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Washington, 19/2/2019
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  • lettere internazionali

Trump, il Muro e le battaglie del secondo biennio. Le recenti elezioni di midterm hanno segnato una vera svolta nella presidenza Trump. Alla fine si può quasi dire che sia emersa una sorta di “legge”, in base alla quale il presidente eletto ha davanti a sé due anni per mettere in pratica il suo programma; poi, con le elezioni intermedie, non potrà più contare sull’intero Congresso, e partirà a pieno ritmo la campagna per la successiva elezione presidenziale. La stessa cosa capitò a Barack Obama quando perse le elezioni di metà mandato del novembre 2010.

La riduzione dei tempi per realizzare il programma di una nuova amministrazione indica il declino del pragmatismo bipartitico, fino ad allora tipico della politica americana nei casi precedenti di “governo diviso”. Al contrario, fin dagli anni Ottanta, cioè dalla crisi della sintesi newdealista, e dal sorgere del reaganismo e del neoliberismo, la radicalizzazione dello scontro politico ha prevalso. L’impeachment fallito di Bill Clinton nel 1998 è stato il sintomo della polarizzazione, ripetuta poi dai repubblicani verso la presidenza Obama.

Si usava dire che le piattaforme elettorali dei partiti statunitensi fossero prontamente abbandonate di fronte a convenienze politiche pragmatiche. Nel nuovo quadro estremizzato, invece, le promesse elettorali diventano imperative a costo di inficiare l’identità stessa del presidente. Tutta la vicenda del promesso Muro col Messico è così diventata il centro dello scontro politico e simbolico coi democratici. Anche perché una cosa è contrattare a porte chiuse, un’altra è farlo davanti a un pubblico dal cui favore dipende il consenso politico.

Quali che siano state le realizzazioni di Trump nei suoi primi due anni (la legge fiscale, le nomine alla Corte suprema, la prosperità economica, la vocazione neoisolazionista), il punto centrale della sua azione è stato l’anti-obamismo: cioè l’esplicita demolizione dell’eredità del presidente democratico nella politica internazionale, sociale ed ecologica. Un programma «contro» piuttosto che un programma «a favore» di qualcosa.

Dall’emergere del Congresso diviso, le iniziative unilaterali o bipartisan si sono susseguite in un intreccio irrisolto. La chiusura del governo e l’insistenza sul Muro hanno danneggiato il presidente, ma gli stessi democratici temono di riaprire oggi una lunga lotta che tagli stipendi e servizi pubblici a danno magari di tutto quanto l’establishment politico. L’accordo appena raggiunto dalle due Camere è il maggior atto di bipartisanship visto finora: non un vero e proprio Muro, ma una più leggera barriera, con, tuttavia, una lunghezza e uno stanziamento ridotti drasticamente rispetto a quelli richiesti da Trump.

E qui emerge la contraddittorietà della posizione presidenziale: da una parte la bipartisanship, ribadita anche nel recente discorso sullo Stato dell’Unione in stile consensuale, paga: Trump ha parzialmente recuperato il tonfo d’opinione registrato nei giorni dello shutdown. D’altra parte il presidente deve mantenere l’altissimo favore presso l’elettorato repubblicano radicalizzato, che non vuole atti di debolezza e che è stato (finora) la sua garanzia politica. Quindi ha stabilito che firma a malincuore l’accordo bipartisan, ma nel contempo dichiara l’emergenza nazionale al confine meridionale che gli permette di aggirare il Congresso e di far quel che vuole sul tema immigrazione.

Qui si apre uno scontro di prima categoria: la cogenza del Muro sembra un chiodo fisso, data la netta riduzione dei passaggi di clandestini dal confine meridionale, e l’ingresso di droghe nel Paese soprattutto da porti e aeroporti. I limiti legali dei casi passibili di dichiarazione d’emergenza sono poco chiari: si tratterebbe comunque di un’estensione della discrezionalità presidenziale, fattualmente poco fondata, costituzionalmente controversa, e fonte di una lacerante controversia pubblica. Ma la coesione del Partito repubblicano mostra delle crepe: la destra la sostiene, eppure ci sono diverse voci critiche nei ranghi repubblicani del Senato. Una legge della Camera di annullamento dell’emergenza deve obbligatoriamente essere votata al Senato e la maggioranza repubblicana potrebbe capovolgersi (anche se poi incapperebbe nel veto presidenziale, né il Congresso avrà la maggioranza qualificata per superarlo). Tutti prevedono che i tribunali la bloccheranno immediatamente per eccezione di incostituzionalità. A meno che sia proprio questo il risultato a cui Trump punta, per poter dire di averci provato e sostenere che l’establishment “cattivo” non glielo ha lasciato fare.

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