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#fridayforfuture
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Il 20 agosto del 2018 una ragazzina svedese di quindici anni si siede davanti al Parlamento di Stoccolma. Stazionerà lì tutti i venerdì, bigiando la scuola. Quell’estate, la scorsa estate, la Svezia viene colpita da una serie mai vista di incendi boschivi. Sino ad allora non si è mai assistito a nulla del genere, tanto che il Paese scopre di non essere attrezzato a sufficienza per contrastare il fuoco e si trova a dover chiedere aiuto ai Canadair francesi e italiani. La torrida estate del 2018 è per molti, in tutto il Nord Europa, la prova che il livello raggiunto dal riscaldamento globale è ormai diventato insostenibile, anche per chi ha avuto la fortuna di nascere nel Welfare svedese e non nelle siccità climatiche ed economiche del Nord Africa. Del resto in Italia lo sappiamo bene: da molti anni l’Europa meridionale subisce le conseguenze del surriscaldamento del pianeta, sia per i suoi effetti diretti (a cominciare dalla progressiva riduzione delle risorse idriche), sia per quelli, devastanti, che si manifestano sotto forma di disastri naturali. Che da noi, a seguito di una pessima gestione del territorio, dello sfruttamento del suolo e della sua progressiva impermeabilizzazione hanno assunto dimensioni sempre più evidenti.

Ma gli studi sugli effetti del surriscaldamento globale sono noti da molto tempo. Così come le sue conseguenze in materia di etica pubblica. «La questione secondo la quale una generazione di uomini possa [o meno] avere il diritto di vincolarne un’altra» fu posta già alla fine del Settecento: ne scriveva Jefferson a James Madison il 6 settembre 1789 (v. Thomas Jefferson: Writings, New York, 1984, p. 959). Compatibilmente con le tecniche di ricerca dell’epoca e l’assenza di strumentazioni adeguate, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento alcuni scienziati avevano ipotizzato conseguenze progressivamente sempre più nefaste per la vita sul pianeta (On the Influence of Carbonic Acid in the Air upon the Temperature of the Ground dello svedese premio Nobel per la chimica Svante Arrhenius è del 1896). In altri termini: già poco dopo l’inizio dello sfruttamento delle fonti fossili per ottenere energia industriale se ne sospettavano gli effetti nefasti. A lungo sono stati ignorate le proiezioni, basate questa volta su dati via via sempre più sperimentali, che molti studi hanno mostrato, a cominciare dal rapporto sui limiti allo sviluppo commissionato dal Mit al Club di Roma (anno 1972). Recentemente, un gruppo di ricercatori franco-italiani dopo un lungo periodo di lavoro in Antartide ha mostrato l’incidenza dei danni alla sostenibilità ambientale in quel brevissimo periodo che è l’Antropocene rispetto alla durata della vita della Terra. Dunque gli allarmi scientificamente motivati non sono mancati (si veda, ad esempio, l’utile rassegna presente sul sito della Società meteorologica italiana). Cop21, la conferenza di Parigi del 2015, è parsa a molti un discreto punto di partenza per trovare un’intesa tra i governi della terra volto a invertire il più rapidamente la rotta. L’ultima conferenza mondiale sul clima, viceversa, complice com’è nota la posizione degli Stati Uniti, è stata fallimentare.

Doveva dunque arrivare una ragazzina con le trecce, determinata come pochi, snobbata anche perché portatrice della cosiddetta sindrome di Asperger, per smuovere le coscienze del mondo occidentale? Evidentemente sì. Durerà? Per rispondere conviene osservare le piazze di ieri considerandone l’eccezionalità in termini di mobilitazione politica, perché di questo si è trattato. I più giovani si sono mossi su questa tematica, mentre restano più o meno silenziosi su altre che intervengono non meno negativamente sul loro futuro. In Italia in particolare. Il lavoro, la scarsità di opportunità, le difficoltà crescenti incontrate per costruire un proprio percorso individuale, complici quelle caratteristiche ben note della società italiana che la rendono impermeabile alla modernizzazione che ha permesso ad altri di andare avanti e di crescere (e non parliamo di Pil, in questo caso).

Ecco ciò che deve essere osservato con particolare attenzione. L’assenza di mobilitazione giovanile che ha segnato il nostro Paese nell’ultima, lunga fase di crisi, politica ed economica. Solo in parte spiegabile con l’assorbimento dell’insoddisfazione e della protesta da parte delle due forze che hanno raccolto i maggiori consensi alle elezioni politiche di un anno fa, ma i cui equilibri di forza ora si sono invertiti.

Greta scende in strada ogni venerdì da mesi, ma in pochi in Italia se n’erano accorti. Qualche sparuto gruppetto di ragazze e ragazzi si è formato via via, è vero. Ma sino a poche settimane fa i venerdì italiani non si distinguevano certo per la partecipazione al #climatestrike di Greta. Ieri qualcosa è cambiato se, come pare, la stima è che nel complesso un milione di studenti (più qualche docente e qualche genitore) è sceso in piazza a manifestare in una sola giornata a favore di una netta inversione di rotta da parte dei governi. Non sono mancate le critiche (alcune francamente stupide, un po’ le stesse che si rincorrono a ogni forma di protesta studentesca, altre pretestuose). E c’è chi si è chiesto quanto nel loro agire quotidiano questi ragazzi sapranno essere coerenti: nelle loro scelte di consumo, ad esempio. Certo in molti casi noi adulti da loro avremmo solo da imparare.

C’è poi da capire come si comporterà questo nuovo movimento rispetto alle forze politiche che cercheranno di mettere il cappello sopra alle loro teste, soprattutto se le manifestazioni continueranno ad essere così partecipate. Anche qui l’Italia si fa notare rispetto ad altri Paesi europei (basti pensare alla Germania o al Belgio), in questo caso per l’assenza dalla scena pubblica dei Verdi. Sfruttati con successo a fini elettorali da parte del Movimento 5 Stelle, ora i temi ambientali sembrano essere di nuovo orfani di una vera rappresentanza.

Anche per questo la giornata di ieri merita attenzione. È una nuova mobilitazione politica. È una presenza confortante che c’è da augurarsi possa durare.

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