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Il caso Finnis
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Il professor Finnis è un importante filosofo del diritto cattolico. Una raccolta di firme online da parte di alcuni studenti dell’università dove Finnis insegna ne ha chiesto la rimozione dalla sua posizione accademica, in pratica per via delle sue idee inaccettabilmente omofobiche.

Non si tratta di un problema che possa essere affrontato con una scrollata di spalle. Sarebbe infatti superficiale sia liquidare il problema come l’ennesima caccia alle streghe generata dall’ideologia del politicamente corretto, sia viceversa affermare che – dato che le università e il mondo sarebbero sicuramente posti migliori senza razzisti, antisemiti o omofobi – non si può che approvare l’istanza degli studenti. C’è peraltro in gioco, in questo caso, qualcosa di più che il personale destino professionale di uno studioso: vale la pena, se se ne ha voglia, riflettere sul punto.

Prima di tutto, e a scanso di equivoci, Finnis è, a tutti gli effetti, un filosofo e un giurista che ha offerto contributi di grandissimo rilievo alla comunità degli studiosi. Quando, nel 1999, curai un volumetto intitolato Filosofi del diritto contemporanei, selezionai quelle che mi sembravano le dieci figure (o scuole) giusfilosofiche più significative, e chiesi a nove amici di scrivere, su ciascuna di esse, un saggio introduttivo; quello su Finnis lo scrissi io stesso. Poiché non ho alcuna simpatia per le sue idee, feci leggere la bozza del mio pezzo al traduttore italiano di Finnis, Fulvio Di Blasi, che aveva con lui (e col di lui allievo, Robert P. George), una certa sintonia. Passai l’esame, e ringraziai Fulvio in nota. In altri termini, nonostante non apprezzassi affatto le sue posizioni (e le apprezzo ancor meno oggi), ritenevo (e ritengo tuttora) che il contributo dato da Finnis alla nostra disciplina sia molto importante.

Va poi detto qualcosa sul suo cattolicesimo. Finnis ha rivestito cariche e ruoli importanti, è stata una figura di primo piano, da un punto di vista intellettuale, di un cattolicesimo che, durante il pontificato di San Giovanni Paolo II, è diventato in certi ambienti via via più “militante”.

Ora, va detto chiaramente che il cattolicesimo americano (Finnis ha insegnato e insegna anche alla Notre Dame University, Robert P. George a Princeton) non è soltanto quello arciconservatore col quale le tesi di Finnis possono essere considerate sintoniche. È vero che allievo di Finnis è un giudice conservatore della Corte Suprema nominato dal presidente Trump, cioè dal primo presidente degli Stati Uniti con un contenzioso giuridico con una pornostar, per tacer d’altro. Ma è cattolico praticante anche il giudice Anthony Kennedy (non più in servizio), che ha scritto di suo pugno le landmark opinions che hanno prima depenalizzato i comportamenti omosessuali fra adulti consenzienti nei cinquanta Stati, e infine riconosciuto l’eguaglianza matrimoniale negli Stati Uniti – fu allora che il presidente Obama illuminò festosamente la Casa Bianca con i rainbow colors.

È quindi sbagliato procedere con equazioni frettolose fra cattolicesimo e pregiudizio omofobico. Sarebbe certamente poco simpatico soprattutto nei confronti dei bersagli primari di alcuni di questi arciconservatori (nonché omofobi militanti): ovvero quei credenti che declinano la loro fede con una generosa e a volte determinata volontà di combattere la discriminazione, l’emarginazione e il pregiudizio, certo non solo in tema di orientamento sessuale.

Ciò detto, alcune posizioni di Finnis sono, a mio avviso, semplicemente rivoltanti. Per quanto cerchi di rimanere sereno nel leggere, devo ammettere che si tratta di tesi che mi sembrano ispirate a una dura omofobia, che degrada chi le fa proprie assai più di quelli e quelle che da esse vengono direttamente o indirettamente offesi e offese.

Non importa, in questo senso, quanto si sia capaci di articolare teoreticamente la propria tesi, quanto si sia in grado brillantemente e finemente di argomentare una posizione. Va detto che le mie posizioni sull’argomento potrebbero risentire del fatto che, pur non essendo un attivista dei diritti gay, sono personalmente e politicamente coinvolto e impegnato sul punto, e ho scritto sull’argomento.

Finnis ha, fra l’altro (un punto non sollevato dagli studenti di Oxford), riconosciuto credibilità alle tesi di chi sostiene che è relativamente difficile (much less likely), per una donna stuprata, rimanere incinta; si tratta di una posizione che, a me non specialista, per quel pochissimo che ho orecchiato sull’argomento, risulta antiscientifica quasi quanto l’ipotesi della terra piatta.

"But it would be more realistic to acknowledge that the whole process of copulation, involving as it does the brains of the man and woman, their nerves, blood, vaginal and other secretions, and coordinated activity (such that conception is much less likely to result from rape) is biological through and through".

Ho trascritto la citazione per intero, e me ne scuso, perché Finnis si è lamentato dell’uso fatto di porzioni dei suoi testi citate fuori contesto; a me sembra però che il concetto espresso entro la parentesi sia, in questo caso, abbastanza chiaro. Giudichi il lettore, magari pensando a come si deve sentire una ragazza stuprata che si ritrova incinta, e con il padre e il fidanzato che leggono con fiducia un testo come questo.

Ora, per amor di tesi, si assuma che le posizioni di Finnis siano assimilabili a quelle di un terrapiattista antisemita: Finnis non è affatto antisemita, naturalmente, e non ho motivi di ritenere che egli metta in dubbio la sfericità del pianeta. Ma desidero evocare un worst case scenario. D’altra parte, l’omofobia e il razzismo sono mali morali e sociali certo non identici, ma sono anche accomunati da alcune caratteristiche importanti.

Anche così, anche nel worst case scenario immaginato, e pur apprezzando lo sdegno degli studenti, che meritano rispetto, non ritengo che un’iniziativa volta a chiedere la “rimozione” di Finnis sia da sottoscriversi.

In primo luogo, Finnis non è un membro effettivo dell’università in questione (Oxford: quello che succede a Oxford sembra sempre, per qualche motivo, degno di essere discusso in dettaglio), è un Emeritus Fellow dell’University College; viene invitato a dare il suo contributo, e i suoi corsi non sono obbligatori.

In secondo luogo, la libertà accademica è un bene meritevole di alta tutela, e come tutte le cose buone ha dei prezzi, a volte dolorosi (è particolarmente doloroso che a volte tali prezzi siano pagati in modo sproporzionato da membri di minoranze a rischio di discriminazione).

Neil Gorsuch (il giudice della Corte Suprema prima ricordato, voluto da Donald Trump) ha studiato con Finnis, ma nella vicenda che ha portato Anthony Kennedy alla Corte Suprema giocò un ruolo fondamentale Ronald Dworkin, un paladino liberal della libertà accademica. I diritti, inclusi i diritti delle minoranze, inclusi i diritti sacrosanti della comunità Lgbt, fioriscono anche grazie al riconoscimento di un set di libertà specifiche, fra le quali va annoverata la libertà accademica.

In terzo luogo, esistono modi alternativi a una petizione online, alla quale si può aderire con poco più di un clic frettoloso, per influenzare le scelte degli organi preposti alla programmazione didattica e scientifica di un Ateneo, anziché chiedere una “rimozione”. Si possono organizzare proteste e boicottaggi; si può chiedere l’attivazione di corsi sull’omofobia, da affidarsi a docenti gay friendly; e così via.

In quarto luogo, la compressione di una libertà è sempre pericolosa, e quando il genio è fuori dalla bottiglia sarà difficile eseguire quel complesso incantesimo che può costringerlo a rientrare. Potrebbero in fondo esserci, anche nel nostro Paese, uomini politici che sarebbero forse tentati di aderire ad analoghe richieste, se provenienti da una gioventù studentesca in ipotesi omofoba e forcaiola, e magari democraticamente espressasi su una piattaforma informatica, per sbarazzarsi di docenti tolleranti e liberal, accusandoli, faccio per dire, di “indottrinamento gender”.

Questi mi sembrano gli argomenti sui quali potrebbe valer la pena riflettere un poco. Non pretendo che siano conclusivi: altri potranno trovarne di alternativi, sintonici con, o contrari a, essi. Mi permetto di aggiungere notazioni a margine che non hanno reale peso argomentativo in un senso o nell’altro.

In quinto luogo, in teoria una particolare pietas si dovrebbe forse a quei docenti che cedono alla tentazione della mosca cocchiera. È certamente disdicevole, e triste, che la memoria di figure intellettualmente serie sia infine macchiata da cose del genere. Finnis si è irrigidito, negli anni, in posizioni sempre più militanti (ma mai prive di erudizione): non c’è dubbio che la sua dottrina, la potente New Natural Law Theory, non fosse fatta per essere ospitale nei confronti delle rivendicazioni Lgbt, ma la “guerra culturale” nella quale si è fatto coinvolgere ha poi avuto le sue crudeltà specifiche, non necessarie.

In sesto luogo, come si espresse una volta la senatrice Hillary Clinton, nessuno ha mai cambiato idea perché è stato costretto. Si deve discutere a oltranza, assumendo la buona fede dell’interlocutore; Finnis non ha mai deliberatamente prodotto fake news.

In settimo e ultimo luogo, non è il caso di regalare agli omofobi alcun odio. Essi già amano atteggiarsi a vittime: anche i bulli piangono. Qui non sto evidentemente parlando più di Finnis, che è esente da tali patetici vezzi, ma di chi potrebbe essere tentato dalla voluttà un po’ blasfema e meschina del blaming the victim – come se il problema non fossero le persistenti discriminazioni e gli attacchi omofobici in Occidente, i lager e i morti in Cecenia, le frustate in Indonesia o la pena capitale in varie parti del mondo, bensì le richieste irriverenti degli scapigliati studenti oxoniensi contro un prestigioso professore – o alternativamente le congiure radical chic, da parte di altri e meno rispettabili studiosi, sostenute da lobbies innominabili, ai danni di una maggioranza silenziosa che, forse, non esiste più.

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