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Concedere a uno per negare a tutti
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  • Identità italiana

Farebbe sorridere se non facesse arrabbiare il fatto che il ministro dell’Interno, nell'incontrare Rami e gli altri ragazzi che con il loro coraggio hanno evitato che il sequestro del pullman di Milano si trasformasse in tragedia, si lamenti del fatto che “il loro caso è stato usato per una battaglia politica”. Non perché Salvini abbia torto, ma perché è lui il primo attore politico che ha fatto della demagogia e della propaganda lo sfondo di ogni suo atto politico e legislativo. Sul tema dei migranti ma non solo.

Il dibattito politico sulla concessione della cittadinanza italiana che si è sviluppato intorno alla vicenda del giovane Rami (origini egiziane, nato in Italia, si sente italiano, fa il tifo per il Milan e parla con uno spiccato accento bresciano) sta mettendo a nudo tutta la demagogia e la propaganda che negli ultimi vent’anni hanno caratterizzato il confronto sul tema delle politiche di governo dei flussi migratori. Una dimensione strumentale che con il passare del tempo non ha più messo al centro del ragionamento il dato di realtà, la necessità di guardare con lungimiranza alla complessità del tema, ma la sua rappresentazione. Una rappresentazione, per altro, quasi sempre strumentalmente semplificata per essere meglio utilizzata non per la risoluzione dei problemi, ma per la loro ridefinizione in termini di consenso elettorale.

Frutto più evidente di tale deriva è il cosiddetto Disegno di Legge sulla Sicurezza dello stesso Salvini che, nei fatti, con l'implementazione dei circuiti di accoglienza straordinaria a discapito di quella mirata all'inclusione e con l'abolizione sostanziale del permesso di soggiorno per motivi umanitari (che riconsegnerà alla clandestinità migliaia di migranti oggi regolari esponendoli allo sfruttamento e al rischio di marginalità) produrrà più insicurezza per tutte e per tutti. Un decreto che, appunto, rende più sicure le percezioni ma più insicura la realtà.

Quanto al dibattito sulla cittadinanza che si è aperto in questi giorni vale la pena di sottolineare alcuni aspetti che sono estremamente gravi per le loro possibili ricadute, prima di tutto culturali. Intanto, l'idea che si sta affermando è quella di una cittadinanza intesa non come diritto ma come una sorta di concessione che viene elargita dal “sovrano” di turno, sulla base di gesti di eroismo. Insomma, l'estremizzazione di un’impostazione, che traspare ad esempio anche in tutto il dibattito che ha caratterizzato l'introduzione del “reddito di cittadinanza”, dove le persone, soprattutto quelle più fragili, povere o straniere vanno guardate sempre con un po' di sospetto. Perché, in fondo in fondo, nella testa dei decisori e in modo via via diffuso nella percezione pubblica, vi è l'idea che sia anche un po' colpa loro e della loro ignavia se si trovano a vivere tali condizioni, e che per questo i loro diritti non possano essere riconosciuti come dati ma debbano essere concessi solo se, con i loro comportamenti, se li meritano. 

Così, alla fine, e di questo siamo contenti, si concede, riconoscendone l'eroismo, la cittadinanza a Rami (anche se solo dopo che il grande stregone della tv pubblica italiana ha fatto capire che in questo caso dimostrarsi accoglienti avrebbe pagato elettoralmente); sostenendo però allo stesso tempo che nulla di tutto ciò c'entra con lo ius soli, e ignorando così ancora una volta le migliaia di ragazzi e ragazze che, come Rami, tutti i giorni sono veri e propri eroi nella gestione di quotidiani resi difficili dalla fragilità in cui versano le loro famiglie (spesso per leggi sull'immigrazione che non hanno mai riconosciuto i loro genitori come cittadini ma solo come forza lavoro) e per un clima culturale di diffidenza, rancore e odio nei loro confronti che tutti i giorni viene alimentato per motivi elettorali dagli stessi che oggi si dimostrano così generosi.

Paradossalmente, si corre il rischio che la concessione della cittadinanza a Rami, per come è avvenuto e per tutto quello che si sta portando dietro (secondo cui tale condizione non sarebbe un diritto ma la conseguenza, addirittura, di un atto che mette a rischio la vita), finisca per sedimentare la cultura del rifiuto piuttosto che quella dell'accoglienza. Perché, come ci ricorda il fotografo Elliot Erwitt: "Scattare una foto iconica sul razzismo oggi è un'impresa difficile […] Oggi il razzismo è più nascosto e sottile. Qualcosa che puoi cogliere, forse, nell'accenno di una smorfia".

Un’affermazione che è declinabile anche rispetto al nostro Paese (non privo di tensioni e problemi su questi temi, com’è noto) e che ci pare metta in evidenza un limite di fondo del dibattito politico-mediatico: vale a dire fermarsi alla superficie, rincorrere ad ogni costo l'individuazione di un “buono” e di un “cattivo”.

In periodi come questo, al contrario, occorrerebbe farsi carico della complessità, trovando i linguaggi, gli interventi, i contenuti culturali e le appetibilità per spiegare che accogliere è più utile che rifiutare perché senza la capacità di convivenza non c’è futuro per nessuno. Spiegando che, e per fortuna, occorre fare i conti, anche se ci provoca spaesamento, con il fatto che le nostre stesse identità sono sempre più molteplici e meticce.

Su tutto questo va ripresa con forza un’azione politica e culturale. Sapendo, anche, che nell’attuale magma, dove le comunità sono attratte non da chi “porta il pane”, ma piuttosto da chi “costruisce muri”, la responsabilità della mediazione e della coesione diventa collettiva. Ci riguarda da vicino, in prima persona.

Certo servirebbe una politica più coraggiosa, capace di riequilibrare gli interventi sul piano dell’inclusione e della convivenza piuttosto che sulla risposta all’emergenza, proponendo innanzitutto una narrazione altra sul fenomeno immigrazione, centrata sul dato di realtà e non sulla sua rappresentazione.

Una narrazione che sappia guardare e mettere in evidenza le risorse che portano con sé i flussi migratori, senza negare, nel contempo, le contraddizioni e i problemi che da essi scaturiscono. Il rischio è altrimenti quello di non riuscire a parlare con tutta la comunità e soprattutto con i preoccupati, gli spaventati, i rancorosi; lasciando tali aree alle politiche becere di chi propone chiusure, muri e soprattutto indifferenza nei confronti di migliaia di vite di donne e uomini che cercano legittimamente di uscire dalla povertà, di scappare da guerre e discriminazioni – nonostante gli sforzi dei nostri governi di tenerli a debita distanza – di accedere almeno a un po’ di quel benessere che il nostro mondo ha spesso costruito sulle loro spalle.

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