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Dalla ribellione per le tasse all’empowerment politico
Gilets jaunes: troppo poco, troppo tardi
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Il movimento dei "gilets jaunes" ha radici molto profonde nella politica francese. È, allo stesso tempo, il terminale dei cambiamenti sociali che hanno avuto luogo dagli anni Cinquanta e il sottoprodotto diretto delle ultime elezioni presidenziali, il risultato del nuovo ambiente politico che è stato creato, ma anche dell’incapacità delle istituzioni della V Repubblica di assorbire, dare un senso e rispondere adeguatamente alle richieste di nuove forme di democrazia e di rappresentanza. Quella che era iniziata come una ribellione fiscale sul prezzo della benzina diesel si è trasformata in una messa in discussione della legittimità degli organi eletti e nella ricerca di forme più dirette di espressione politica, come il referendum o le assemblee dei cittadini per supervisionare l’esecuzione delle leggi.

Di fatto, il movimento trae origine da alcune questioni che si possono così riassumere.

La rapida urbanizzazione della Francia negli anni Cinquanta e Sessanta, innanzitutto, che portò alla trasformazione radicale del territorio francese, in particolare intorno alle aree metropolitane con migrazioni prima verso la periferia, e più tardi verso i sobborghi periferici (in francese "le péri-urbain"). A questo si è accompagnato un graduale ridimensionamento di una classe operaia il cui status nella società era via via diminuito e il cui reddito ristagnava, insieme alla dissoluzione dei tradizionali sistemi di solidarietà. La riduzione delle entrate per le aree metropolitane rendeva sempre più difficile mantenere e rinnovare le abitazioni sovvenzionate ai margini delle città e, di conseguenza, incoraggiava chi poteva a trasferirsi nei sobborghi periferici, che offrivano una migliore qualità della vita e costi inferiori rispetto ai centri cittadini.

Vengono poi i tagli di bilancio al servizio pubblico. Essi hanno portato "l’État" (il governo, lo Stato) a ritirarsi progressivamente dalle banlieue e a concentrare le risorse sui centri metropolitani: ciò ha portato ad avere meno polizia e un costante senso di insicurezza nei luoghi più decentrati, meno scuole e uffici postali, oltre a un accesso limitato ai servizi sanitari. Il governo stava fallendo nella rivalutazione delle banlieue nelle sue tre missioni principali: fornire un’istruzione di pari qualità su tutto il territorio francese (l’unica strada per una mobilità economica ascendente); proteggere la salute dei cittadini; mantenere l’ordine pubblico. Contemporaneamente è cresciuta la dipendenza dal trasporto privato, dal momento che gli abitanti delle banlieue per avere accesso ai servizi hanno dovuto iniziare a muoversi più spesso e più a lungo.

La necessità di passare a modelli energetici meno dipendenti dai combustibili fossili ha portato a stigmatizzare il diesel, il combustibile che le politiche fiscali degli anni Sessanta avevano preferito rispetto ad altri. Nel momento in cui la differenza di prezzo tra il diesel e la benzina si è via via ridotta, i gilets jaunes, che preferivano il diesel semplicemente perché costava meno, si sono accorti della beffa di un governo che li tassava sui loro “mostri” alimentati dal diesel, abbandonandoli su un punto cruciale, la possibilità di salire un gradino della scala sociale.

Tutti questi fenomeni erano da tempo in corso e precedono l’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron. Ciò che è cambiato a partire dal giugno del 2017 è il fatto che il gruppo di persone che stavano vivendo in prima persona i cambiamenti sociali, rispetto ai quali non avevano alcun controllo, si sovrapponeva quasi perfettamente a quel 56% di elettori francesi che non avevano votato per Macron (o lo avevano fatto al secondo turno solo per evitare Marine Le Pen). Questo gruppo comprendeva anche quei cittadini elettori che Céline Braconnier ha chiamato “les inaudibles” (coloro che non possono essere ascoltati), persone che, per tutta una serie di motivi legati alla mancanza di capitale economico e culturale, si sono allontanate dalla socializzazione politica.

Le caratteristiche del movimento dei gilets jaunes sono state descritte adeguatamente: non hanno, e non vogliono, leader, rappresentanti, delegati o portavoce; sono totalmente sprezzanti nei confronti dei partiti politici e dei sindacati e temono soprattutto “la récupération” (lo sfruttamento o la manipolazione del loro movimento da parte di organizzazioni di parte); le loro richieste comprendono una riforma fiscale che implichi un salario minimo più elevato, la reintroduzione di una tassa sulle famiglie ricche (“Impôt de solidarité sur la fortune”, Isf), la diminuzione delle tasse per i pensionati, l’aumento della tassa sul carburante per gli aviogetti, ma anche l’annullamento degli 80 chilometri orari come limite di velocità sulle strade nazionali, l’abrogazione del nuovo sistema di ispezione per le auto, l’adozione del suffragio proporzionale nelle elezioni parlamentari e un referendum su ogni problematica.

Il loro unico slogan è "Macron démissionne", a volte accompagnato dalla richiesta di nuove elezioni parlamentari o dalla promessa di presentare una propria lista alle elezioni europee del 2019.

Tutte queste caratteristiche puntano tutte nella stessa direzione: il movimento dei gilets jaunes non è solo una spontanea rivolta fiscale simile al “Poujadisme” degli anni Cinquanta; non è solo uno scontro tra rurale e urbano, o una guerra tra chi ha e chi non ha capitale culturale; non è solo una sollevazione di stampo populista, nazionalista e protezionista contro un’élite sorda, imbevuta dei valori dell’integrazione europea e della globalizzazione; non offre una scelta netta tra lavoro e ambiente. I gilet jaunes possiedono alcuni tratti di tutti questi movimenti, ma non possono essere in alcun modo inclusi in alcuno di essi. Ciò che hanno in comune, però – come si può ben vedere nelle loro stesse richieste, nei loro slogan e nella loro organizzazione – è il desiderio di una rappresentanza governativa “reale”" e di nuove forme di democrazia.

Tutto ciò rende impossibile la fine del movimento. Lo scorso 10 dicembre, il presidente Macron ha annunciato tutta una serie di misure destinate a placare la protesta e a ristabilire l’ordine nel Paese: l’aumento dal 1o gennaio 2019 delle tasse sulla benzina non è stato semplicemente sospeso, ma è stato annullato; il salario minimo dovrebbe aumentare di 100 euro; la tassa addizionale per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese dovrebbe essere annullata, le aziende del settore privato sono state fortemente incoraggiate a pagare ai dipendenti uno speciale bonus di fine anno… Tuttavia la maggior parte dei manifestanti sulle rotonde alla prima periferia delle città francesi ha dichiarato la stessa cosa: “troppo poco, troppo tardi”. La ragione è semplice: una serie di adeguamenti tecnici nelle leggi fiscali non equivale a ciò che i gilets jaunes vogliono veramente: una riforma costituzionale che li renderebbe finalmente “audibles” nella Repubblica francese. Rappresentati e autorizzati.

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