Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Il prossimo presidente, se sarà democratico
rubrica
  • lettere internazionali

Primarie, presidenziali, midterm, primarie. La politica elettorale americana è un ciclo senza sosta e il giorno dopo le elezioni di mezzo termine eccoci a cercare di capire cosa ne sarà della disfida per la candidatura democratica a presidente. Coloro che hanno annunciato la costituzione di un comitato esplorativo sono tanti e altri ne arriveranno. L’anno in corso servirà per testare le acque, decidere se rimanere o meno in ballo, costruire l’infrastruttura della campagna, accumulare risorse. Questo è quel che serve per avere qualche chance di vincere le primarie più importanti della storia? L’enfasi è voluta: ammesso che giunga in fondo al mandato – e viste le notizie delle ultime settimane è concesso coltivare qualche dubbio – dopo 4 anni di Trump, agli americani e al mondo servirebbe un candidato forte, bravo, vincente e, poi, anche capace di fare bene il presidente degli Stati Uniti.

Per fare bene il presidente occorrerà però vincere primarie che si annunciano tra le più difficili di sempre. Almeno a gennaio 2019, quando i sondaggi ancora non dicono nulla di credibile e quando i candidati non sono ancora stati passati al setaccio né messi alla prova – che vincere un seggio alla Camera o al Senato o essere un miliardario di successo non è una prova.

Se dovessimo fare un elenco delle figure che hanno speculato su una possibile candidatura, esauriremmo la pazienza di chi ci legge: sono tanti, diversi tra loro, giovani e anziani, estremisti di sinistra (per modo di dire) e moderati, uomini, donne, bianchi, neri, rossi e tutto quanto c’è in mezzo. Proprio come la coalizione che ha portato il partito democratico a vincere le elezioni di mezzo termine dello scorso novembre.

Proviamo dunque a stabilire cosa sia necessario per avere chance di farcela. Sapendo però che quella forza e quella debolezza dipendono anche da dove sarà l’economia tra un anno, da come prenderanno forma le tensioni commerciali tra Washington e Pechino, la crisi coreana o l’Iran – e naturalmente il Russiagate e tutto quanto ruota attorno ai guai giudiziari del presidente Trump.

Per vincere le primarie non basta essere un buon candidato: la partita è nazionale, ma gli Stati hanno le loro composizioni demografiche, sociali, la loro economia, le loro fissazioni. E quel che un buon progressista vende bene in Ohio non si vende bene in California. Il senatore dell’Ohio, Sherrod Brown, ha per certo un appeal tra i lavoratori bianchi che nel 2016 hanno voltato le spalle a Clinton e porta in dote uno Stato storicamente cruciale – assieme alla Florida. La sua posizione sul commercio combacia in parte con quella di Trump, nel senso che dalle sue parti le fabbriche hanno chiuso dopo l’ingresso della Cina nel Wto e che Brown contro gli accordi commerciali ha scritto un libro. In California, Stato liberal, di sinistra, ambientalista, però si vive di globalizzazione e Brown difficilmente funzionerà.

Un candidato con un forte radicamento locale che abbia fatto bene nel suo Stato e possa portare la sua esperienza a Washington, dunque? Un tempo funzionava così e i governatori erano un bacino dove pescare presidenti. Da Obama in poi molto meno: il presidente democratico, i suoi avversari McCain e Romney, Clinton, Sanders e Trump sono tutte figure nazionali. Due figure così sono Joe Biden e Bernie Sanders. Tutti sanno chi siano – ed è un vantaggio iniziale cruciale – ma senza una buona idea, rischiano di venire sepolti dalla voglia di novità. Biden ha dalla sua la possibile promessa di fare il presidente dopo un minuto che siede alla Casa Bianca. Ma nonostante i toni populisti di cui è innegabilmente capace, l’ex senatore è piuttosto moderato in economia e piuttosto falco vecchia maniera sulle questioni internazionali – la gestione della crisi Ucraina è un buon esempio.

Un sondaggio Gallup e diverse rilevazioni del Pew Research Center segnalano come la base democratica sia più liberal (ovvero di sinistra) che mai: se nel 2008 i liberal tra i democratici erano il 38%, oggi sono il 51% (28%/46% per Pew). E di solito sono più militanti degli altri: donano più soldi, fanno più i volontari, votano di più alle primarie. A chiunque servirà quindi un profilo di sinistra per vincere le primarie. Questa evoluzione dell’ideologia della base Dem ha incoraggiato tanti campioni progressisti e liberal (che sono due cose diverse) a correre. E anche i più moderati dovranno scegliere almeno una grande questione sulla quale schierarsi in maniera netta. Diritto alla salute, salario minimo, Green New Deal, riforma del sistema penale, liberalizzazione della marijuana, debito studentesco, c’è di che scegliere. Con un potenziale problema: se la base Dem si è spostata a sinistra non è detto che altrettanto abbiano fatto le donne dei suburbs e gli operai bianchi che nel 2018 hanno voltato le spalle ai repubblicani. Alcuni temi declinati a sinistra funzionano anche per i moderati, ma quali? E raccontati come?

I politici con un passato avranno in questo senso più difficoltà: Biden critica se stesso su alcune scelte passate in materia di carcere duro (afroamericani) e molestie sessuali (donne: il caso Anita Hill, che accusò il giudice costituzionale Clarence Thomas di molestie e non venne ascoltata). Sanders ha invece l’handicap di non essere più l’eroe solo che si batte contro l’establishment. Funzionerà meglio l’usato sicuro o una nuova sfida radicale per unire la sinistra-sinistra? O questa si spaccherà in rivoli favorendo la vittoria di un candidato più moderato?

Elemento cruciale per vincere le primarie è la costruzione di una infrastruttura. Gli Stati vanno conosciuti, occorre cercare alleanze locali, endorsement, risorse, arruolare volontari, sapere che esempio fare in quella contea e che crisi locale citare nell’altra. Tutti coloro che ipotizzano una candidatura visitano gli Stati cruciali usando la campagna di mezzo termine come scusa. La prima candidata del “pack”, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, ha intessuto relazioni strette e arruolato nella sua campagna figure cruciali in Iowa, New Hampshire e South Carolina, i primi Stati dove si vota. In questo senso è più avanti degli altri.

Con un’avvertenza cruciale per il 2020: non solo le figure sono in maniera crescente nazionali, ma la geografia tradizionale delle primarie conterà meno a causa del rifacimento del calendario. Oltre che nei tre Stati appena citati si voterà presto a New York e il primo Super Tuesday (3 marzo) vedrà il voto in tre Stati con candidati forti: Texas, California e Massachusetts, Stati dove normalmente la battaglia delle primarie è relativa (la California in genere votava a giochi fatti, quando il campo dei concorrenti era ristretto a due). Dal Texas viene un candidato già annunciato, l’unico ispanico del gruppo, Julian Castro e il probabile Beto O’Rourke, che ha perso per poco il seggio senatoriale. Entrambi hanno delle falle in termini di profilo ideologico: cosa pensano davvero? Adatteranno le loro posizioni al mercato politico per poi venire infilzati dai media di sinistra che gli ricordano quella volta che hanno votato per la cosa sbagliata? Uno è un buon oratore, ha una storia da raccontare ed esperienza, l’altro è un personaggio con cui i giovani possono identificarsi. Ma forse fare una campagna in auto da underdog giovane in Texas non è la stessa cosa che portare una immensa carovana a Washington.

L’altra ragione per cui il voto nei primi Stati conta meno è l’altra infrastruttura: quella social. Che capacità di lettura dei big data avranno le campagne? Quanti follower? Che capacità di usare, parlare, mobilitare attraverso gli account Instagram e Facebook? Test fondamentale nel quale in diversi hanno già una buona esperienza. Tra tutti Sanders e Biden hanno un bagaglio pregresso ottimo. Beto O’Rourke ha invece la campagna contemporanea perfetta. È un nativo digitale e si vede. Ma ha lo stesso perso le elezioni. Warren e Harris sembrano aver trovato un buon modo di usare i propri account e hanno un seguito notevole.

Il primo Super Tuesday è ancora più importante per la California: un’altra candidata potenzialmente molto forte è infatti Kamala Harris, senatrice, ex procuratore generale dello Stato in guerra contro le lobby e la finanza. Figlia di un giamaicano e di una indiana, relativamente giovane, ottimista, sorridente ma procuratore generale dal pugno di ferro. Harris ha l’aria sempre sincera – una bella cosa – e qualche scheletro nell’armadio: alcuni casi in cui ha difeso casi discutibili in rappresentanza dello Stato e una rete di donatori miliardari, come chiunque venga eletto in California o a New York – quelli di Harris hanno il pregio di non lavorare a Wall Street. Obamianamente, credo, Castro, O’Rourke e Harris enfatizzeranno la freschezza delle rispettive candidature e punteranno molto sull’idea del “Ce la possiamo fare insieme, l’America ha bisogno di te, proprio di te”. Il Super Tuesday è anche il momento del Massachusetts di Warren, mentre la New York della senatrice Kristy Gillibrand avrà già votato. Tutte queste figure potrebbero fare buon bottino e, dunque, non ritirarsi in fretta come sarebbe capitato con il calendario tradizionale. Parlando di geografia, Warren ha buone chance in Iowa e in New Hampshire, che portano pochi delegati, peseranno di meno, ma sono pur sempre i primi Stati dove si vota.

Harris, Warren, Sanders, Gillibrand e Cory Booker, il senatore del New Jersey, hanno tutti votato contro le nomine di Trump, in maniera tale da non farsi trovare con le mani sporche. Booker, che su molte questioni appare molto liberal, ha però buone relazioni con la finanza (piuttosto presente in New Jersey) e con big pharma. Non una buon pedigree a sinistra. Ma aiuta a reperire risorse.

Le risorse sono l’altro aspetto fondamentale. Corteggiare i big donors facendo infuriare la sinistra o costruire una rete di decine di migliaia di piccoli donatori? O’Rourke ha i secondi, ma non è il solo. Harris ha raccolto 1,5 milioni in 24 ore, superando i risultati fatti da Sanders dopo il lancio della sua candidatura sia in termini di cifre che di numero di donatori.

Fin qui le componenti indispensabili per avere chance. Ma senza un messaggio chiaro e ben confezionato, un posizionamento capace di formare una coalizione (neri, ispanici, sindacati, giovani, donne, operai e così via) non c’è infrastruttura che tenga. Questa seconda parte attiene molto anche alle capacità del politico, al suo carisma. Chi farà l’Obama del 2020, nel senso che venderà la sua storia personale e chi lo farà vendendo la partecipazione come valore? E chi si presenterà come un costruttore di ponti capace di far tornare le istituzioni a funzionare? Chi punterà sull’emergenza climatica? Le campagne stanno formando ora i loro messaggi e li correggeranno. Ci sarà modo di osservarle.

Una cosa ancora: se ritenete di aver letto troppi nomi in questo articolo, sappiate che tra i candidati possibili non abbiamo menzionato alcune figure importanti e molte minori. E che il campo è destinato ad allargarsi molto. Con tutti gli enormi rischi del caso per i democratici.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI