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Sintomi morbosi
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Tra gli instant book che è possibile sopravvivano a una primavera che ha portato la pila sul comodino oltre i livelli di guardia, c’è senza dubbio Sintomi morbosi (Garzanti), di Donald Sassoon. Si tratta di un saggio scritto per riflettere sulla crisi politica, economica e culturale vissuta dall’Occidente e in particolar modo dalle socialdemocrazie europee. Se il soggetto è a rischio usura, il vantaggio competitivo del volume è nel suo autore e nello stile scelto per arrivare a un pubblico più ampio. Stiamo parlando di uno storico britannico molto noto anche in Italia, che per una volta rinuncia al «metodo» e si abbandona ai piaceri dell’opinione: «Questo libro – avverte Sasson – non vuole essere “equilibrato”. Non è un libro di storia. È una polemica ispirata dalla storia».

Ieri e oggi si mischiano sin dalle prime battute, in un affresco che unisce i puntini del nostro presente a un passato più che prossimo, che solo oggi comincia a storicizzarsi. Senza rinunciare ai nobili strumenti del suo mestiere – primi fra tutti il rimando alle fonti e la precisione della cronologia – Sassoon rende fruibile una ricostruzione di parte delle origini della crisi – del Welfare State, dei partiti tradizionali, dell’egemonia americana e dell’europeismo – saltando con disinvoltura da un lato all’altro del mappamondo e ancorando i suoi collegamenti alla memoria domestica di un generico lettore contemporaneo, verso il cui immaginario l’autore dimostra una sensibilità non comune agli studiosi di professione.

Dopo aver spiegato la scelta del titolo, preso in prestito da un passaggio del terzo Quaderno dal carcere di Antonio Gramsci (1930) – «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati» – e dopo aver precisato numeri alla mano che in Occidente vi sono «abbondanti sintomi morbosi, ma altrove è assai peggio», Sassoon passa in rassegna i segni dell’avanzata della xenofobia nei Paesi europei: dalle spiagge di Nizza agli «orangutan» di Calderoli, senza trascurare fatti di cronaca meno noti ma estremamente emblematici, provenienti da paesi balcanici candidati all’Ue come la Macedonia e l’Albania. L’autore insiste sul fatto che sebbene la recrudescenza del razzismo sia parallela all’espansione dei movimenti migratori globali, non sempre si registra una quantificabile corrispondenza diretta tra questi due fenomeni: ad esempio in Ungheria il 72% della popolazione esprime un’opinione negativa sui musulmani, ma questi sono lo 0,1% della popolazione; in Finlandia un partito euroscettico di estrema destra continua a crescere, sebbene tutti gli indicatori di benessere, sicurezza e libertà lo descrivano come paese più felice del mondo. La crescita della xenofobia in Europa è dunque dovuta a una molteplicità di cause (globalizzazione, deindustrializzazione, invecchiamento della popolazione, abdicazione dello Stato sociale) e di percezioni delle cause; la novità inquietante rispetto agli anni Trenta del secolo scorso risiederebbe nel fatto che l’estrema destra di oggi non sfida la democrazia convenzionalmente definita, al contrario «poggia su una certa forma di legittimità democratica».

Fatte queste premesse, nel volume ci si concentra sulle responsabilità politiche, picchiando a destra – per aver indetto il referendum su Brexit al solo fine di risolvere questioni interne al suo partito, a David Cameron è assegnata la palma di politico peggiore di tutti i tempi e di tutte le latitudini – ma soprattutto a sinistra, o sulla sedicente tale. Sassoon ne ha per tutti: a cominciare da J.F. Kennedy, il cui dilettantismo in politica estera è messo in originale continuità con il fenomeno Donald Trump – secondo lo storico il problema della potenza egemone è strutturale, perché «la maggior parte dei presidenti americani non ha la minima esperienza di politica estera» – fino ad arrivare al premio Nobel per la pace Obama che, ricorda l’autore, «nel solo 2016 ha scaricato almeno 26.172 bombe su sette Paesi musulmani: Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia e Pakistan». Non meno severo il giudizio sulla sinistra europea abbagliata dalla «Terza via» blairiana: «Nel 1997 i partiti socialdemocratici e laburisti erano al potere in undici dei quindici Stati membri dell’Unione Europea. Poco più di vent’anni dopo, questi partiti sono al governo (a stento) in un pugno di paesi non molto rilevanti». Com’è potuto accadere? La tesi non è nuova, ed è riassumibile nella parola austerity. Secondo Sassoon, in un contesto di globalizzazione in cui i perdenti rischiano di perdere troppo, «la lotta contro le disuguaglianze avrebbe potuto essere un’ovvia carta da giocare da parte della socialdemocrazia. Invece i partiti di quest’area hanno optato per ciò che ritenevano fosse una cautela: assecondare la dominante ideologia filomercato». Si innesta su questa considerazione la dettagliata ricostruzione del fenomeno Corbyn, un leader da sempre nel mirino della stampa «liberal-radicale» – definita da Sassoon «prigioniera della propria ideologia antisinistra» – e che secondo l’autore è riuscito a scalare un partito a lui ostile senza aver proposto nulla di più di «quella che un tempo sarebbe stata vista come una versione moderata di socialdemocrazia».

All’interno di questo impianto, e al netto della sua dichiarata parzialità – giusto per fare un esempio, agli indecifrabili tentennamenti di Corbyn in tema di Brexit l’autore accenna appena, perché quelle tessere del mosaico sono meno funzionali alle sue tesi – gli spunti interessanti sono disseminati un po’ ovunque, e il loro peso sul filo della narrazione dipende in buona parte dalla sensibilità del singolo lettore. A me personalmente ha colpito l’esile presenza del Movimento 5 Stelle nei passaggi dedicati all’Italia – interessante il fatto che  il partito di Casaleggio venga definito «euroscettico e antimmigrazione» senza troppi bizantinismi –, mentre ho constatato con dispiacere (ma senza stupore) come anche un’analisi siffatta, sensibile alle relazioni internazionali, alle dimensioni globali dei problemi e all’urgenza di un’Europa sociale, di fatto collochi la battaglia socialdemocratica all’interno della sfera dello Stato-nazione, derubricando la prospettiva federale dell’integrazione europea a un discorso politico per indorare la pillola del funzionalismo economico. In altre parole, Sassoon non crede che l’odierna Unione europea possa porsi a fondamento di un’Europa sociale: quanto questo suo pensiero sia debitore a un pregiudizio storico della sinistra europea (non per forza socialdemocratica), che sembra naturalmente portata a sottostimare la politicizzazione e la democratizzazione delle comunità economiche create dai «moderati» del dopoguerra, è un’autocritica che a differenza di altre l’autore non getta sul tavolo.

Ciò ammesso, le selezioni operate da Sassoon non sono al servizio della semplificazione, e il pessimismo di un testo più forte nella pars destruens non abbandonano il lettore alla retorica del declino; al contrario, l’empatia che si instaura tra il Noi leggente e la complessità di un passato reso finalmente divulgativo, tra quello che vediamo tutti i giorni con i nostri occhi e l’altro ieri che abbiamo visto ma che al tempo dello svolgimento non avevamo compreso, è al cuore del potere persuasivo e potenzialmente mobilitante del volume. Con l’intelligenza narrativa degna di un romanziere (o forse di un politico?), Sassoon abolisce la distanza tra fatti storici e vissuti privati sin dal Prologo, dove esplicita le sue origini. Ripassiamo così che l’autore nasce «ebreo in Egitto con passaporto inglese» e vive gli anni della scolarizzazione tra Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti. Sin da piccolo egli nota che da un Paese all’altro «le tabelline erano le stesse», ma per la maestra di Parigi Vercingetorige era un eroe, per la maestra di Milano uno dei tanti barbari schiacciati dalla civilizzazione romana. Sintomi morbosi è dunque, anche, il lascito d’opinione di un colto osservatore a tutto campo: un «cittadino di nessun luogo», per usare un’etichetta sprezzante coniata da Theresa May e ripresa nel libro. La voce che sferza gli esponenti delle socialdemocrazie europee e del mondo liberal americano – colpevoli, pensa l’autore, di aver preparato l’avanzata dei sovranismi – proviene da un’angolazione privilegiata, da un’élite culturale biograficamente immune alle sirene dei nazionalismi. Forte della sua fortuna quella voce denuncia un fatto difficilmente confutabile: «Quello che oggi è “internazionale”, o sempre più internazionale, non è la “razza umana”, ma il mercato globalizzato».

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