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Dal numero 2/19
Che cosa manca a Roma
rubrica
  • Identità italiana

(Racconta Alberto Angela che nella notte precedente al 15 marzo del 44 a.C. a Roma c’era stato vento forte: cadevano tegole, alberi, vasi, cornicioni. Forse per questo la moglie di Cesare aveva sognato che il tetto della casa le cadeva addosso. Per gli storici dell’epoca quel sogno era un presagio di quanto sarebbe accaduto il mattino dopo; per noi, la prova che a Roma nulla cambia: dalle Idi di marzo in poi, i problemi sono sempre gli stessi: quando c’è vento gli alberi cadono.)

Se oggi mi domando «che cosa non va a Roma», non penso alla metro inadeguata, alla spazzatura ingovernabile, ai bus che vanno a fuoco, e nemmeno alle buche. Questi sono dettagli. Il problema vero è che oggi a Roma mancano seriamente due cose, più una terza, di cui dirò più avanti e che per il momento vorrei chiamare «il sogno». Le prime due cose che mancano, dunque, sono: la narrazione (termine abusato ma che rende l’idea) e la politica.

Non sono sempre mancate, anzi. Per molti anni ci sono state entrambe, a volte assieme, altre separatamente. Con Walter Veltroni sindaco, anni 2001-2008, la narrazione volava altissima, l’ufficio stampa del Campidoglio era – si diceva – superiore a quello della Casa Bianca, come numero di addetti ed efficienza. Erano gli anni in cui la città brillava davvero come Caput Mundi. Ma non tutto era splendido. Roma, nell’era Veltroni, era sporca quasi come lo è oggi, tanto che il sindaco riceveva puntualmente dossier fotografici che lamentavano lo stato della città; esattamente come accadeva sia ai suoi predecessori, da Rutelli a Petroselli (sindaco amatissimo, ancorché viterbese, Petroselli usava dire a sua discolpa: «Roma non è sporca, sono i romani che la insozzano»), sia ai suoi successori, da Alemanno alla Raggi, passando per la meteora Marino.

La differenza è che ai tempi di Veltroni della monnezza non si parlava granché (forse anche per la mancanza di testimonianze via social), preferendo, giustamente, puntare l’attenzione sulla crescita vertiginosa del Pil della capitale (salito fino a superare quello milanese), sui musei aperti fino a tarda sera (mentre a Parigi chiudevano inesorabilmente alle 17), sui grandi concerti all’aperto gratuiti (Elton John al Colosseo, De Gregori a Villa Borghese), sull’Auditorium progettato da Renzo Piano, luogo d’incanto e di cultura. Destò quindi scalpore, e anche parecchio fastidio, la lettera di un amico e collaboratore di Veltroni, il manager Chicco Testa, pubblicata sull’«Unità», che denunciava, appunto, la sozzeria dilagante. Ma passò in fretta, e si tornò a magnificare gli splendori della capitale veltroniana.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 2/19, pp. 215-222, è acquistabile qui]

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