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Un Def preoccupante
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Bisogna riconoscere che il Def presenta numeri veritieri. E non era affatto scontato, vista la comunicazione pubblica del governo improntata all’ottimismo a oltranza. Anzi, ci si sarebbe potuto aspettare la scelta di sfidare i mercati e l’Europa con stime di crescita ben più alte, dell’ordine di 0,5/0,6%.

Qualche settimana fa, infatti, il bivio si presentava così: o si racconta la verità al Paese e si pubblicano dati di crescita nulli, oppure si continua a raccontare la favola che la crescita è comunque buona nonostante il rallentamento europeo (0,5/0,6%, appunto). La differenza tra le due strategie non era tanto quella che dire la verità avrebbe certificato la recessione e quindi avrebbe evitato la manovra correttiva, mentre dire il falso avrebbe costretto la Commissione ad agire (la Commissione in scadenza probabilmente non avrebbe imposto nessuna correzione in entrambi i casi); la differenza vera è che dicendo la verità sui conti pubblici si compra la tranquillità dei mercati almeno fino all’estate, mentre dicendo il falso si sarebbe rischiata un’improvvisa accelerazione dello spread prima delle elezioni.

Bene così. Il merito di aver preso risolutamente la strada della verità sui conti va probabilmente ascritto al ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria.

Dopo essere stato umiliato con la scena del balcone da Di Maio, che festeggiava il deficit al 2,4% (mentre Tria si era impegnato con l’Europa e gli investitori per l’1,6% fino al giorno prima); dopo essere stato minacciato cento volte di licenziamento – in ultimo pochi giorni fa, in occasione del diverbio sul decreto di ristoro dei risparmiatori truffati dalle banche (sul quale ancora una volta aveva ragione Tria, non si può fare in violazione delle regole europee) – alla fine Tria ha imposto i numeri veri nel Def.

Tre sono sostanzialmente le tabelle fondamentali: la tabella del quadro macroeconomico di sintesi (tendenziale e programmatico); la tabella delle stime di impatto delle misure principali (quest’anno il reddito di cittadinanza e quota 100); la tabella del programma nazionale di riforma diviso per aree di intervento (lavoro e pensioni, sostegno alle imprese, capitale umano e innovazione ecc.).

In sintesi, la prima tabella pubblica una crescita 2019 dello 0,1% tendenziale e solo dello 0,2% programmatico, quindi si ammette che la legge di bilancio appena varata avrà effetto nullo sulla crescita. Un’ammissione di sconfitta non da poco, se si ricorda che solo nel 2017 si cresceva all'1,5%, 15 volte tanto, e gli effetti delle misure di politica economica erano ben visibili. 

La seconda tabella è onesta anche sugli effetti del reddito di cittadinanza e di quota 100. In particolare si ammette che quota 100 produce crescita zero e una diminuzione di -0,3% dell'occupazione (quindi si confessa la totale assenza della sbandierata sostituzione tra giovani e anziani).

Nella discussione generale si sottolineano due punti ovvi ma sempre negati dal governo: si ammette che gli investimenti determinano la crescita (peccato che siano stati tagliati del 30% quando è stato ridotto il deficit dal 2,4 al 2); si ammette che lo spread ha effetto negativo sulla crescita (peccato averlo fatto salire fino a 250 punti, e ancora è stabile lì e da maggio 2018 riduce aspettative di consumatori e imprese)

Il governo confessa anche che il decreto crescita e il decreto sblocca-cantieri, che ancora non sono approvati, produrranno solo 0,1% di crescita (dovrebbe essere ovvio che un decreto operativo a metà anno non può avere effetti miracolosi, ma anche questa è una novità nella comunicazione del governo).

Il Def è meno onesto sul debito che sale nel 2019 (gravissimo averlo fatto salire negando finora l'evidenza), ma scende nel 2020-21. Peccato che non sia detto esplicitamente che scende soltanto perché si incorpora già l'aumento automatico dell'Iva; se invece fossero cancellate la clausole di aumento dell'Iva come promesso (al costo di 23 miliardi nel 2020 e 29 miliardi nel 2021), il debito salirebbe eccome, e di quasi 1%. 

Infine, la tabella del programma nazionale di riforma candidamente ammette uno sbilanciamento totale a favore delle misure per il lavoro (che poi è il non-lavoro del reddito di cittadinanza) e pensioni: maggiori spese per 90 miliardi in tre anni. Del tutto sproporzionato, se confrontate con le briciole che rimangono per le altre aree di intervento: per fare un esempio, le spese addizionali previste per capitale umano e innovazione nei prossimi 3 anni saranno poco più di 2 miliardi.

Il tema più scottante sono le coperture. I dettagli di 18 miliardi di privatizzazioni non sono specificati e c'è un dibattito surreale tra l'introduzione della flat tax a fronte o meno dell'aumento dell'Iva. Tipica tecnica di distrazione: l’aumento dell'Iva serve già adesso a bocce ferme per evitare l’aumento del debito, non serve per pagare la flat tax.

Il timore è che facciano la campagna elettorale delle elezioni europee promettendo una flat tax impossibile. Il trucco gli è già riuscito alle elezioni nazionali: hanno promesso una flat tax per tutti e poi hanno fatto una riduzione limitata a una platea di 400 mila lavoratori autonomi. Non vorrei che gli italiani cadessero in un secondo tranello: la promessa di una insostenibile flat tax per il reddito famigliare sotto i 50 mila euro. Insostenibile per i conti pubblici ma anche per il buon senso. Vorrebbe dire avere due redditi imponibili: famigliare sotto i 50 mila e individuale sopra i 50 mila. Praticamente come montare un motore sopra un cavallo.

Altro che flat tax; ricordiamoci invece che il Fondo monetario internazionale prevede un debito al 138% in pochi anni e suggerisce già da ora la reintroduzione dell'Imu sulla prima casa. Per evitarlo bisogna rimediare subito agli errori di questa legge di bilancio: va cancellata quota 100 (sostituita con scivoli limitati ai lavoratori gravosi e agli anziani disoccupati, licenziati o invalidi) e corretto il Reddito di cittadinanza per renderlo una vera misura di lotta alla povertà. In questo senso bisogna dare atto che in questi termini, seri e impopolari, solo il presidente di Assolombarda Bonomi ha avuto finora il coraggio di dirlo.

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