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L'antisemitismo è fra noi
rubrica
  • Memoria /memorie

La settimana della memoria della Shoah è terminata con un retrogusto amaro: malgrado le tante iniziative, non possiamo non vedere che l’antisemitismo cresce fra di noi. Alessandra Veronese, docente di storia medioevale ed ebraica all'Università di Pisa, viene aggredita per strada a Roma da un uomo con la svastica tatuata sul braccio, che le sputa addosso credendola ebrea. Eden Donitza, studentessa di 18 anni, testimonia sugli episodi di antisemitismo di cui è stata vittima dall’età di 8 anni. Il tutto mentre il senatore M5S Lannutti invoca i Protocolli dei savi di Sion (senza che ciò provochi una levata di scudi nel M5S, né tantomeno il suo allontanamento), famoso falso antisemita creato dalla polizia segreta zarista nel secolo scorso e ampiamente utilizzato dai nazisti a fondamento della loro propaganda antisemita.

Battute razziste contro deputati di origine ebraica. Continue provocazioni antisemite negli stadi. Gruppi di estrema destra fascista che si mostrano alla luce del sole in manifestazioni di varia natura. Dobbiamo avere il coraggio di dire che anche in Italia la peste antisemita sta riprendendo piede. In Europa è sempre stato così: quando il clima si avvelena e gli spiriti si incattiviscono nell’odio e nel rancore, riaffiora costantemente la malabestia antisemita. Se il razzismo aumenta è sempre accompagnato da una crescita dell’antisemitismo. Vicenda orribile è stata quella dell’abbandono dell’aula del Parlamento bavarese da parte degli eletti dell’AfD – la nuova estrema destra sovranista tedesca – durante la celebrazione della Shoah. Ma revisionisti e negazionisti di ogni risma si rifanno sentire ovunque, anche nel caso di proteste sociali apparentemente puntate su altri obiettivi. Malgrado gli sforzi dei massimalisti della France insoumise di Mélenchon, crescono forme di antisemitismo anche all’ombra dei gilets jaunes francesi. I media d’oltralpe lanciano l’allarme soprattutto da quando – dopo il primo mese – i gilets si sono radicalizzati con azioni violente. In Francia la destra radicale sta cercando di cavalcare l’onda: i suoi siti sono consacrati ormai interamente al fenomeno e al contempo grondano di antisemitismo. L’idea è fare leva sulla parte ideologica che sta sotto la rabbia di alcuni contro le istituzioni democratiche, più che sulle ragioni sociali del malcontento. Gli esempi in cui gli slogan anti-Macron si mescolano a riferimenti antisemiti cominciano a divenire numerosi. Lo stesso presidente è preso di mira nelle manifestazioni per aver lavorato in gioventù alla banca Rothschild, come fosse marchio d’infamia. Il 12 gennaio un gruppo di gilets autoproclamati "giudeofobi" sono stati espulsi dal corteo a Parigi mentre invocavano "Dieudonné presidente!". Dieudonné è il controverso comico di origine musulmana già accusato di antisemitismo, che sul suo sito vende il suo "gilet" personalizzato.

Tutto si mischia anche nella collerica Francia del disagio. Lo scorso 19 gennaio per la prima volta i rappresentanti dell’estrema destra antisemita che partecipano alle manifestazioni si sono riuniti ufficialmente. Obiettivo: dare corpo con interpretazioni tendenziose alla sensazione di complottismo che emerge dall’universo confuso dei gilets jaunes. Non c’è nulla che non possa essere spiegato – secondo loro – con un complotto che la Francia "alta" ha messo in opera contro quella "bassa". Non c’è bisogno di Salvini per prendersela con Macron: lo fanno da soli. Ultimamente la destra ha sparso l’idea che il governo di Parigi volesse vendere l’Alsazia alla Germania (!) o il seggio di cui dispone al Consiglio di sicurezza dell’Onu, riuscendo a raggiungere i media seri. È come se l’estrema destra francese, da sempre ricca di sigle ma con poco seguito, avesse finalmente trovato un popolo da guidare. Una strategia simile a quella di Casa pound in Italia: cavalcare altre forze e altri scontenti. Non era accaduto nemmeno con la Manif pour tous e Sens commun, i movimenti dei cattolici moderati e di destra contro il matrimonio gay. La gran parte dei gilets jaunes rifiuta tali derive ma, in assenza di leader o rappresentanti e strutture, è facile da manipolare. La meccanica dei social media con i suoi hate speech ben si presta alla radicalizzazione. La delegittimazione dell’avversario è continua e lo ritrae come nemico del popolo. Gli estremismi europei utilizzano la presenza sulla rete costruita in questi anni, mettendola a disposizione di ogni protesta e inserendovi surrettiziamente i propri temi, tra cui l’antisemitismo. Ne sia consapevole anche chi cerca il contatto coi gilets in vista delle elezioni europee. Fare memoria della Shoah non può essere solo un fatto formale: serve a battere l’antisemitismo quotidiano che lentamente si espande.

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