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Dal numero 1/19
Un ricordo di Aris Accornero
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Lo scorso 22 ottobre si è spento, all’età di 87 anni, Aris Accornero, uno tra i più brillanti e acuti studiosi del mondo del lavoro, a lungo collaboratore di questa rivista. Il suo è stato un percorso intellettuale e umano fuori dall’ordinario. Aveva iniziato come operaio alla Riv di Torino nell’immediato dopoguerra, dopo aver frequentato la scuola professionale. Militante comunista, impegnato nella Cgil, era stato licenziato nel 1957 – un’esperienza che raccontò più tardi nel suo primo libro, Fiat Confino. Iniziò quindi negli anni Cinquanta una collaborazione giornalistica con «l’Unità» come cronista sindacale, durante la quale maturò il suo interesse per la conoscenza del mondo operaio anche attraverso numerose inchieste. Questo interesse non l’avrebbe più abbandonato, trasformandosi via via in un percorso scientifico di studio del lavoro operaio saldamente fondato sull’esperienza diretta e sulla ricerca empirica.

Approdato alla Cgil nazionale nel 1967, lavorò a stretto contatto con il segretario generale Agostino Novella, dal quale imparò molto – come scrisse successivamente – in anni intensi, caratterizzati dall’«autunno caldo», dall’introduzione dello Statuto dei lavoratori e dai primi passi dell’unità sindacale. In quel periodo dirigeva i «Quaderni di Rassegna Sindacale», una rivista che si proponeva di fornire al sindacato strumenti di conoscenza basati sulle moderne scienze sociali: un approccio non ideologico con il quale venivano affrontati i temi del cambiamento della classe operaia, della nuova realtà delle fabbriche e delle forme di organizzazione sindacale. Nel 1976 lascia il sindacato, nonostante il tentativo di Luciano Lama di trattenerlo, per occuparsi del settore delle ricerche sociali al Cespe (il Centro studi di Politica economica del Pci), convinto che «il sindacato si studia meglio da fuori che da dentro». Comincia così una fase decisiva nel percorso di Accornero. Diventa un punto di riferimento per gli sviluppi della ricerca nel campo della sociologia economica e del lavoro, che muoveva allora i primi passi in Italia, e più in generale per gli studi e le indagini che avevano cominciato a misurarsi con i problemi del cambiamento del Paese. La sezione ricerche sociali del Cespe sarà un importante luogo di discussione e d’incontro, e insieme un’esperienza nuova alla quale Accornero si dedicò con passione e impegno per mettere in circolo nel Pci strumenti di conoscenza aggiornati sulla società italiana, capaci di sostenere e alimentare le politiche del partito: un intelligente lavoro di «traduzione» tra due mondi distanti che parlavano lingue molto diverse, mentre era ancora forte la diffidenza della cultura politica comunista verso le scienze sociali.

Ma non c’era solo questo in quegli anni. A contatto con la ricerca più viva e impegnata, il profilo scientifico di Accornero come studioso del lavoro matura e si afferma con contributi importanti. In essi viene messo a frutto il suo approccio originale basato sulla combinazione tra l’esperienza diretta e l’intuizione dei mutamenti del mondo del lavoro, da un lato, e il metodo e gli strumenti delle scienze sociali, dall’altro. Un blend molto particolare che si esprime anche attraverso un linguaggio chiaro e preciso col quale egli sembra voler sfuggire ai rischi dell’approccio ideologico, anzi ne fa un bersaglio più o meno esplicito, forse perché per la sua formazione ne conosce le insidie meglio di altri.

Queste caratteristiche di Accornero studioso e sociologo del lavoro, certo già presenti in lavori precedenti, si manifestano pienamente in alcuni contributi particolarmente noti degli anni Novanta, come La parabola del sindacato e Era il secolo del lavoro, entrambi pubblicati dal Mulino. Già dalla metà degli anni Settanta Accornero aveva anche iniziato a collaborare con la rivista «il Mulino», con diversi articoli nei quali anticipava o presentava i risultati dei suoi studi più importanti, per poi diventare socio dell’Associazione nel 1998. Nel frattempo, con una mossa inusuale e intelligente, l’accademia l’aveva accolto tra i suoi ranghi riconoscendone i meriti di studioso, e così l’operaio che si era formato da solo, dopo aver frequentato l’«avviamento», divenne ordinario di Sociologia del lavoro nell’Università di Roma La Sapienza.

Il valore scientifico dei lavori di Accornero sarà certo discusso nelle sedi appropriate, ma vale la pena di ricordare almeno due temi principali – tra loro legati – ai quali ha portato un contributo di grande rilievo. Il primo è quello dell’ascesa e del declino delle organizzazioni sindacali, su cui si è molto impegnato proponendo percorsi interpretativi originali che hanno al centro non solo e non tanto i caratteri e le trasformazioni del lavoro, quanto piuttosto la cultura specifica di queste organizzazioni. L’altro grande tema che l’ha impegnato negli ultimi anni è quello dei cambiamenti del lavoro con il post-fordismo: la fine del modello della grande fabbrica e della produzione di massa, l’avvento della produzione flessibile, la crescita dell’occupazione nei servizi, i mutamenti nella qualità del lavoro, nell’identità dei lavoratori, nei problemi di tutela e di rappresentanza. Sono grandi questioni e grandi interrogativi che restano al centro della discussione scientifica e politica contemporanea. Aris Accornero ha avuto il merito di anticiparli con chiarezza e precisione, e con spirito positivo, evitando visioni apocalittiche ma anche ottimismi di maniera e segnalando i nuovi problemi che si pongono per la rappresentanza. Ha potuto farlo grazie al suo metodo e al suo approccio allo studio del lavoro, che certo resteranno come stimolo e esempio per chi vorrà misurarsi con la questione del lavoro nelle società contemporanee.

 

[Questo articolo è stato pubblicato sul "Mulino" n. 1/19, alle pp.164-165]

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