Rivista il mulino

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Dal numero 5/18
Le migrazioni dall’Africa
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Lo Stato africano indipendente nasce come una realtà forte, accentratrice e autoritaria. Il potere si concentra attorno a poche élite (nella definizione africana: i clan/le famiglie/i lignaggi più importanti), strette a loro volta attorno al «capo», in genere il «presidente fondatore» o il «rifondatore» della Repubblica. Attorno al capo agiscono le rivalità dei vari clan, sia quelli già autorevoli, sia quelli che vogliono emergere. Il miglior capo è colui che sa creare attorno a sé un equilibrio stabile tra le varie dispute (fazioni?).

In tale contesto di alleanze, dall’inizio degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Ottanta, il potere reale del sistema risiede nella capacità dello Stato (e di chi lo dirige) di distribuire risorse e prebende. Lo Stato è tutto: rappresenta non solo l’ordinatore della vita sociale, ma anche l’economia, intesa come impiego pubblico. L’unico vero sbocco lavorativo per i giovani è entrare nella «funzione pubblica». Nel corso degli
anni, la burocrazia statale africana diviene sempre più esorbitante: una forma di controllo pervasivo, ma anche un metodo di redistribuzione.

La scuola per tutti – indubbiamente un grande successo dell’Africa indipendente – immette i ragazzi nella carriera pubblica, secondo un piano regolato in precedenza. Anche l’economia è statalizzata, in genere non secondo un modello socialista o comunista (salvo che in quei Paesi dove prevale l’afro-marxismo), ma secondo uno schema produttivista, legato ai mercati europei e occidentali delle materie prime, e da questi ultimi sovvenzionato. Ciò che è stato impiantato durante la colonizzazione viene portato alle sue massime conseguenze: ogni Paese deve specializzarsi in una-due produzioni che servono al mercato europeo (e occidentale). Ciò crea una situazione di dipendenza economica legata ai costi della materia prima e ai bisogni della ex metropoli: il nuovo Stato africano indipendente, di conseguenza, agisce creando grandi agenzie governative che trattano le esportazioni, fuori dalle quali non è possibile quasi nessun commercio. Il ruolo dei privati si riduce alla partecipazione nelle filiere produttive ufficiali e sovvenzionate.

Anche sulla proprietà della terra si resta in mezzo al guado: convivono due sistemi all’apparenza contraddittori, quello moderno della compravendita del terreno e quello tradizionale della proprietà collettiva degli autoctoni o del clan. Ogni qualvolta sorge un conflitto su questioni fondiarie, lo Stato fa giocare uno dei due registri, a seconda della convenienza.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 5/18, pp. 874-884, è acquistabile qui]

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