Rivista il mulino

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Dal numero 2/12
In nome del popolo sovrano?
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È ancora vicina nella nostra memoria la grande crisi del Ventinove. Ma gli economisti non sembrano d’accordo sugli insegnamenti di politica economica da trarre dalla crisi di allora per intervenire su quella odierna. Quanto alle vicende politiche contemporanee a quella crisi non se ne parla molto. Si ricordi come quelli fossero anni in cui molte delle democrazie europee, in una forma o nell’altra, stavano capitolando di fronte a regimi di tipo totalitario; in cui negli Stati Uniti le riforme di Roosevelt erano viste da molti come un primo passo verso una trasformazione di regime; e in cui nel pensiero politico, anche di Paesi pur rimasti democratici, il tramonto della democrazia era diventato un tema all’ordine del giorno. Nel dopoguerra il trionfo della democrazia sembrò non lasciare più dubbi, ma pochi rifletterono sulla circostanza che il trionfo era stato nient’altro se non il frutto di una vittoria bellica.

I cosiddetti anni d’oro del trentennio post-bellico instaurarono quell’ordine fordista-keynesiano-welfarista che sembrò rendere accettabile, entro certi limiti, una cornice politica democratica agli Stati che erano usciti dalla guerra. Furono trent’anni di benessere e di relativi successi, soprattutto considerando il confronto quotidiano, in termini di consenso popolare, che la guerra fredda obbligava a porre in atto con l’Unione Sovietica. In seguito, essenzialmente per le difficoltà generate dai rapporti monetari internazionali, per la conseguente globalizzazione e per la stessa disfatta ideologica e organizzativa dell’avversario sovietico si imboccò una strada che portò a politiche economiche neo-liberiste. Tra le varie conseguenze ci fu il capovolgimento di quella marcia delle società industriali avanzate che dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento, pur se assai lenta, era sembrata in grado di attenuare la povertà e di diminuire le disuguaglianze sociali. Durante gli ultimi quarant’anni, invece, i maggiori Paesi democratici hanno visto aprirsi livelli di disparità tra classi agiate e classi medio-basse quali non si conoscevano ormai da generazioni, e che hanno finito per coincidere con crisi economiche in cui siamo tuttora coinvolti.

Il regime politico entro il quale si sono sviluppate tali vicende economiche è stato quello della democrazia; e anche questa si dice che sia in crisi. C’è un rapporto fra le due crisi? E se sì, quale ne può essere il fondamento? Un luogo comune sostiene che democrazia rappresentativa e capitalismo sono nati appoggiandosi l’uno all’altra. Ma questo è vero solo in parte. Si cita la libertà di impresa sul mercato: la quale però è apparsa storicamente prima di quella libertà di voto con cui molti – a torto, si vedrà – tendono a caratterizzare il regime liberal-democratico; e che dura anche quando i regimi democratici cedono il passo a regimi totalitari o quando questi emergono anche dove non esistono tradizioni democratiche.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 2/12, pp. 201-216, è acquistabile qui]

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