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Wiesbaden, 26/10/2018
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  • lettere internazionali

Assia: Verdi e Cdu ancora insieme? Come le scorse elezioni bavaresi anche quelle di domenica in Assia (Hessen) sembrano essere contrassegnate da un drastico ridimensionamento dei partiti attualmente al governo, vale a dire conservatori e socialdemocratici, e dalla crescita di Alternativ für Deutschland e dei Grünen, i Verdi. In particolare i sondaggi evidenziano la crisi netta della Cdu (meno 12%) e della Spd (meno 10%); AfD passerebbe, invece, dal 4% del 2014 a circa il 12% e i Grünen raddoppierebbero ottenendo circa il 20% (aumenta anche la Linke dal 5 all’8% e i liberali della Fdp dal 5 al 9%).

La vera differenza con la Baviera, a sole due settimane di distanza, è che in Assia la coalizione al governo dal 2013 è costituita dalla Cdu, dalla quale proviene Volker Bouffier, attuale Ministerpräsident e nuovamente candidato, e dai Verdi, che hanno come capolista Tarek Al-Wazir (madre tedesca e padre jemenita), vicepresidente e ministro dell’Economia, dell’energia e dei trasporti.

Se i partiti che sono al governo del Land condividono destini (elettorali) così diversi, le ragioni non possono essere (soltanto) legate all’amministrazione o alle politiche locali che sono state avviate nel corso degli ultimi cinque anni. O alla personalità e alla bravura (che certamente hanno un ruolo) dei candidati scelti.

Sembra confermarsi anche in Assia quanto accade da tempo in tutta la Repubblica federale: l’insofferenza verso il blocco del sistema politico determinato dalla Grande coalizione di Union e Spd. Per blocco s’intende la situazione che contrassegna dall’inizio del 2000 la Germania federale: dal voto sulle riforme sociali Agenda 2010, i tedeschi hanno conosciuto quasi esclusivamente un accordo tra i due maggiori partiti. Fatto che produce una serie di effetti negativi sulla stessa qualità della democrazia tedesca che fa del Bundestag il suo fulcro. La Grande coalizione ha ridotto di molto l’operatività del Parlamento e reso insuperabili e immodificabili i termini dell’accordo di coalizione. La questione dei migranti ha fatto da detonatore a questa insoddisfazione.

Rispetto al blocco, il voto ai Grünen manifesta due aspetti: da un lato è l’unico partito che può impedire la Grande coalizione ed evitare così il blocco del sistema. I delusi dall’attuale blocco politico, e in particolare gli elettori progressisti, sanno che un voto ai Grünen aumenta le opzioni di governabilità molto più di un rafforzamento delle tradizionali Volksparteien. Tarek Al-Wazir nella sua campagna elettorale lo afferma esplicitamente: Grün statt GroKo, chi non vuole la grande coalizione deve votare i Verdi. Cosa che, ad esempio, sfugge del tutto alla Linke, che è obbligata alla coalizione con la Spd e che, quindi, presenta minori possibilità di superamento della situazione attuale.

In secondo luogo, si tratta di un partito libero, le cui opzioni sono aperte, determinate non da una valutazione ideologica ma dalla concreta possibilità di imporre a un eventuale alleato nella coalizione le proprie priorità. Il politologo Albrecht von Lucke, redattore dei "Blätter für deutsche und internationale Politik", schierato su posizioni molto progressiste, ne ha parlato in questo senso come difensori della società aperta contro il populismo (di AfD ma anche di parte dei conservatori).

I Grünen, infatti, oltre ad aver tentato sino all’ultimo di costruire una coalizione a livello federale con Union e Fdp, possono condividere alleanze politiche con soggetti molto diversi (nella consapevolezza di essere ancora un partito radicato prevalentemente a Ovest): si è già detto dell’Assia, in Baden-Württemberg guidano con il Ministerpräsident Winfried Kretschmann una coalizione con la Cdu (tra il 2011 e il 2016 ancora lui ha guidato una coalizione con la Spd), nello Schleswig-Holstein fanno parte di una coalizione con i conservatori e i liberali della Fdp, in Sachsen-Anhalt sono dentro un’inedita alleanza con Spd e Cdu, a Brema e ad Amburgo sono in coalizione con la sola Spd, mentre a Berlino e in Turingia con Spd e Linke.

Questa trasversalità matura nel corso del governo rosso-verde di Schröder e si afferma poi nel corso dell’ultimo decennio: l’ala più radicale del partito e più vicina alle ragioni originarie del movimento è stata lentamente isolata e sostituita da un blocco più pragmatico. La "rivoluzione verde" che il partito ha proposto negli anni Ottanta si è ormai affermata e oggi tutti i partiti devono fare i conti con l’ecologia e i temi ambientali. La presenza all’interno di un governo regionale (o federale) è data solo dalla capacità del partito di imporre con maggior vigore le proprie tematiche: la formula o il "colore" della coalizione sono puramente strumentali. Tant’è che proprio in Assia sono aperte tutte le opzioni, da una nuova coalizione tra Cdu e Grünen a una rosso-rosso-verde, guidata proprio da Tarek Al-Wazir.

È, quindi, un voto innanzitutto di rifiuto (non populista) della riduzione della democrazia ad accordo tra Spd e Cdu, e comunque attento a questioni tipicamente vicine all’elettorato di sinistra: rivoluzione energetica, attenzione alle minoranze, integrazione, questioni sociali come ad esempio quella relativa al crescente prezzo degli affitti.

Del resto, Angela Merkel e Andrea Nahles non sembrano più in grado di poter reggere una nuova sconfitta elettorale. Entrambe, sino ad oggi, hanno puntato a impostare il lavoro della Coalizione federale mostrando attenzione per una serie di questioni sociali. Tuttavia, l’insoddisfazione verso la GroKo sembra ormai troppo consistente: quello che gli elettori chiedono, anche quelli meno radicali, è un’altra formula, che forse (la prudenza è d’obbligo) i due partiti non sono in grado di definire. La storia di Angela Merkel rappresenta il tentativo di estendere i confini tradizionali della Cdu, facendone un partito attentissimo anche gli strati più deboli della società. In questa prospettiva, le formule della Coalizione (con la Spd o la Fdp o magari i Grünen) sono sempre state secondarie, perché la Cdu costituiva sia socialmente che politicamente il fulcro di ogni alleanza. E, tuttavia, il rifiuto della Fdp lo scorso anno di dar vita ad una diversa coalizione, ha obbligato la Cancelliera alla sua terza Grande coalizione.

Tutt’altro per la Spd: andati al governo con l’ansia di dimostrare la propria Regierungsfähigkeit, ne sono stati travolti, perché, proprio in nome di quella responsabilità di governo, la formula della Grande coalizione si è rivelata l’unica possibile. I Grünen ambiscono, invece, a rappresentare una combattiva minoranza – hanno espressamente rifiutato l’idea di essere una Volkspartei – e poi di sperimentare ogni coalizione possibile per imporre la propria agenda.

A dicembre si terrà il Congresso della Cdu, non è ancora chiaro se Angela Merkel sarà ricandidata alla presidenza del partito, incarico che ricopre dal 2000. Sebbene non ci sia mai stata una conferma ufficiale, Angela Merkel intendeva lasciare la cancelleria al termine di questo mandato (nel 2021), dopo aver raggiunto un accordo in chiave europea sulle indispensabili modifiche istituzionali. Allo stato attuale sembra molto difficile che possa raggiungere i due obiettivi: la sua azione in Europa è gravemente compromessa dalle difficoltà interne ed è possibile che il partito le chieda di affidare la cancelleria al suo successore prima della scadenza naturale. Per poter poi candidare alle prossime elezioni federali un cancelliere in carica, con tutti i vantaggi che ne deriverebbero.

Questa opzione, però, contempla, ovviamente, l’uscita della Spd dal governo, ipotesi che comincia a essere pronunciata apertamente da molti esponenti del partito e non solo da quanti l’hanno contrastata sin dallo scorso novembre.

A quel punto l’unica opzione possibile per la Cdu sarebbe un governo di minoranza, che avrebbe in Europa scarsissime possibilità di imporre una sua agenda. Resta da verificare se Angela Merkel e i conservatori abbiano già elaborato una strategia per le prossime settimane: l’instabilità del quadro politico tedesco rischia di essere un ulteriore problema per la tenuta dell’Europa.

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