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Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa
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Si è conclusa ieri a Verona la tre giorni del controverso World Congress of Families (Wcf), organizzato dall’International Organization for the Family in collaborazione col Comune di Verona, la National Organization for Marriage e buona parte delle associazioni che dal 2013 compongono quella che Sara Garbagnoli e Massimo Prearo hanno definito nel loro omonimo libro la “crociata antigender” (Kaplan, 2018). Come nei Family Days, la cosiddetta "famiglia naturale" è stata la protagonista del convegno scaligero che ha visto convergere rappresentanti di organizzazioni pro-life, docenti, medici, giornalisti, politici e religiosi (per lo più cristiani) provenienti da tutto il mondo, con l’obiettivo di “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”.

Già in questa definizione, tratta dal sito ufficiale del Congresso, si ravvisa una strategia discorsiva abilmente utilizzata. “Ogni volta che viene usata l’espressione ‘famiglia naturale’, un antropologo muore fra atroci sofferenze”, diceva nel 2016 Vevuska Alovna in un post su Facebook divenuto in breve tempo virale, sintetizzando così l’insensatezza di tale espressione per chi studia i legami di parentela e della famiglia da una prospettiva antropologica e storica. Parlare di "famiglia naturale" (spesso "in difesa della" o "contro gli attacchi alla") ha avuto un discreto successo, e non solo in Italia, nel mobilitare le persone contro il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbtiq e contro le iniziative di educazione al genere condotte nelle scuole.

Se da un punto di vista scientifico la famiglia naturale non esiste, i promotori del Congresso ne hanno dato una definizione molto precisa: la famiglia – quella vera, quella “bella”, citando il vescovo di Verona – è composta da una mamma, un papà, dei figli. E nonostante il plurale contenuto nel nome stesso del Congresso, l’unica famiglia degna di questo nome è solo quella "naturale". Tutte le altre sono una minaccia e rappresentano ciò da cui la famiglia "vera" deve difendersi.

In effetti, parte integrante della strategia discorsiva non è soltanto l'uso del sintagma "famiglia naturale", ma un ammodernamento delle espressioni che pare coprire il conservatorismo delle posizioni. In perfetta linea, se vogliamo, con gli slogan di alcune associazioni antiabortiste che hanno recentemente fatto propri vocaboli e temi con una origine assai lontana (si pensi alla campagna "L'aborto è la prima causa di femminicidio del mondo" di CitizenGo dell'anno scorso).

Il Congresso ha immediatamente suscitato accese polemiche non solo per la presenza di relatori che sostengono, ammantandole di “verità scientifica”, posizioni inaccettabili (fra cui la criminalizzazione e patologizzazione della omo/transessualità), ma anche per l’endorsement politico che l’iniziativa ha ottenuto. Oltre ad alcuni parlamentari principalmente afferenti a partiti di destra, hanno partecipato in qualità di relatori ben tre ministri del governo italiano (Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell'Interno, Lorenzo Fontana, ministro per la Famiglia e le Disabilità – il cui Dicastero ha anche patrocinato l’evento – e Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca). L’evento si è configurato sin dall’inizio come essenzialmente politico. Della volontà di orientare le politiche il movimento non ha, del resto, mai fatto mistero.

La controreazione della comunità accademica, di una parte della politica e dell’associazionismo femminista e Lgbtiq non si è fatta attendere. L'associazione Non Una di Meno ha organizzato nella stessa Verona tre giorni di controiniziative e una manifestazione a cui sabato scorso hanno aderito migliaia di persone (30 mila per la questura, 150 mila per l'organizzazione): opposizione, sindacati, società civile e cittadinanza. Un corteo colorato e ironico, che ha visto sfilare cantando e suonando con una moltitudine di cartelli satirici e bandiere arcobaleno, donne e uomini, famiglie e singoli, giovani e meno giovani, arrivati con treni e pullman da tutta Italia.

Ma il Congresso ha polarizzato forze politiche e associazioni non solo in strada, ma anche sul web e nei commenti sui social networks. Se in molti riconoscono nel WFC una piattaforma per la propaganda di istanze oscurantiste, misogine e omofobiche, altri lo sostengono con forza. Altri ancora lo vedono come uno spazio in cui alcuni gruppi danno legittimamente voce alla propria opinione, e con toni intrisi di saudade per il passato, si sono chiesti che male ci fosse nel fatto che alcuni gruppi proponessero una certa idea di famiglia. In fondo, hanno anche ragione: la società è sempre più individualista e le famiglie si disgregano, non hanno forse diritto a proporre la loro visione?

Queste domande lasciano trapelare, tuttavia, una conoscenza approssimativa delle realtà che hanno promosso il Congresso, delle posizioni dei relatori invitati e della loro effettiva agenda. La retorica che ha accompagnato la promozione del Wcf ne ha, infatti, oscurato i veri principii, l'ideologia e la finalità. Che non è, appunto, solo quella di celebrare la famiglia "naturale". Si tratta di delegittimare tutte le altre. Il modo in cui i promotori hanno presentato nel loro sito le tematiche affrontate ("la donna nella storia", "salute e dignità della donna", per citarne alcuni) potrebbero far apparire – a  una platea nuova al tema – i contenuti del simposio tutto sommato condivisibili e le contestazioni al Congresso incomprensibili. Come le analisi e ricostruzioni di studiosi hanno rivelato negli ultimi anni, tuttavia, una certa terminologia non è affatto neutra, né tantomeno innocua. L’uso di "donna" al singolare è rivelatorio di una elisione di tutte quelle differenze che fanno delle donne una categoria fondamentalmente plurale. Quando viene evocata la "dignità della donna", si parla del suo ruolo primario di madre e chi lotta per i suoi diritti – soprattutto quelli riproduttivi – fa violenza alla sua dignità. Confondendo identità e uguaglianza, i promotori del Congresso da anni sostengono che uomini e donne sono "complementari", non uguali e che le disuguaglianze – non le differenze – fra uomini e donne nella società sono "naturali". Persino l’espressione "diritti dei bambini" viene utilizzata nella sua esclusiva e opinabile accezione di “ogni bambino ha diritto a una mamma e a un papà”. Inoltre, come chi si occupa di educazione al genere ha imparato negli ultimi anni, il movimento antigender ha usato questa espressione come cavallo di Troia per sindacare i contenuti dei curricola della scuola pubblica.

Se prima del Wcf i politici che vi hanno preso parte avevano sostenuto che i diritti, in particolare quelli delle donne, non sarebbero stati messi in discussione dalla kermesse, le dichiarazioni di alcuni dei promotori durante l’evento li hanno smentiti e costretto alcuni di loro a prendere le distanze da quelle che – di fatto – sono le istanze core di un movimento la cui natura transnazionale si è peraltro resa evidente a Verona: no 194 (la scelta del gadget di un feto che recita “L’aborto ferma un cuore che batte” non poteva essere più esplicita), no divorzio, no unioni civili.

Ma forse, proprio in virtù della maggiore visibilità che l’endorsement di parte del governo ha assicurato al Congresso, l’agenda del movimento è oggi – forse – meno opaca. Per chi da anni segue le azioni e il discorso del movimento “antigender”, il Wcf  ha costituito un’occasione per analizzare l’evoluzione del movimento stesso. Durante il simposio, la galassia antigender, prolife e familista – che nel 2014 professava la sua natura apartitica – ha reso conclamata la saldatura delle sue istanze con quelle della destra italiana e con quelle pronataliste di partiti di estrema destra come Forza Nuova, che vorrebbero che le italiane dessero alla patria più figli di “pura razza italica”. Questo, se vogliamo, favorisce il coagularsi di una opposizione, e una manifestazione come quella di sabato permette a chi dice no a queste politiche di contarsi – e di contare. L’adesione massiccia e trasversale alla protesta testimonia come il movimento anti-gender e le sue istanze vengano percepiti come in ritardo di qualche secolo e che su certi diritti buona parte della società non è disposta a fare alcun passo indietro. Neanche per prendere la rincorsa. 

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