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Dublino, 2/11/2018
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  • lettere internazionali

Una rivoluzione tranquilla. Il 18 settembre Michael D. Higgins, presidente della Repubblica irlandese, ha firmato il trentaseiesimo emendamento della Costituzione repubblicana, che abolisce l’ottavo emendamento in ottemperanza al risultato del referendum tenuto lo scorso maggio. Il successo della campagna Repeal the Eighth ha portato a eliminare l’articolo 40.3.3 della Costituzione, che conferiva lo stesso diritto alla vita al feto e alla madre: per la prima volta nella storia dell’isola si apre la strada ad aborti legali e sicuri.

Parecchio tempo fa, il grande sociologo americano C.W. Mills aveva segnalato l’importante differenza tra difficoltà private (che riguardano gli individui, a cui spetta di affrontarle) e questioni pubbliche (una crisi negli assetti istituzionali rispetto a un determinato problema che esiste per la generalità). Un aspetto decisivo della Repeal Campaign è stato proprio inquadrare come questione pubblica quella considerata fino a quel momento come difficoltà privata. In vista della proibizione costituzionale dell’aborto, il cuore del problema è stato se l’Irlanda dovesse continuare a esportare altrove il tema dell’accesso all’aborto, nella consapevolezza che ciò veniva di fatto negato a chi non ne avesse i mezzi.

Il successo della Repeal Campaign è dovuto a una convergenza tra la leadership politica del Paese e una massiccia mobilitazione della società civile. Nel 2013, il Labour Party – componente minoritaria di un governo di coalizione – aveva portato avanti con successo un’iniziativa legislativa centrata sul fatto che la ferrea proibizione costituzionale rendeva impossibile alle donne porre fine a una gravidanza, salvo nelle circostanze più estreme (come quando era messa a rischio la sopravvivenza stessa della donna incinta). Ogni altra circostanza richiedeva quindi un mutamento costituzionale. Partiti di sinistra e società civile da tempo auspicavano un referendum, contribuendo a portare il tema nel dibattitto pubblico e nell’agenda politica.

Ma un ruolo decisivo è stato svolto da due audaci iniziative dei legislatori. La relazione di un’Assemblea dei cittadini appositamente convocata e la relazione del comitato congiunto delle Oireachtas (le Camere del Parlamento). Esercizi esemplari di democrazia deliberativa, hanno permesso alla cittadinanza nel suo insieme di rendersi conto della complessità del tema e della necessità di considerarlo in termini di politiche pubbliche, piuttosto che di difficoltà private.

L’Assemblea dei cittadini è stata convocata dal governo nel 2016. Valendosi del consiglio di esperti, di natura imparziale e fondato su condizioni di fatto, 100 membri selezionati a caso dell’Assemblea dei cittadini hanno avuto a disposizione un numero limitato di giorni entro cui prendere in considerazione l’ottavo emendamento costituzionale, avendo come chairman un membro in pensione dell’Alta Corte. Il proposito era di porre il cittadino in quanto tale di fronte a significative tematiche giuridiche e politiche, con cui la società irlandese tutta avrebbe dovuto fare i conti. I membri dell’Assemblea votarono per l’eliminazione dalla Costituzione dell’articolo 40.3.3, sostituendolo con la dichiarazione che spettava al Parlamento legiferare sui temi indicati. In seguito, la Relazione venne presentata al Parlamento stesso perché ne discutesse.

Un comitato congiunto delle Camere del Parlamento prese in considerazione la relazione dell’Assemblea e inoltre organizzò proprie audizioni, per sentire sia esperti in materia sia genitori, questi ultimi in merito alle esperienze personali imposte loro dal contenuto dell’articolo 40.3.3. Il comitato deliberò che il cambiamento richiedeva l’abolizione dell’articolo in questione; dopodiché il governo decise che nel maggio del 2018 avrebbe dovuto svolgersi un referendum.

Uno studio sulla liberalizzazione dell’aborto in 178 Paesi tra il 1960 e il 2009 – condotto da Elisabeth H. Boyle et al. e pubblicato sull’“American Journal of Sociology” nel 2015 – ha accertato che del processo di legalizzazione si è discusso all’interno di tre cornici argomentative (frames): la Women’s rights-based frame, che poneva l’accento sull’autonomia individuale delle donne; la scientific-medicalized frame, che si riferiva  soprattutto alle competenze professionali dei medici; la natural family frame, che faceva appello all’autorità morale della Chiesa cattolica, talora in cooperazione con movimenti pro-life. Boyle e i suoi collaboratori avevano concluso che la liberalizzazione aveva avuto successo principalmente per effetto della medicalized frame, che giustificava interventi abortivi soprattutto se la gravidanza era dovuta a uno stupro, alla debolezza della salute mentale della donna incinta, o alla presenza di una sindrome del feto che potesse mettere seriamente in pericolo la vita della madre.

In Irlanda, nel 1983, quando è stato aggiunto alla Costituzione l'ottavo emendamento, dominava la natural family frame: gruppi fortemente conservatori, timorosi del cambiamento sociale che veniva affermandosi nel Paese, per contrasto inducevano importanti partiti politici a richiedere una modifica costituzionale che affermasse gli uguali diritti di una donna e di un feto, senza far passare una legge ordinaria. Questo in assenza, nell’Irlanda di quel tempo, di una scientific-medicalized frame capace di sfidare la cornice egemonica rappresentata dalla Chiesa. Chi faceva appello ai diritti della donna costituiva una voce assai debole. Dopotutto, erano passati solo quattro anni dalla visita in Irlanda di papa Giovanni Paolo II, quando un milione di persone aveva assistito alla sua celebrazione della messa nel Phoenix Park di Dublino. Nell’agosto del 2018 soltanto una frazione di quel milione – 152.000 persone – ha partecipato alla messa celebrata da papa Francesco in quello stesso luogo, mentre molte altre hanno invece protestato. Nel 35 anni intercorsi tra le due occasioni, in Irlanda si è svolta una rivoluzione tranquilla.

Anche se era presente un più radicale movimento femminista che asseriva il diritto assoluto di ogni donna al controllo del proprio corpo, il messaggio centrale della campagna vincitrice Together for Yes è stato uno scientific-radicalized discourse sulla salute della donna e sulla salute riproduttiva. Anche chi ostacolava l’abolizione dell’articolo 40.3.3 talora faceva appello all’opinione di ginecologi. Ma si sono fatte avanti anche molte donne per narrare vicende relative ad anomalie fetali mortali e alle sofferenze subite per non aver potuto interrompere la gravidanza in Irlanda. Significativamente, la stessa relazione congiunta del comitato bicamerale Oireachtas evocava la scientific-medicalized frame, asserendo l’intento di “modernizzare il sistema sanitario mettendo la donna al suo centro”. Il voto fortemente maggioritario che ha stabilito l’abolizione dell’ottavo emendamento della Costituzione irlandese ha dunque sancito il rifiuto della natural family frame, e in particolare dei precedenti regimi riproduttivi ispirati alla dottrina cattolica, così repressivi e punitivi verso le donne.

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