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Il Trentino, il Pd sfasciato, la Lega che avanza
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  • Identità italiana

E, alla fine, anche il Trentino cedette. Alle elezioni provinciali il centrodestra è riuscito a strappare l’ultimo lembo di terra che, nel Nord Est italiano, non era mai riuscito a conquistare. Il nuovo presidente Maurizio Fugatti, attualmente sottosegretario alla Salute, dovrà ora rinunciare al suo incarico di governo per guidare la Provincia autonoma nella prossima legislatura. Qualche dato può dare l’idea della dirompenza dei risultati. Nelle elezioni provinciali 2013, il candidato del centrosinistra Ugo Rossi era stato eletto con più del 58% dei consensi, il Pd aveva raggiunto il 22%, la Lega Nord si era fermata al 6%. Nelle elezioni 2018, Maurizio Fugatti raggiunge circa il 47% dei consensi, il Pd si ferma al 14% e la Lega cresce di circa 20 punti percentuali (diventando il primo partito della provincia).

Dall’inizio degli anni Novanta, il Trentino è sempre stato un territorio che ha espresso una preferenza per il centrosinistra. Mentre il centrodestra conquistava consensi in Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, la piccola Provincia di Trento non cedeva alle stesse sirene. Negli stessi anni, infatti, il Trentino riscopriva la sua tradizione popolare di sinistra, inaugurava l’esperienza della Margherita (poi superata da altre sigle partitiche) e fondava il centrosinistra autonomista, in cui confluiva anche il Partito autonomista trentino tirolese (Patt). La preferenza per il centrosinistra autonomista non era evidente solo a livello provinciale: essa si manifestava anche in molte elezioni comunali (a Trento, per esempio), e, ancora più significativamente in occasione delle elezioni politiche nazionali. A riprova di questo dato, può forse essere utile ricordare che, per esempio, mentre nelle elezioni politiche 2013 il centrosinistra in provincia di Trento conquistava il 31% dei consensi riuscendo a vincere in tutti i collegi uninominali, la stessa percentuale di voto era raggiunta, in modo speculare, dal centrodestra nelle provincie limitrofe.

Il Trentino non è mai stato una provincia rossa durante la prima Repubblica. Piuttosto, è stata una provincia bianca che non ha seguito l’andamento delle ex-province bianche della fascia pedemontana. Uno dei motivi di questa differenza ricordati più di frequente era la specialità autonomistica. Essa non solo permetteva al Trentino di gestire risorse proprie, ma anche di esercitare competenze che, in altre regioni, venivano esercitate dallo stato centrale. La specialità aveva quindi isolato in una qualche misura il Trentino dal contesto e dalle dinamiche politiche nazionali e, mentre nel resto del Nord Est nasceva la Lega Nord o primeggiava Forza Italia, quegli stessi partiti facevano fatica a imporsi a Trento: la Lega Nord non riusciva a “sfondare” come nel resto della fascia pedemontana perché proponeva una federalismo che, di fatto, in Trentino esisteva già; Forza Italia era troppo incardinata sulla figura di Silvio Berlusconi e non riusciva a dotarsi di una classe politica locale da lui autonoma. Più di recente, anche il M5S faceva fatica ad affermarsi a causa di un mancato radicamento sul territorio. Nel centrosinistra, la già citata Margherita offriva una sponda “trentina” agli elettori moderati, il Pd trentino rimarcava la sua specificità rispetto al Pd nazionale e il Patt dava voce agli elettori (principalmente collocati nelle periferie della Provincia) particolarmente attenti alla difesa dell’identità locale.

Se le cose stavano così, cosa è cambiato? Perché nel 2018 ha vinto il centrodestra? Le cause sono molteplici, ma non hanno a che vedere con il malgoverno della Provincia. Infatti, nel corso della passata legislatura il Trentino, come tutto il resto del Paese, ha dovuto gestire le conseguenze di una grande crisi economica e, purtuttavia, l’economia è cresciuta più che nel resto d’Italia e il tasso di disoccupazione è stato assai più limitato (come ha ricordato Pierangelo Giovanetti). La sconfitta del centrosinistra rimanda più alle liti interne nella coalizione e alla “voglia di cambiamento” (qualsiasi cosa ciò significhi) che alle scelte di policy assunte. La legislatura 2013-2018 era cominciata sotto il segno della cocente sconfitta del Pd alle primarie di coalizione per l’identificazione del candidato presidente, un fatto che, molto probabilmente, ha condizionato tutta la legislatura e che ha portato alla scelta, nel 2018, di non ricandidare l’uscente presidente Ugo Rossi (che è del Patt). Nelle elezioni provinciali 2018, quindi, il Patt ha corso da solo, lasciando gli alleati con cui aveva comunque governato negli ultimi 10 anni. Il Pd trentino e l’Unione per il Trentino (Upt), da parte loro, non hanno saputo giustificare in modo adeguato la rottura con il Patt, e la stessa scelta di Giorgio Tonini quale candidato presidente non ha segnato (al di là del risultato ottenuto) quella discontinuità che molti elettori auspicavano dopo la sconfitta del 4 marzo scorso.

Sul versante del centrodestra, Maurizio Fugatti è riuscito a tenere unita una coalizione storicamente divisa. Sono ben nove le liste che lo hanno sostenuto. Anche in questo caso, l’esito delle elezioni dello scorso 4 marzo ha avuto un ruolo: più che da una condivisione del programma il centrodestra è sembrato galvanizzato dalla possibilità dell’alternanza le cui prospettive sono risultate reali proprio in occasione delle ultime elezioni politiche.

Una piccola nota, infine, sul M5S. Per quanto riguarda questo partito, la crescita del consenso (attorno al 2% rispetto al 2013) è stata assai più limitata di quanto avvenuto a livello nazionale e di quanto auspicato dal partito stesso. In un territorio in cui la presenza dei gazebo nelle piazze e il rapporto diretto con l’eletto sono ancora importanti, la struttura “liquida” di un partito presente soprattutto sul web non sembra scaldare il cuore degli elettori.

Avendo superato la soglia del 40% dei voti, il centrodestra avrà ora una maggioranza solida in Consiglio provinciale (21 consiglieri su 35). Non solo: la Lega avrà, da sola, 13 consiglieri: un risultato rilevante dal punto di vista della dimensione del successo che le permetterà senza dubbio di indirizzare in modo chiaro le scelte della maggioranza.

Il centrosinistra, da parte sua, avrà il compito difficile di risollevarsi da una crisi traumatica. Un altro elemento di comunanza con quanto sta avvenendo a livello nazionale. E, infatti, il centrosinistra non ha perso le elezioni provinciali il 21 ottobre ma il 4 marzo, in occasione delle elezioni politiche nazionali: l’aver perso clamorosamente elezioni che si davano quasi per sicure sulla base dell’andamento storico ha generato nel Pd e nei suoi alleati il panico per il risultato delle elezioni provinciali successive. Un panico che i partiti non hanno saputo gestire, limitandosi a cercare soluzioni che dessero una vaga impressione di cambiamento e a sostenere che, tutto sommato, in Trentino si sta meglio che nel resto del Paese. Insomma, per il centrosinistra, un tipico caso di profezia che si autoavvera.

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