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I rifiuti siamo noi
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  • Identità italiana

«Maggio-giugno 2007. La Campania è invasa dai rifiuti. La “monnezza” arriva ai piani alti delle case. Le fotografie fanno il giro dell’Italia, e non solo, recando un danno incommensurabile all’immagine di Napoli e della regione».

A undici anni dalla crisi che mostrò al mondo la Campania invasa dai rifiuti, la “monnezza” è tornata sulle prime pagine. Salvo scomparire dopo pochi giorni di polemica e qualche uscita più o meno improvvisata da parte dei due vicepresidenti del Consiglio. «Quella della gestione dei rifiuti in Campania è una lunga storia, assai complessa e difficilmente districabile»: così scrivevamo sul “Mulino” nel numero 1 del 2008 nell’introdurre il saggio di Gabriella Gribaudi, che illustrava entrando nei dettagli gli effetti devastanti, non solo per quanto riguarda l’ambiente e la salute, di una lunga vicenda in cui si intrecciavano malgoverno, cultura malavitosa e grandi interessi. Rileggere quell'articolo oggi colpisce, purtroppo, per la sua attualità. A nulla sembrano essere serviti i risultati delle indagini della magistratura e le prove dei danni gravissimi alla salute.

Ma quello dei rifiuti è un problema che non riguarda solo la cosiddetta “terra dei fuochi”. Indagini della magistratura su collusioni tra grandi imprese e malavita organizzata e su forme di smaltimento pericolose non hanno segnato soltanto il Mezzogiorno. Si pensi, ad esempio, ai lavori della autostrada Bre-Be-Mi, durante i quali rifiuti pericolosi sono stati nascosti sotto il manto stradale.

Senza volerla per forza prendere troppo alla lontana con il rischio di perdere di vista il cuore del problema, produzione e smaltimento dei rifiuti vanno considerati come un unico, grande tema che nelle società post-industriali mette in discussione la civiltà ancora prima del civismo di un popolo, chiamando in causa questioni propriamente culturali. Un tema che può essere letto secondo l’ottica dei beni comuni che, da luogo a luogo, sono intesi di volta in volta in maniera profondamente diversa. Cosa è mio e cosa non lo è? Laddove manca la consapevolezza, vorrei dire quasi spontanea, che il bene pubblico – sia esso una strada, un treno, uno spazio verde – è mio perché è di tutti, sostituita dal sentimento opposto – non è di nessuno, quindi non è neppure mio – manca l’idea che le nostre scelte quotidiane hanno un impatto anche sugli altri. Questi due approcci diametralmente opposti si possono ritrovare anche parlando di rifiuti, tanto nella produzione quanto nel loro smaltimento. Altrove si registra una maggiore attenzione nelle scelte di consumo; l’imballaggio, la spedizione, la riciclabilità dei materiali hanno una parte nel decidere che cosa acquistare. Tale consapevolezza trova riscontro anche in alcune buone pratiche messe in atto da anni nella grande distribuzione organizzata. Mentre in Italia si discute appassionatamente del prezzo dovuto per i sacchetti in mater-bi per l’ortofrutta, in molti Paesi europei è lo stesso supermercato a invitarti a differenziare gli imballaggi, con postazioni predisposte subito dopo le casse.

All’inizio degli anni Novanta, mentre ero ospite di amici a Zurigo, notai all’angolo sotto casa loro mucchi di immondizia. Chiesi conto di quei sacchi in strada nella ricca Zurigo, tutti uguali, bene ordinati, ma pur sempre sacchi di rifiuti. Mi venne spiegato che ogni famiglia aveva l’obbligo di raccogliere i propri rifiuti in determinati sacchetti, e solo in quelli. I sacchi, il cui costo variava da cantone a cantone, dovevano essere lasciati ben chiusi in determinati punti della strada, solo in certi giorni e a determinate ore. Solo molti anni dopo la raccolta Porta a porta arrivò anche in Italia. Oggi questo sistema è adottato da molti comuni italiani, spesso in presenza di consorzi locali per la gestione della raccolta e l’invio al trattamento. E poco alla volta sta arrivando la tariffazione puntuale (meno rifiuti produci meno paghi, e viceversa), con risultati evidenti anche in termini di quantitativo di rifiuto prodotto. Come documentato ogni anno da Legambiente sin dal 1994, un sistema che solo una decina di anni fa veniva visto come possibile solo nei comuni più piccoli e nelle aree extraurbane, oggi è sempre più adottato, con risultati sia sul fronte della percentuale di differenziata (l’obiettivo minimo è, o meglio sarebbe, quello del 65%) sia in termini di quantità complessiva di rifiuti prodotti da ogni abitante, con una riduzione progressiva. Meno rifiuti e sempre meno rifiuto indifferenziato. Poco alla volta, anche grazie agli obiettivi posti dalle normative europee, è cresciuto il numero dei comuni cosiddetti “Rifiuti free”, dove tutto ciò che viene gettato viene anche riciclato. In pratica non servono discariche né, in presenza di impianti di trattamento, servono inceneritori. I comuni di questo tipo sono ormai più di 500, per un totale di quasi tre milioni e mezzo di cittadini. Nell’ultimo anno la crescita maggiore è stata al Sud, che è passato dal 10 al 15% di comuni virtuosi. (I dati del rapporto 2018 sui cosiddetti “comuni ricicloni” sono, come sempre accade per le ricerche di Legambiente, disponibili in rete, con molte informazioni anche per quanto riguarda il trattamento dei diversi tipi di rifiuto e i relativi consorzi.)

L’attuale esecutivo giallo-verde ha dedicato un paio di righe al tema dei rifiuti nel “contratto di governo”, citando come obiettivo proprio i “rifiuti zero”. Poi, alla prima seria crisi nella raccolta, si è diviso impostando il dibattito intorno agli inceneritori. Salvini ha assicurato che ogni provincia avrà il suo; Di Maio ha sostenuto che anche quelli attualmente in uso, dai più obsoleti ai più recenti, sarebbe stato cancellato. Un confronto paradossale dove, ancora una volta, il leader leghista accarezza il buon vecchio senso comune da bar (“meglio bruciare i rifiuti in strada o in un termovalorizzatore?”) e Di Maio lancia proposte irrealizzabili e controproducenti, mostrando di non conoscere i problemi ma di muoversi soprattutto per slogan. E ancora una volta il primo sa muoversi per cercare consenso a basso costo.

Ma la questione rifiuti dovrebbe essere affrontata con la consapevolezza di tutte le difficoltà (e le opportunità) che essa comporta, e non a colpi di slogan. Irrealistico immaginare di chiudere inceneritori e termovalorizzatori presenti sul territorio italiano, per quanto non sia vero che il loro impatto sulla salute sia nullo). Per di più oggi che, a differenza della crisi del 2007, la Cina ha chiuso le importazioni di rifiuto secco dall’Europa e, di conseguenza, l’Europa ha chiuso a noi.

Anche in questo ambito gli amministratori della cosa pubblica si trovano a fare i conti con le cattive abitudini dei singoli, consolidatesi nel corso di decenni. Tuttavia i risultati raggiunti in molti i comuni, non soltanto al Centro e al Nord, devono indicare la strada. Queste esperienze virtuose insegnano che anche per i rifiuti, esattamente come nella viabilità o nell’edilizia scolastica, è possibile per un’amministrazione compiere azioni di buongoverno che possono incidere positivamente su una diffusa cultura civica della cittadinanza, incentivando buone pratiche anche sul fronte delle scelte di consumo e della produzione di rifiuti che ne deriva. Come insegnano i casi di molte città europee, infatti, la faticosa opera di differenziazione domestica nel medio periodo porta anche la grande distribuzione a preferire certi imballaggi ad altri. Inoltre, se devo obbligatoriamente raccogliere in casa la plastica accumulata con le mie scelte di consumo, perché dovrei acquistare acqua minerale in plastica?

Molta è la strada da fare. Ed enormi sono le differenze tra le diverse aree del Paese. Ma anche per questo sarebbe auspicabile un’azione di stimolo da parte del governo centrale che, al di là delle polemiche di un giorno, incentivi le buone pratiche. Senza un impegno di questo tipo, la gestione dei rifiuti continuerà ad essere trattata ancora a lungo come “emergenza” e a rappresentare un settore sempre più appetibile per il crimine organizzato, soprattutto in alcune aree.

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