Rivista il mulino

Content Section

Central Section

Send to Kindle
La lettura data da Sergio Mattarella al ruolo del presidente della Repubblica è un dato confortante in una fase politica di grande incertezza
Ma c’è un ottimo arbitro
rubrica
  • Identità italiana

In un fine anno più che complicato il presidente della Repubblica si è trovato due volte nell’impegnativa condizione di dover rendere noto alla classe politica e al Paese che non gli sfuggiva la particolare delicatezza della contingenza che l’Italia attraversa. Certo ogni presidente ha il suo stile e soprattutto il contesto pesa in maniera assoluta. Se vogliamo assumere la metafora che lo stesso Mattarella usò nel suo discorso di insediamento, quella dell’arbitro che deve presiedere all’ordinato svolgimento della partita, bisognerà pure ricordare che ogni partita è un evento a sé ed è con essa che l’arbitro deve confrontarsi.

Lo diciamo perché sarebbe ora di invitare a riflettere tutti quei critici dissennati che durante la presidenza Napolitano discettarono a vanvera sulle presunte interferenze politiche del Quirinale, sino a coniare la nota e poco seria storiella su “re Giorgio”. Una presidenza della Repubblica “notarile” come si amava dire una volta non è immaginabile se non in presenza di un sistema politico dotato di un equilibrio consolidato e gestito nella consapevolezza di ciò dalle forze politiche in campo.

Purtroppo è una condizione che il nostro Paese non conosce più da molti decenni, ma se in tempi lontani il tramonto degli equilibri storici si concretizzò in competizioni interne al quadro delle forze politiche tradizionali che avevano fondato la Repubblica, dal 1994 è divenuto evidente che il tema era quello del nascere di un nuovo quadro dove l’equilibrio andava ricercato fra forze che cercavano di presentarsi come diverse rispetto alla storia precedente. 

È in questo contesto che i vari inquilini del Quirinale, da Scalfaro a Mattarella, si sono trovati costretti ad assumere un ruolo di “presenza” nella gestione del turbinio che portava più che alla circolazione delle élite alla rotazione senza contesti di riferimento di componenti che ambivano ad assumere il ruolo delle élite in decadenza.

Naturalmente ogni fase di questa storia che copre ormai un quarto di secolo ha avuto caratteristiche proprie e questo ha portato i presidenti della Repubblica a cercare di dare una loro interpretazione a quanto avveniva e a cercare di conseguenza di spingere le forze in campo a prendere coscienza di quello che essi ritenevano essere il quadro entro cui si poteva cercare una stabilizzazione della transizione politica.

Se non si tiene conto di questo non si capisce il ruolo del Quirinale, che naturalmente non è solo quello, ovviamente fondamentale, della personalità al vertice dello Stato, ma anche quello che nasce dal concorrere di analisi, informazioni, lavoro di staff, personalità di riferimento che offrono al presidente il materiale su cui elaborare il suo intervento.

Bene, nel caso specifico degli ultimi interventi di Mattarella, l’obiettivo principale del presidente appare essere quello di salvaguardare il tessuto di convivenza della nazione Italia. Non sarà sfuggito che spesso egli ama ricordare i suoi incontri col “Paese profondo”, a volte personificato anche da ragazzi e giovani, perché questo gli appare lontano dalle asprezze (chiamiamole così) della lotta politica. Non è una novità: lo faceva molto spesso Ciampi, amava farlo anche Napolitano: sottolineavano il distacco fra una lotta politica di fazioni e un sentire diffuso che non si riconosceva nelle zuffe dei talk show. Tuttavia oggi questa dimensione assume un rilievo nuovo, perché indubbiamente il Paese, come racconta anche l’ultimo rapporto del Censis, è largamente preda di un clima di risentimento generale che non di rado sfocia in qualcosa di peggio.

Mattarella si pone dunque un duplice obiettivo, o almeno questo è quanto credo di vedere nei suoi due ultimi interventi: il discorso del 19 dicembre alle Alte cariche dello Stato e quello di Capodanno alla nazione. Da un lato prosegue in un’opera pedagogica che vorrebbe richiamare l’attuale classica politica a considerare il peso e la responsabilità di un “lavoro” che non è quello dell’agitatore di piazze mediatiche. Dall’altro vuole ricordare ai cittadini che condividono un “destino comune” e che le lotte di fazione (parola che Mattarella non usa, attento all’utilizzo di un linguaggio che sia il meno possibile divisivo) non devono attirarli nel loro gorgo, perché così si finirebbe per essere tutti perdenti.

Non sono certo interventi da “notaio” e del resto nel mutamento di equilibri politici che si è generato dopo l’esito delle elezioni del 4 marzo 2018 il Quirinale ha cercato di svolgere un ruolo di garanzia dell’assetto costituzionale che andava al di là della tutela del formalismo della Carta per ricordare l’esistenza di quella “costituzione in senso materiale”, che non è, come credono in troppi, l’assetto di potere determinato dalle maggioranze occasionali nei parlamenti, ma è lo spirito profondo in nome del quale la nostra Carta ha costruito una democrazia capace di confrontarsi col tumulto dei tempi.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI