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Cartolina da Trento
Il genere a scuola: prove tecniche di inquisizione
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Nel corso dell’ultimo decennio la provincia di Trento ha rappresentato un interessante e innovativo laboratorio per le politiche di genere e di pari opportunità rispetto allo scenario nazionale, anche grazie a un’attiva collaborazione con l’università. Una delle iniziative più significative è stata l’attivazione, a partire dal 2010, di un progetto di educazione alla relazione di genere, basato su attività formative realizzate con genitori, insegnanti e studenti per insegnare il rispetto nelle relazioni tra uomini e donne, con il fine ultimo di prevenire violenza e discriminazioni. Tali corsi hanno coinvolto nel tempo decine di scuole, centinaia di insegnanti e migliaia di ragazze e ragazzi, ricevendo molti riscontri positivi e una crescente domanda da parte degli istituti scolastici.

L’iniziativa avrebbe dovuto partire anche quest’anno. In questione erano cinque percorsi di formazione – due rivolti a docenti, uno per i genitori, due per le classi delle scuole secondarie di primo e di secondo grado – sui temi delle pari opportunità. Ma durante la pausa natalizia la nuova giunta provinciale, insediata da alcuni mesi, ha comunicato pubblicamente l’intenzione di sospenderli. Nella lettera con cui l'assessora alle politiche sociali sospendeva i corsi il provvedimento veniva così giustificato: "si ritiene necessario verificare la piena coerenza dei contenuti educativi dei percorsi con le aspettative delle famiglie rispetto ai valori che la nuova giunta intende perseguire". Nelle comunicazioni pubbliche, si faceva in particolare riferimento al fatto che in una scuola della provincia fosse stato utilizzato un libro di Bianca Pitzorno, Extraterrestre alla pari (un libro che in realtà non aveva nulla a che fare con questo progetto) e alla generica esistenza di lamentele, non ben documentate, da parte di alcuni genitori per la diffusione di una fantomatica “teoria gender” tra i bambini.

La decisione di sospendere i percorsi formativi è stata presa senza consultare preventivamente i vari soggetti coinvolti nel progetto (tra cui l’Università, la commissione provinciale Pari opportunità e le formatrici: non sono state chieste informazioni sui contenuti dell’iniziativa, né si è presa visione dell’ampia documentazione prodotta nel corso degli anni. Per questa ragione, a distanza di alcuni giorni dalla sospensione, e a fronte delle notizie confuse e pretestuose che stavano circolando sui media, le formatrici hanno pubblicato un comunicato in cui offrivano alla giunta provinciale la loro disponibilità per un incontro in cui descrivere i contenuti e gli obiettivi dei percorsi. La prima conseguenza del comunicato è stata l’avvio di un'attività investigativa da parte di alcuni consiglieri sulle formatrici, che ha incluso anche il vaglio delle loro pagine Facebook (con l’invito ai loro seguaci a fare altrettanto). Uno di loro, il consigliere Cia, in una nota osservava: "Purtroppo è evidente che nelle nostre scuole c’è un problema culturale, dal momento che una parte della classe politica e dirigente le ha scambiate per luoghi dove instillare agli studenti pensieri ideologici", aggiungendo: "Nei profili Facebook di queste persone si può notare che ci troviamo di fronte a dei veri e propri attivisti politici che promuovono pensieri fuorvianti capaci di minare l’equilibrio dei nostri ragazzi." Questa affermazione veniva illustrata con vecchi post delle formatrici riguardanti attività e opinioni personali, come una serata teatrale, il sostegno a un Gay Pride, l’esultanza per le vittorie della (multietnica) squadra italiana di pallavolo, il supporto all’ipotesi di legge sullo ius soli e l’importanza di evitare la trasmissione di stereotipi di genere tramite i giochi destinati alle bambine.

Di fronte ad una atteggiamento di stampo così marcatamente inquisitorio mi è parso opportuno reagire pubblicamente e ho pensato che la strada più efficace fosse quella di una sorta di “autodenuncia” pubblica – proprio attraverso il canale Facebook. Nel testo ho confessato che al “Dolomiti Pride” c’ero anch’io, con altri diecimila trentini, che anche io, potendo scegliere, sosterrei il diritto di bambini nati in questo Paese da genitori che vi risiedono da anni ad avere la cittadinanza italiana. E che, ebbene sì, non solo ho seguito la finale dei mondiali femminili, ma anche le partite precedenti. Ma che avrei potuto confessare anche fatti più gravi se necessario. Ad esempio di aver dedicato molto del mio lavoro di studio e ricerca ai temi dell’inclusione e delle pari opportunità, occupandomi di differenze di genere, generazione, etniche, religiose e finanche di orientamento sessuale. Di aver coordinato iniziative di inclusione per studenti rifugiati in università e, nel mio tempo libero, di aver persino fatto esperienze di volontariato con persone disabili. Di aver avuto contatti con il mondo politico, partecipando ai lavori della Consulta trentina per l’autonomia, in rappresentanza di quelle pericolose incubatrici di attivismo che sono le associazioni culturali. Di avere frequentazioni con persone non trentine, altre addirittura non italiane, alcune diabetiche, altre (sempre di più) presbiti, altre omosessuali, molte impegnate nel volontariato, alcune con la pelle scura, altre con la pelle gialla, di avere persino un amico albino e una figlia celiaca. Di avere, tra le mie conoscenze, alcuni uomini che cucinano e alcuni che sanno cucire, così come alcune donne che giocano a rugby e altre che sanno riparare motori. Di aver letto alle mie figlie libri di Bianca Pitzorno, Daniel Pennac, Marie-Aude Murail e finanche uno di Anna Frank; e di aver regalato loro giochi scientifici e di azione, piuttosto che bambole. Infine, ho confessato che ai miei studenti parlo di temi sovversivi come l’equità di genere e il rispetto delle diversità, contribuendo a diffondere la pericolosa consapevolezza che le discriminazioni e gli abusi non rappresentino un destino naturale.

All’ammissione pubblica di questi “peccati” ha fatto seguito una grandissima e imprevista mole di messaggi di supporto e condivisione. Ma anche qualche prevedibile attacco. Tra questi alcuni insistevano sulla mia inadeguatezza "come insegnante" perché chi insegna non dovrebbe avere e manifestare opinioni politiche. Altri sulla pericolosità sociale degli esponenti della “teoria gender”. Lo stesso consigliere Cia è intervenuto con una dichiarazione in cui sottolineava che per poter intervenire su questi temi avrei dovuto candidarmi alle elezioni.

Al di là del fatto che è curioso che un rappresentante delle istituzioni possa sostenere che solo chi è stato eletto abbia diritto di parola su temi politici, quanto è avvenuto offre un'interessante rappresentazione del cambiamento in corso sul territorio della provincia di Trento rispetto a temi e questioni che sembravano consolidati, in particolare per quanto riguarda le tematiche di genere e l’orientamento verso la consapevolezza dei rapporti di genere nei contesti educativi.

A fronte di questi orientamenti emergenti, vale la pena di ribadire che l’attenzione al genere non rappresenta una pericolosa deviazione, né uno sfizio ideologico di chi, come me, si occupa di mercato del lavoro (rispetto all’accesso, alla conciliazione famiglia-lavoro, alle carriere, alle discriminazioni e alle molestie…). Di chi pensa che scuola e  università debbano sviluppare conoscenza e valorizzare i talenti, limitando il condizionamento di altre caratteristiche. Anche e proprio in quanto docenti. Come molti sanno, infatti, la parola educare deriva dal latino e-ducere, che significa tirare fuori. Tirare fuori i talenti che le persone hanno dentro a prescindere da fatto che si abbia un corpo di donna o di uomo, senza doversi assoggettare alle aspettative sociali dominanti in una particolare cultura. La possibilità, dunque, per una ragazza di diventare astronauta, se lo desidera, come Samantha Cristoforetti, che è nata proprio in Trentino, e per un ragazzo di diventare infermiere, se sente che è la sua vocazione, come ha fatto lo stesso consigliere Cia, senza incontrare resistenze o essere oggetto di scherno e discriminazione.

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