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Che ci fa Valls in piazza a Madrid?
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Ogni Paese merita la classe dirigente che si ritrova. Talvolta noi italiani ci guardiamo allo specchio tristemente e riconosciamo che, in fondo, il trasformismo, i compromessi mascherati da grandi vittorie, l’attaccamento agli incarichi a prescindere dalle convinzioni espresse fanno parte del dna culturale del Paese.  Almeno un pochino.

La fortuna (ma dipende dai punti di vista) è che negli anni 2010-2020 gli italiani hanno smesso di essere soli. I casi possibili da citare sono diversi, ma forse quello di Manuel Carlos Valls Galfetti, primo ministro socialista di Francia tra il 2014 e il 2016 e prima ministro degli Interni, è esemplare. L’ultima volta che è stato visto, infatti, il cinquantaseienne politico franco-spagnolo era in piazza a una manifestazione a Madrid.

Cosa c’è di strano a manifestare assieme a Ciudadanos, partito per il quale si è candidato alla carica di sindaco di Barcellona, più importante e ricca città del Paese? Qualcosa da dire ci potrebbe essere, ragionando sul fatto che dopo aver guidato un governo socialista in alleanza con formazioni più a sinistra in un Paese, si decida di passare la frontiera e cambiare casacca per aderire a un progetto politico come quello di Ciudadanos, assieme a Podemos una delle due formazioni cresciute in maniera esponenziale dopo la crisi economica e politica che ha attraversato la Spagna. Nonostante il nome generico e “anti-politico” e un tentativo praticato per anni di essere né di destra, né di sinistra, C’s è oggi una formazione dello schieramento di centrodestra. A collocare così il partito nato in Catalogna che usa l’arancione come simbolo sono stati per certi versi i risultati elettorali e lo spostamento a sinistra del Psoe di Pedro Sanchez – a sua volta dovuto al tracollo elettorale e a una lettura non sbagliata del contesto politico e sociale spagnolo.

E poi la crisi catalana. Ciudadanos nasce nella Regione autonoma ma ama definirsi “post-nazionalista” e nel lontano 2005, quando nasce, addirittura di sinistra. Dove quel post sembra valere molto per i nazionalismi autonomisti catalano e basco e molto meno per quello spagnolo. La verità è che Rivera è stato membro del Pp e che molti dei suoi colleghi di partito vengono da quelle fila o peggio. Qui e là ci sono riferimenti a figure che hanno ammirato il franchismo e il falangismo. Quanto alla sinistra, viene da pensare che in una regione come quella catalana, dove la gran parte del voto di centrodestra è sempre andata agli autonomisti, collocarsi al centrosinistra forse era un modo per attrarre un voto anti-nazionalista catalano. Ma queste potrebbero essere letture ex post.

Quel che è certo è che le ambiguità, il cambiamento di schieramento, il discorso contro la classe politica e il nome stesso collocano Ciudadanos nell’alveo delle formazioni populiste. I cambiamenti di direzione e le ambiguità fanno parte di questo tentativo di non essere collocati e attrarre consensi da ogni ambito possibile. Ma torniamo alla piazza di Madrid, che ci dice qualcosa sul partito e sul candidato a sindaco di Barcellona.

La manifestazione, accompagnata da un mare di bandiere spagnole e diversi cartelli con su scritto “carcere per i golpisti”, era convocata contro il governo di sinistra e la sua apertura nei confronti degli indipendentisti catalani. In piazza c’erano tre forze politiche: Ciudadanos, il Partito popolare e Vox. Ora, Vox è un po’ la Casa Pound spagnola, con la differenza che in Andalusia ha preso molti voti e raccoglie quei consensi tradizionalmente popolari ma nostalgici del franchismo sommati alla malsana ondata di xenofobia e razzismo che un po’ c’è anche in Spagna. La manifestazione a cui Manuel Valls e i suoi compagni di partito hanno partecipato era dunque senza possibilità di equivoci una manifestazione nazionalista e di destra. Con i liberali e aconfessionali di Ciudadanos a togliere quel sapore di nostalgico e superato che le adunate popolar-cattoliche hanno sempre avuto – gli enormi cortei per la famiglia tradizionale cominciano da queste parti contro Zapatero.

La difesa dell’unità della patria sembra insomma divenuta un possibile collante per formazioni che hanno visioni dell’economia non necessariamente identiche. Se questo è vero, allora, la manifestazione è doppiamente di destra.

Che ci faceva Valls in questa compagnia? Facciamo due balzi indietro. L’ex socialista entra nel partito di Mitterrand dall’opposizione all’allora presidente e seguace di Michel Rocard. Senza entrare in una vecchia disputa socialista francese, Rocard era l’uomo contrario alle nazionalizzazioni e professava il superamento del centralismo francese. Assieme a Jacques Delors – che da ministro dell’Economia e delle finanze abolì la scala mobile – diede impulso alla traduzione di Von Hayek in Francia e da presidente della Commissione soprassedette alla fase cruciale dell’unità europea (Maastricht compresa). Sono gli anni Ottanta e molto del pensiero e della pratica di governo socialdemocratica europea vengono progressivamente messi da parte per essere sostituiti dall’idea che la leva fiscale e monetaria (accompagnati dal rigore) siano l’ambito delle politiche economiche pubbliche – mi si perdoni l’approssimazione.

Che cosa è successo dopo? Dopo aver governato male la Francia assieme a Hollande, contro il quale aveva corso alle primarie prendendo il 6%, ed essersi rimangiato una serie di proposte “di sinistra” con le quali avevano ottenuto consenso, i socialisti erano destinati a subire un colpo durissimo. Primarie 2017 e vittoria di Benoît Hamon, prima delle quali Valls dichiara: “La scelta è tra la sconfitta certa e la vittoria possibile, tra le promesse irrealizzabili e la sinistra responsabile”.

Le settimane successive sono quelle della diaspora dei socialisti moderati verso En Marche, il movimento lanciato dall’altro ex ministro socialista Emmanuel Macron. Valls aderisce anche lui, ma siccome di gente cinica è piena la politica, Macron e i suoi gli spiegano che non verrà candidato. Avere il primo ministro uscente nelle tue fila non fa granché rinnovamento. Macron diventerà presidente ma, è bene ricordarlo, al primo turno quattro candidati si sono collocati tra il 19,5% e il 24%. La proposta di un liberalismo moderno ma in sostanziale continuità con il trentennio precedente, insomma, non ha trionfato. Ha vinto il frontismo francese.

Quello stesso frontismo sembra essere entrato in crisi in Spagna ora che c’è Vox con cui i grandi partiti non esitano a sfilare nelle piazze.

Si può catalogare Valls solo come un liberista opportunista che pur di ottenere un incarico passa dalla sinistra al centro e dalla Francia alla Spagna per poi finire in piazza con la destra? Vale l’argomento che a Madrid in piazza c’era anche lo scrittore peruviano Vargas Llosa? La seconda risposta è no. Lo scrittore ottantaduenne non ha una storia politica di sinistra, anzi. E in Spagna è sempre stato molto anti-autonomìco (si dice che Ciudadanos lo vorrebbe candidato a Madrid). Rispondere alla prima domanda è più complicato. In Italia sappiamo che c’è un pezzo del Partito democratico – che non è socialista nemmeno nel nome già da qualche decennio – che ragiona, vagheggia di un futuro liberale e di centro. Della Francia di Macron abbiamo detto. In Germania la socialdemocrazia non vince le elezioni dagli anni Novanta, quando il liberismo di sinistra dominava il pianeta con Blair, Schroeder e Clinton. La cultura di Valls è quella e i terremoti in questi anni ci sono stati eccome. Cambiare casacca ci può stare. Certo è singolare che questi giovani si ostinino a dare le risposte vecchie imparate con l’entusiasmo di chi si avviava alla politica nel trentennio cominciato con la vittoria di Margaret Thatcher e finito con il fallimento di Lehman Brothers. Sfilare con Vox e per il nazionalismo spagnolo, invece, è un po’ diverso. Proprio non fa onore: l’indipendentismo catalano è una specie di follia, ma ha ragioni storiche collegate al franchismo che sono state riacutizzate dall’atteggiamento del governo di Mariano Rajoy. Negoziare è la strada, arrestare leader politici con un mandato, invece, è un modo per ricordare il centralismo franchista.

La verità è che forse la Terza Via è stato anche l’abbandono di un certo modo di essere novecentesco della sinistra. Blair ha guidato la Gran Bretagna alla guerra, Clinton ha deregolato il sistema finanziario e Schröder ha inventato i mini-jobs. Guardate da lontano sono alcune delle cose contro cui oggi i vari popoli di destra e di sinistra se la prendono (per la destra ci sono anche i migranti). Ma c’è qualcosa di più: Blair si dice stia facendo da consulente per i sauditi dello Yemen e di Jamal Kassoghi e Schröder lavora per i petrolieri di Stato russi. Macron, Renzi e Valls sbattono la porta quando perdono. Non è lo stile dei loro predecessori. Immaginate se Jeremy Corbyn e Bernie Sanders (qualsiasi cosa ne pensiate) avessero fatto lo stesso e avessero fondato il partito socialista-socialista-socialista. Invece di godersi una vecchiaia di trionfi, parziali quanto si vuole, e di grande popolarità, sarebbero stati leader eterni di un partitino. Invece hanno fatto il loro lavoro, hanno segnalato il loro dissenso anche con il voto e continuato la loro battaglia politica. La differenza tra alcuni vecchi e alcuni semi-giovani ambiziosi forse sta proprio qui, nell’avere la percezione che la storia è fatta di cicli diversi e che cambiano le ricette: alcune che hanno funzionato non funzionano più, mentre altre si rivelano sbagliate e vanno abbandonate. Prima o poi, toccherà anche a te avere ragione.

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