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Trump, i Bush, il Partito repubblicano
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  • lettere internazionali

Il funerale di George H.W. Bush è stato un grande rito nazionale, avvenuto alla presenza dell’attuale presidente e di quattro ex presidenti. Le parole di elogio sono state accentuate dalla circostanza funebre, che ha smussato le problematicità della sua presidenza in materia di diritti civili, razza e politica estera. La sua figura politica ne è uscita edulcorata e l'ex presidente è stato ricordato come un gentleman pronto al compromesso, fedele alle procedure democratiche e alle alleanze internazionali.

Trump non ha dovuto bissare l’umiliazione del divieto di partecipare al funerale di John McCain, eroe nazionale del Vietnam e principale critico repubblicano del presidente, e si è lanciato in grandi lodi del defunto, come presidente "di solido giudizio e di intelligente leadership".

Ma l’apparente tregua tra il nuovo repubblicanesimo nazionalista e la super-dinastia reaganiana è stata solo apparente. Secondo molti osservatori politici e mediologici, il funerale si è risolto, invece, in un rito anti-trumpiano, come spirito di rivincita di un diverso repubblicanesimo, con il defunto come unificatore della nazione rispetto al trumpismo della divaricazione e della conflittualità.

Il buonismo dell’occasione funebre ha steso un velo sottilissimo sulla somma di male parole che i protagonisti si erano scambiati durante e dopo la campagna elettorale del 2016. "Basta con i Bush" era stata un'espressione chiave di Trump fin dal 2013. "Sono proprio ultra-stufo che se la prenda con la mia famiglia" aveva ribattuto Jeb Bush, ultimo rampollo della dinastia e potenziale candidato presidenziale, denunciando "la sua faccia tosta nel prendersela con mia madre, che invece è la donna più forte che conosco". "Allora dovrebbe candidarsi lei" aveva ribattuto Donald, visto che Jeb era un candidato "a bassa energia". Proprio Barbara, moglie di H.W. (la sigla popolare di Bush senior), aveva messo insieme una sfilza di contumelie contro Trump, definendolo "un comico" e "un attore da rivista".

Dopo il risultato elettorale, i Bush, molto ridimensionati, restavano tra i principali critici del nuovo presidente: "un pallone gonfiato", secondo il vecchio H.W., che aveva dichiarato di aver votato Hillary nel 2016. George W. denunciò invece il suo "nazionalismo distorto in nativismo". Trump, che si vanta di aver battuto due dinastie politiche, i Bush e i Clinton, ha ridicolizzato la frase bandiera della presidenza di H.W, aggiungendo "possibile l’abbia detta un repubblicano?"

Perché era in gioco, infatti, l’anima del partito repubblicano. Al fondo della "Bush nostalgia" c’è, a detta del giornalista Jon Allsop, il tentativo di rivendicare il reaganismo beneducato di un Partito repubblicano prima dominato dai Bush e poi cooptato da Trump. Contro le tirate anti-establishment di Donald, il trapasso di H.W. è stato una celebrazione della "Eastern élite" bipartitica, cresciuta nelle università d’eccellenza e nei clubs esclusivi, che ha dominato per decenni la politica di Washington.

Si è trattato del puro vagheggiamento di un’età dell’oro mai esistita, oppure è il sintomo di un Partito repubblicano non tutto omogeneizzato sulle posizioni di Donald? Fino alle elezioni di medio termine, l’interpretazione di un partito saldamente trumpiano era nettamente prevalente. Adesso, con la riconquista democratica alla Camera e l’inizio turbinoso della convivenza, la questione è più complicata. Gli sbocchi incerti dello shutdown del governo e il suo impatto sull'opinione pubblica potrebbero generare un sostegno repubblicano meno limpido alla Casa Bianca. Otto deputati repubblicani hanno sostenuto i tentativi democratici di riaprire agenzie governative e pagare gli stipendi con singole leggi ad hoc. Si tratta soprattutto di politici di Stati dove si è registrato un trend filodemocratico alle ultime elezioni intermedie e che temono che l’identificazione con Trump renda difficile la loro rielezione nel 2020. Si sentono voci critiche della centralità divaricante attribuita alla questione del Muro. L’ex candidato presidenziale repubblicano Mitt Romney, ora senatore dello Utah (eletto con l’aiuto di Trump), ha pubblicato un duro attacco personale al presidente, proponendosi come il nuovo McCain.

Il  nuovo Congresso si è appena insediato e la confusione sui suoi nuovi indirizzi prevale. Inoltre, i colpi di scena si succedono rapidamente e questo scritto appena pubblicato sarà di certo obsoleto. C’è solo un punto su cui tutti gli osservatori concordano: è cominciata, a vele spiegate, la campagna presidenziale.

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