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Non c'è fede che tenga
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Che il concetto di multiculturalismo goda di pessima salute in Italia e in gran parte dell’Occidente è ormai un dato di fatto. Già da diversi anni, leader conservatori del calibro di Sarkozy, Merkel e Cameron hanno preso posizione contro il fallimento del modello di convivenza multiculturale. Pur tra qualche differenza di accento, i tre esponenti politici concordano sul fatto che i pur buoni propositi delle politiche multiculturali hanno prodotto l’isolamento dei gruppi etnici minoritari, con tutto quel che ne consegue di negativo in termini di sicurezza.

Sorprende, ma solo fino a un certo punto, che anche parte della sinistra italiana, da anni a corto di idee e dopo ripetute sconfitte elettorali, cominci a fare marcia indietro sul giudizio positivo nei confronti del multiculturalismo. Eppure, tra i conservatori nostrani è ormai un luogo comune quello per cui una sinistra buonista e senza spina dorsale sarebbe tout court in favore del multiculturalismo, che poi in pratica si traduce in un’accoglienza indiscriminata di immigrati, in un atteggiamento morbido nei confronti dell’invasione dei rifugiati, e nella rinuncia alle proprie tradizioni culturali con il rischio di diluire (sic!) la propria identità nazionale.

Se dall’altra parte dell’Oceano il legame tra sinistra e politiche dell’identità è stato messo in discussione da Mark Lilla nel suo L’identità non è di sinistra (Marsilio, 2018), nelle cronache politico-culturali del nostro Paese trova ampio spazio un agguerrito saggio di Cinzia Sciuto, intitolato Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli, 2018), che difende un concetto di laicità radicale («la laicità è un atteggiamento mentale che rifiuta ogni principio di autorità, non solo quello religioso», p. 31). Nel quadro delineato da Sciuto, lo Stato laico ha un ruolo ben preciso, cioè quello di garantire e promuovere l’autonomia dei cittadini. Sono gli individui gli unici titolari legittimi di diritti che lo Stato deve difendere e garantire. In quest’ottica, il riconoscimento dei diritti di gruppo, cioè di diritti concessi agli individui in ragione dell’appartenenza a un gruppo specifico, è negata come intrinsecamente pericolosa poiché costituirebbe una negazione delle premesse individualiste della laicità.

Dunque, argomenta Sciuto, «il multiculturalismo come orizzonte politico non ha nulla di progressista» (p. 104). Si tratterebbe addirittura di un approccio politico che sfocia nel razzismo e lede la dignità di soggetti morali autonomi che si autodeterminano liberi da costrizioni, vincoli e in genere da ogni restrizione che sa di eteronomia. Come è facile prevedere, l’autrice guarda con sospetto a ogni manifestazione di identità particolari, soprattutto se si tratta di identità religiose, e in particolare musulmane.

Sciuto dedica diverse pagine alla questione del velo, ed è qui che a mio avviso il suo approccio mostra molti dei suoi limiti. Il velo, argomenta Sciuto, non è problematico in sé, ma in quanto capo di abbigliamento che, anche quando non è indossato da donne musulmane, porta con sé uno specifico significato: la subordinazione delle donne e la cultura della modestia. Quest’ultima è particolarmente disprezzabile dal momento che è «l’altra faccia della medaglia della cosiddetta cultura dello stupro» (p. 78).

A dire il vero, l’autrice sostiene che bisogna sottoporre a discussione pubblica il significato del velo. Eppure, è ben strano un processo discorsivo che ha un esito predeterminato, visto che il significato repressivo del velo pare essere determinato indipendentemente dalle pratiche dialogiche che pur vengono raccomandate. Inoltre, si ha l’impressione che in questo dialogo nessun ruolo sia ricoperto dalle dirette interessate, vale a dire le donne che indossano il velo. D’altronde, non si capisce che ruolo possono giocare le donne nella discussione pubblica sul significato del velo se, anche quando lo indossano per una rivendicazione identitaria o politica, la loro presenza pubblica è sempre e comunque «funzionale alla narrazione islamista» (p. 81). Sembra che, nonostante il libro parta da una solida fiducia nell’individuo e nelle sue capacità, quest’individuo stesso sia spesso incapace di percepire in cosa consista il suo bene e quali siano le condizioni che gli permettono di realizzarsi in quanto essere autonomo e razionale. Pare che debba sempre esserci qualcuno (lo Stato?) accanto a dirci come diventare autentici individui autonomi.

Così facendo, si assiste a una sorta di rovesciamento della prospettiva individualista dalla quale si era partiti. A ciò si aggiunga quello che, a mio avviso, è il problema principale del libro, cioè l’eccessivo potere che finisce per essere consegnato nelle mani dello Stato. Infatti, la laicità difesa da Sciuto richiede uno Stato onnipresente quando si tratta delle organizzazioni religiose e della loro organizzazione interna. In Non c’è fede che tenga si legge: «Non è più sufficiente che Stato e Chiesa siano separati, è giunto il momento in cui lo Stato laico si assuma la responsabilità di entrare nel merito di quel che accade dentro le comunità religiose per farsi garante dei diritti dei singoli cittadini» (p. 34). Verrebbe da chiedersi cosa dovrebbe fare uno Stato laico così configurato dinnanzi alle differenze di genere presenti nella struttura dottrinale di molte religioni. Dovrebbe riscrivere i testi sacri in maniera egualitaria? Il problema è che lo Stato laico difeso da Sciuto abbatte prepotentemente il muro di separazione che preserva la sempre relativa e mai immodificabile autonomia di Stato e chiese. È uno Stato che penetra fin dentro la vita delle organizzazioni religiose facendosi beffa della libertà di associazione (e probabilmente anche di coscienza), che è una delle libertà fondamentali degli ordinamenti liberal-democratici.

C’è una profonda tensione tra questa concezione di Stato laico e la liberal-democrazia, che si regge su due pilastri: il rispetto dei diritti individuali e i limiti del potere dello Stato. È evidente che la concezione di liberal-democrazia proposta da Sciuto enfatizza i primi a detrimento dei secondi. E tuttavia, così facendo, finisce per ricadere in una posizione statalista e paternalista che, suo malgrado, tradisce le premesse individualiste e libertarie di partenza.

 

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