Rivista il mulino

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Dal "Mulino" n. 3/2001
Insegnamento e funzione sociale della storia
rubrica

Non si può ridurre il problema dell’insegnamento della storia nella scuola dell’obbligo, così come nelle superiori o all’università, a un problema di pedagogia o didattica e nemmeno a un discorso interno alla disciplina. L’approccio didattico e quello disciplinare sono certamente importanti ma non possono costituire un punto di partenza per un esame della crisi che quest’in­segnamento attraversa, indubbiamente non soltanto in Italia ma in tutto il mondo civile in questi nostri anni.

Fine dello storicismo o fine della storia. Il problema da chiarire preliminarmente per un’analisi del fenomeno non può che essere questo: la storia ha perso la funzione sociale che ha sempre avuto dalle sue origini sino ai giorni nostri sia pure in modo diversissimo, nelle varie epoche e nelle varie generazioni, sino a noi? Questa funzione ci sembra che possa essere schematicamente definita come quella di comprendere e diffondere la consapevolezza dell’identità collettiva di una comunità o di una società (da questo punto di vista le definizioni possono sovrapporsi) di fronte al mutarsi degli avvenimenti: dalle prime compilazioni di liste dinastiche sino ai manuali della nostra giovinezza legati al concetto di patria (da quella tronfia fascista a quella tormentata dell’Italia della ricostruzione). Negli ultimi due secoli, con la caduta delle interpretazioni meta-fisiche o meta-storiche della realtà, si è riversata sulla storia anche una richiesta suppletiva, di rispondere alle domande ultime sul fine dell’esistenza umana sulla terra: ciò che noi chiamiamo, per semplificare il discorso, storicismo nelle varie versioni (idealistica, marxista ecc.) che si sono via via misurate con il potere producendo simbiosi diverse nei regimi a democrazia liberale ed anche nei totalitarismi: la presenza di un principio ultimo (libertà, patria-nazione, rivoluzione ecc.) ha trasformato sempre i manuali di storia nei testi fondamentali di educazione civica.

Ora questo storicismo può essere considerato come superato per una serie di problemi che non possiamo certo qui riprendere: non mancano certamente le tentazioni ricorrenti di chiedere alla storia risposte ai principi ultimi ma con la cosiddetta crisi delle ideologie sembra già avvenuta una presa di distanza. Rimane però indiscussa la funzione sociale della storia la quale anzi potrebbe riprendere la sua vocazione primaria di strumento per la comprensione della nostra identità collettiva riproponendosi, con il carattere scientifico che si è sviluppato sotto le ali dello storicismo, come strumento razionale e pluralistico capace, in quanto tale, di fondare le regole della nostra convivenza.

Ma a questo punto noi ci troviamo di fronte a un secondo livello della discussione, più inerente allo statuto interno della disciplina: la storia non appare più come l’unica scienza della società ma deve dividere questo territorio con le scienze sociali che si sono sviluppate nell’ultimo secolo: economia, sociologia, antropologia, perdendo definitivamente il suo scettro di magistra vitae. Gli uomini e soprattutto i detentori del potere non ricorrono più alla storia come strumento principe per comprendere e dominare i fenomeni sociali, economici e politici. Gli storici hanno capito già un secolo fa che l’unica strada era la collaborazione interdisciplinare e quindi l’apertura da una storia politica in senso tradizionale a una storia à part entière secondo il celebre editoriale di M. Bloch e L. Febvre nel primo numero della rivista «Annales» del 1929. Su queste basi si è sviluppata la storiografia del secolo appena concluso sino ad approdare, dopo l’apertura alle scienze della società e dell’ambiente, alla conquista di una nuova storia politica vista non più come separata ma come sintesi dei vari aspetti della vita sociale. Che la storia, anche se naturalmente i manuali fanno più fatica ad adeguarsi (ma il discorso dei manuali va approfondito a parte), sia percepita come tale da tutti gli storici non mi sembra possano esservi dubbi. Il problema è diverso e consiste nel fatto che non è venuta meno la storia, la quale ha al contrario allargato in modo affascinante i suoi panorami, ma la sua funzione sociale: viene certa­mente strumentalizzata a livello di polemica partitica o politica ma ha perso il suo carattere di fondamento della formazione politica dell’uomo, come aveva quando Gustav Droysen a metà Ottocento poteva permettersi di definire l’uomo di Stato uno «storico pratico».

Il problema è che il potere diffuso attuale sembra non avere più bisogno della storia, di qualsiasi storia (naturalmente se non è tramutata in «fiction» perché allora va sempre molto bene a livello di marketing): tutto ciò che ci riporta al passato che vive in noi sembra dannoso, in contrasto con la tensione verso il momento presente che caratterizza la civiltà post-industriale, informatica e telematica, un fardello inutile e gravoso che ci impedisce di correre verso il mondo radioso che abbiamo davanti a noi: «Ho sempre odiato la storia. È un bagaglio pesante e inutile», per citare le parole dello scienziato informatico dell’Mit di Boston Nicholas Negroponte. Naturalmente le persone per bene si trattengono dal condividere oggidì le tesi sostenute qualche anno fa da Francis Fukuyama nel suo Fine della storia, ma di fatto c’è un’assimilazione delle sue tesi a livello di politica culturale che è impressionante. Al di là di ogni discussione alla moda sui vari revisionismi esiste quindi sul piano più profondo il rifiuto della storia, non del solo storicismo.

Due corollari molto semplici si possono aggiungere a queste prime considerazioni. Da una parte la conseguenza è che non si tratta tanto di una crisi delle discipline storiche in senso ristretto quanto di una crisi del sapere storico, della dimensione storica in tutte le discipline: sono colpite anche la storia della letteratura, la storia della filosofia ecc. in favore di insegnamenti linguistici, letterari ecc. senza storia e senza tempo. Anzi, si può affermare che in fondo la storia se la cava meglio (almeno come appeal editoriale) perché approfitta in qualche modo della crisi per re-inglobare nel proprio territorio interi settori che precedentemente, nell’impianto storicistico del sapere, si erano ad essa sottratti divenendo autonomi.

In secondo luogo le discipline storiche sono espulse, gradualmente ma inesorabilmente, da tutti i curricula universitari professionalizzanti non direttamente connessi all’insegnamento: basta considerare l’emarginazione della storia non soltanto da intere facoltà, come Scienze economiche e Scienze politiche, nelle quali aveva un posto centrale (ad esempio pensiamo all’espulsione della Storia economica con la sua gloriosa tradizione dalle Facoltà di economia), ma dai nuovi corsi delle stesse facoltà umanistiche (Dams, Scienze della comunicazione, Scienze della formazione ecc.). Le discipline storiche che prima si irradiavano in tutta l’area umanistica e oltre tendono a rinchiudersi nel fortilizio dei corsi di laurea in Storia, con gravi conseguenze.

La dimensione del divenire, il tempo e lo spazio. È quindi abbastanza evidente che dalle diverse diagnosi sulla crisi del sapere storico e della sua funzione deriva anche la diversità e la contraddittorietà dei consigli e delle terapie che molti medici si affannano dall’esterno a fornire ai colleghi storici. Soprattutto pedagogisti e psicologi si affannano al suo capezzale per spiegare che la responsabilità del malessere è nello spirito di conservazione degli storici professionisti che non accolgono le nuove metodologie didattiche rimanendo orgogliosamente chiusi nel loro noioso metodo: basta con le cronologie, apriamo le finestre alla comparazione dei fenomeni senza preoccuparsi troppo dei fatti specifici, delle particolarità, delle date e delle nozioni. Senza voler sottacere le responsabilità degli storici o la tendenza in­dubbia all’inerzia propria di ogni corporazione, senza sottovalutare la lentezza sempre presente quando si tratta di trasferire la ricerca nella manualistica, occorre dire che la crisi dell’insegnamento della storia non può esser ridotta a queste categorie, se c’è qualcosa di vero in ciò che è stato detto al punto pre­cedente. La storia come viene presentata nel pensiero dei pedagogisti sembra quasi una parodia, una caricatura della nostra disciplina: la trasformazione in racconto (e se è favola non importa) del discorso antropologico e sociologico. [...]

 

[L'articolo completo di Paolo Prodi, pubblicato sul "Mulino" n. 3/01, pp. 551-558, è acquistabile qui]

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