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Un anno senza Marielle Franco
Dal lutto alla lotta
rubrica
  • Memoria /memorie

A un anno dall’uccisione di Marielle Franco e Anderson Gomes, resta cruciale e quanto mai attuale riprendere uno degli slogan scanditi a Cinêlandia, la piazza dove ha sede il Consiglio comunale di Rio de Janeiro, il giorno dei funerali: trasformare il lutto in lotta, far diventare questa parola un verbo, trasformare il dolore in azione politica per portare avanti le battaglie di Marielle. L’omicidio di Marielle Franco, anziché distruggere la pratica politica che rappresentava, le lotte che incarnava, ha avuto l’effetto di rafforzarle. In questo anno ci sono state in tutto il mondo tante iniziative di protesta per la sua uccisione, di richiesta di giustizia, ma soprattutto tanti incontri organizzati per comprendere e rilanciare le esperienze di lotte da lei portate avanti contro il razzismo, il sessismo, la lesbo-omo-transfobia e l’oppressione di classe. La capacità di Marielle era di articolare queste lotte in un unico grande progetto di giustizia sociale per far fronte alle politiche reazionarie, conservatrici e fondamentaliste.

Marielle ricordava e rivendicava di essere nata e cresciuta nella Maré, insieme di favelas della periferia di Rio de Janeiro. Nel 2016 è eletta consigliera comunale per il Partido Socialismo e Liberdade, concependo il suo mandato come un mandato collettivo, costruito su una pratica di relazioni di reciproco supporto in cui si riconosce l’apporto di coloro che sono meno visibili. Questo riconoscimento del lavoro collettivo è al centro della pratica femminista, ed è per questo che la sua figura è diventata così importante per tante donne e femministe in tutto il mondo. Marielle era consapevole non solo della resistenza delle donne nere, dei neri, dei poveri nella storia del Brasile, ma anche di come questa avesse permesso a lei e tante altre di poter occupare nuovi spazi dentro le istituzioni gestite esclusivamente da uomini bianchi eterosessuali benestanti. 

Uno degli slogan usati da Marielle per la sua campagna elettorale è la frase Ubuntu Eu sou porque nós somos (io sono perché noi siamo), proprio a ricordare che per resistere all’oppressione di sesso, classe, razza è necessario il sostegno reciproco, è necessario sapersi parte di una comunità che riconosce la tua esperienza individuale di ingiustizia, in cui è possibile nominarla ed essere credute/i. La possibilità di costruire comunità in cui riconoscere le proprie esperienze di oppressione, in cui pensare forme di trasformazione di queste è alla base delle organizzazioni di abitanti delle favelas, dei gruppi del movimento negro, delle donne nere, e dei collettivi femministi.  

Nel suo breve mandato, Marielle è riuscita a portare avanti attraverso iniziative pubbliche e progetti di legge la voce di diversi gruppi oppressi: donne, lesbiche, neri, poveri, abitanti delle favelas. Una delle sue campagne recentemente ricordata nella rete è Não é não (no è no) da lei promossa durante il Carnevale del 2017 per lottare contro la cultura maschilista che non vuole riconoscere il principio di autodeterminazione delle donne. La sua attività politica era mirata al riconoscimento dei diritti delle lesbiche e di tutti i soggetti eterodissidenti. In occasione di un incontro organizzato a Roma da “Non una di meno” nel novembre 2018 con Monica Benicio, sua compagna, e Fernanda Chaves, una delle sue consigliere e unica sopravvissuta all’attentato, queste hanno raccontato come Marielle avesse sofferto quando la sua proposta di istituire il giorno della visibilità lesbica nel calendario ufficiale del Comune di Rio venne bocciata dal Consiglio Comunale, che invece aveva approvato, senza intoppi, l’istituzione del giorno del pompiere, del panettiere ecc. Il progetto, costruito in collaborazione con le organizzazioni della Frente Lésbica di Rio de Janeiro, era pensato per sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto di amare ed esistere delle lesbiche e denunciare le violenze e gli stupri “correttivi” che subiscono. In modo molto acuto Marielle commentò il risultato della votazione non come una sconfitta per il movimento, ma come una testimonianza di quanto il Consiglio fosse “conservatore, reazionario e, cosa ancora più grave, fondamentalista”. Il riconoscimento dell’azione politica della proposta è centrale e spiegato da lei stessa: “abbiamo tolto il Consiglio dalla zona di conforto, non per niente cerchiamo rappresentanze di donne, donne nere, lesbiche e donne faveladas (abitanti delle favelas). Ci saranno molte donne lesbiche nel Consiglio”.

Come ricorda la femminista nera brasiliana Djamila Ribeiro, la posizione che ciascuna/o di noi occupa nella società determina anche la nostra possibilità di parlare e ascoltare. La consapevolezza del luogo da cui si enuncia un discorso, da cui si osserva il mondo è fondamentale per decostruire le gerarchie, per comprendere la povertà, il razzismo e il sessismo. Marielle praticava politicamente questa consapevolezza quando la nominava: “io creo disagio: donna, nera, favelada, madre, madre di un’adolescente, con una compagna, che partecipa a un dibattito sulla sessualità”. Nel nominare il suo posizionamento, Marielle stava dimostrando come il posizionamento dei soggetti considerati normali è altrettanto presente, ma invisibilizzato, nel determinare scelte, comportamenti, aspettative e possibilità di vita.

Infine ricordo il profilo di ricercatrice di Marielle, che dimostra come l’attivismo politico, la militanza si possano coniugare con analisi scientifiche impeccabili, come la sua tesi di master sulle politiche di sicurezza pubblica a Rio de Janeiro. Marielle si batteva affinché si ponesse fine all’intervento militare dentro le favelas, che ha portato la morte di tanti abitanti, e alle violenze armate della polizia e delle milizie. Nella tesi dimostra come quella che lo Stato presenta come una guerra al traffico di droga e armi, di fatto è una guerra ai poveri, che vuole dire ai neri, che non ha dimostrato di diminuire la violenza vissuta dagli abitanti di queste aree, né ha portato loro maggiore “sicurezza”. L’impegno contro l’intervento militare era una forma per combattere il razzismo, non solo perché esso colpisce i neri, ma anche perché è il razzismo della società che legittima queste politiche armate, basate sull’idea che la vita dei neri e dei poveri ha meno valore. Marielle ha incarnato la possibilità di portare dentro le istituzioni bianche, maschili ed eterosessiste la pratica femminista, antirazzista, contro l’eterosessismo e le diseguaglianze di classe. È cruciale continuare a occupare questi spazi rivendicando il proprio luogo di enunciazione del discorso. Marielle parlava come donna, nera, favelada, lesbica, madre, femminista e socialista.

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