire per proteggerli e scortarli. Approfittando del clamore mediatico, il giorno successivo CasaPound si presenta con altri militanti e mette in piedi un gazebo con materiale informativo e bandiere. Per almeno tre giorni, quel presidio non autorizzato sarà tollerato dalla polizia, che si limiterà a formare dei cordoni permettendo agli abitanti di accedere allo stabile, tra spintoni e insulti. L’apice si raggiunge martedì quando, all’ora di pranzo, la mamma rom con la figlia piccola deve rientrare a casa dopo aver fatto la spesa. Adesso ci sono telecamere e telefonini. Si vede la polizia che negozia con CasaPound, che discute, e che alla fine è costretta a forzare il passaggio per arrivare alla porta dello stabile. I giornali mettono online le immagini di alcuni militanti che insultano la famiglia rom, minacciandola anche di morte. A pochi metri dalla madre e dalla bimba, una persona – che indossa un giubbotto con il simbolo degli ZetaZeroAlfa e di CasaPound – minaccia di stupro la donna e sua figlia, che si chiudono nel palazzo atterrite, terrorizzate. Il giorno successivo, metà dei membri della famiglia torneranno nel campo in cui vivevano, mentre l’altra metà resterà nell’appartamento. In una casa senza allacciamenti elettrici, mobili e arredi, e ancora circondata da un presidio di CasaPound.

Questi fatti seguono un copione già visto. Si tratta del terzo episodio simile: prima a Torre Maura il 3 aprile contro l’ingresso in un centro di accoglienza di 77 rom a cui erano stati regolarmente assegnati i posti. In seguito ancora a Casal Bruciato, l’8 aprile, quando l’assegnazione di una casa popolare provoca un primo presidio di CasaPound e ancora paura e minacce, costringendo i rom a tornare nel campo da cui provenivano, senza che nessuna soluzione alternativa fosse loro proposta dalle istituzioni. In tutti questi casi, i presidi non sono autorizzati, eppure vengono tollerati. La polizia non è mai intervenuta con la forza per allontanarli e consentire agli assegnatari di godere del diritto acquisito. Al contrario, in più occasioni la polizia è intervenuta per difendere CasaPound da contromanifestazioni e proteste. I militanti di CasaPound se ne vanno solo quando i rom abbandonano i luoghi in cui avrebbero diritto di abitare.

Come si è visto in queste settimane, i presidi “anti-rom” coinvolgono un numero limitato di persone, quasi tutti militanti di CasaPound, pochissimi abitanti del quartiere. A Casal Bruciato, un piccolo gruppo di cittadini si è unito a tratti al presidio di CasaPound, solo dopo l’organizzazione del presidio. Nell’insieme non si tratta di manifestazioni spontanee, né di grandi sollevazioni popolari. Gli abitanti del caseggiato che non sono d’accordo con i manifestanti non si esprimono: hanno paura. E quando si mobilitano lo fanno semmai in chiave solidale: il dialogo di Simone con un militante di CasaPund a Torre Maura è diventato virale, e non a caso. A Torrenova, il 4 maggio, a fronte del solito presidio contro l’arrivo di una mamma con quattro bambine, i genitori e le maestre della scuola frequentata dalle bimbe, insieme al sindacato di inquilini Asia Usb e ai Blocchi precari metropolitani, hanno preparato un calendario di turni notturni per non lasciare mai sola la famiglia. E anche a Casal Bruciato sono tanti i cittadini e le organizzazioni che sono venuti a protestare contro “l’invasione” di “fascisti non del quartiere”. Insomma, non si tratta di periferie esasperate e sature di problemi,  in cui gli “immigrati” o gli “zingari” sono la goccia che farebbe traboccare il vaso. Al contrario, spesso le periferie ospitano forme di resistenza collettiva alla propaganda e alla mobilitazione delle estreme destre.

Nel caso descritto, come nelle altre due situazioni a cui abbiamo accennato più rapidamente, CasaPound ha manifestato contro l’assegnazione di una prestazione di Welfare a chi ne ha diritto. L’organizzazione di estrema destra concentra le sue azioni sui rom perché sono gli stranieri per antonomasia, che siano o meno cittadini italiani. I rom sono considerati diversi per natura e per cultura, estranei sia alla comunità nazionale sia alle società locali, pericolosi, indegni. E sono la minoranza etnica verso cui si registra più ostilità in Italia. Quelle famiglie sono state prese di mira solo ed esclusivamente per ragioni di appartenenza etnica. Non si tratta di una reazione a comportamenti antecedenti di questa famiglia, ma di un pregiudizio razzista che associa i rom alla criminalità e al “degrado” a cui CasaPound risponde con azioni sociali altamente mediatizzate, che mettano in scena la presenza dell’estrema destra nei quartieri. Utilizzano la paura nei confronti dei rom per dare l’idea di essere una destra di ‘strada’ e di ‘popolo’, agli antipodi della politica di palazzo e di élite, e del suo cosmopolitismo borghese.

Nell’attivismo di CasaPound non si può distinguere il fare dal comunicare. La sua efficacia deriva da un repertorio – ormai consolidato – comunicativo ed emotivo. Come suggerisce uno studio recente, la strategia politica di CasaPound si fonda non soltanto su incentivi di tipo identitario legati alle sottoculture di estrema destra, ma soprattutto sulla conoscenza dei meccanismi di produzione dell’informazione che permettono solo ad alcuni fatti di diventare notizie, in una concezione interamente mediatica del confronto politico. In questa interpretazione, azioni eclatanti, polarizzazione dei punti di vista e un messaggio semplificato indirizzato tanto ai giornalisti quanto ai residenti garantiscono la notiziabilità e quindi la visibilità di un gruppo come CasaPound. Per attori emergenti come CasaPound, infatti, la visibilità nei media rappresenta una risorsa fondamentale per ottenere rilevanza politica. La svolta elettorale del gruppo – che partecipa sempre più spesso alle elezioni, a dispetto dell’iniziale propensione movimentista – ha infatti prodotto finora risultati particolarmente deludenti, sul piano sia nazionale sia locale. Le scelte strategiche di mobilitazione di CasaPound rispondono quindi oggi principalmente a logiche di visibilità mediatica, attraverso un attento lavoro di equilibrio tra pratiche conflittuali, da una parte, e tentativi di legittimazione elettorale, dall’altra.

A fronte di un apparato comunicativo e simbolico che sottolinea il lavoro, l’impegno e la presenza dei “fascisti del terzo millennio” nelle periferie delle grandi città, infatti, il repertorio di azione del gruppo propone una serie di rovesciamenti semiotici che ne certificano la natura principalmente mediatica. Non a caso, da questo punto di vista, l’escalation di protesta delle ultime settimane coincide con il tentativo “entrista” al salone di Torino, in un corto circuito tra una CasaPound che discrimina i rom e una CasaPound che si vuole discriminata dall'élite culturale del Salone del libro. Così come non sembra casuale che la promozione di un’immagine protestataria di CasaPound nelle periferie si associ a una campagna elettorale per le europee dai tratti fortemente formali, o che ai video degli insulti di Casal Bruciato faccia seguito il rinnovamento dell’interfaccia del sito dell’organizzazione.

La radicalizzazione dello scontro politico rappresenta così non tanto uno strumento espressivo legato ai temi dell’agenda di CasaPound, quanto una scelta strategica funzionale ad attivare contro-mobilitazioni e reazioni da parte di altri attori politici e sociali. Se la semplificazione dei problemi politici in categorie oppositive dicotomiche è un tratto distintivo di tutta l’ideologia di estrema destra, CasaPound sembra consapevole delle logiche di riconoscibilità e di marketing in un mercato della comunicazione sempre più affollato. Lo testimoniano l’incessante ricerca di polemiche e dibattiti con avversari politici più o meno diretti, attraverso la nozione del superamento dell’antifascismo, e la costruzione di una contrapposizione tra la tolleranza ‘buonista’ dell’élite dei palazzi e l’intolleranza “genuina” del popolo della strada. Da una parte, attraverso la violenza contro i rom, CasaPound promuove il proprio profilo radicale: concentrandosi sulla minoranza senza voce d’Europa, spera di attivare le tensioni interne al political mainstream, troppo spesso incline ad accettare l’idea di un “problema” legato ai presunti comportamenti dei rom invece che alla loro discriminazione. Dall’altra, attraverso la promozione di attività culturali, CasaPound sostiene il proprio profilo democratico, cercando di mettere in evidenza le contraddizioni del fronte avversario, come testimoniato dai cortei separati del 25 aprile e dalle reazioni alla questione di Torino.

I movimenti neofascisti come CasaPound rappresentano quindi l’espressione del rancore delle periferie? Ebbene no. Se è vero che le estreme destre tentano di  muoversi nelle periferie, promuovendo raccolte alimentari e sostituendosi “a chi dovrebbe difendere i cittadini”, CasaPound non esprime né rappresenta un malessere sociale. Lo crea semmai, dentro una strategia di azione tutta finalizzata alla comunicazione pubblica. Inasprisce i conflitti, invece di procedere a mediazioni virtuose così importanti per affrontare i problemi nei quartieri marginali, o a forme di azione sociale diretta efficaci in termini di solidarietà e di soddisfazione di bisogni materiali e di riconoscimento.

Le azioni di CasaPound sono invece esclusivamente ‘mediageniche’: sono pensate, organizzate e sviluppate principalmente in funzione della loro copertura e trasmissione nei mezzi di comunicazione. Il loro risultato, ne consegue, non si misura dall’effetto concreto nel contesto in cui intervengono, ma dal loro impatto sull’immagine pubblica e la reputazione di chi li compie. In primo luogo, CasaPound spinge agli estremi la conversazione su un tema (nel nostro caso i sistemi di assegnazione delle case popolari). Lo fa con espressioni e atti che, poiché estremi, diventano visibili nella sfera pubblica, e ridefiniscono i limiti del campo discorsivo. Lo spingono sempre più verso il margine (gli studiosi parlano di fringe effects), dove si giustifica l’odio razzista e l’azione violenta, si celebra il comportamento discriminatorio e si spinge a imitarlo.

In secondo luogo, nonostante la scarsa capacità di rappresentanza e l’incapacità di promuovere soluzioni reali e pragmatiche ai problemi della città, finisce per accreditarsi e muoversi al centro del political mainstream. CasaPound cavalca pregiudizi razzisti e la paura della globalizzazione sfruttando l’ambiguità dei partiti tradizionali su temi sensibili come l’immigrazione e il declino di valori antifascisti condivisi. Malgrado le polemiche degli ultimi giorni, i militanti di CasaPound continuano a poter tenere il proprio gazebo, liberi di insultare quella madre e di renderle la vita un inferno, confermando che lo Stato italiano tollera la discriminazione su base etnica nelle periferie delle nostre città.

Appena dieci giorni fa l’immagine di CasaPound risultava sporcata dalla cronaca di due militanti che non solo hanno stordito e violentato brutalmente una donna, ma hanno anche condiviso nelle chat dell'organizzazione le immagini, con il chiaro obiettivo di acquisire reputazione ed essere apprezzati dai loro camerati sulla base di atti di stupro. Le azioni mediageniche di questi ultimi giorni hanno spostato l’attenzione del discorso pubblico verso dei terreni (estremi) che CasaPound controlla bene, e su cui ha una strategia di lungo periodo; riaccreditando l’idea di un’organizzazione radicata in periferia che ne esprime e rappresenta il malessere. Non sono le periferie a cercare CasaPound, è CasaPound che rincorre le periferie.

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