Rivista il mulino

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A proposito del ruolo di garanzia svolto dalla presidenza della Repubblica
Decreto immigrazione e democrazia populista
rubrica
  • Identità italiana

La democrazia parlamentare serve ad almeno due scopi. Uno è permettere alle istituzioni di adeguarsi ai cambiamenti, facendo leggi nuove per situazioni sempre mutevoli. L’altro è legittimare le stesse istituzioni, assicurando loro una base di consenso. Però, per assicurare che la maggioranza parlamentare non provveda solo alla (propria) legittimazione, a spese dei princìpi costituzionali e degli interessi del paese, accanto alle istituzioni di governo (esecutivo, legislativo) esistono istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura indipendente). Si chiama democrazia costituzionale: l’ultimo argine alle democrazie populiste che proliferano su entrambi i lati dell’Atlantico.

Il Decreto immigrazione – lo chiamo così perché è questo il cuore del provvedimento – è la prima vera sfida portata dal “Governo del Cambiamento” alla democrazia costituzionale. Altre stanno arrivando: rottura degli impegni europei, legge sulla legittima difesa… Di fronte a tutte queste sfide, che diventeranno quotidiane nei prossimi mesi, le istituzioni di garanzia – il meccanismo salva-vita della democrazia costituzionale – rischiano di saltare. Si capisce, allora, che il Presidente Mattarella abbia firmato il Decreto immigrazione, salvo mitigarne le più vistose incostituzionalità e accompagnandolo con una lettera al Presidente del Consiglio.

La lettera ricorda in particolare il carattere fondamentale del diritto d’asilo, previsto all’articolo 10 della Costituzione da Costituenti, molti dei quali erano stati anch’essi rifugiati durante il fascismo. Qualcuno ha detto che la lettera si rivolge agli organi dell’applicazione, chiamati a fornire un’interpretazione conforme alla Costituzione del decreto, già entrato in vigore. Ma i funzionari amministrativi non sono giudici indipendenti, dipendono gerarchicamente dal governo, e di fatto si erano già allineati alle circolari estive di Salvini senza neppure attendere il decreto. A settembre erano già state respinte seimila domande d’asilo, mentre i permessi umanitari erano già calati dal 26 al 17% delle domande.

La lettera si rivolge, semmai, alla maggioranza parlamentare, in cui prevale una componente grillina sempre più riluttante a farsi trascinare dalla Lega allo scontro con la Costituzione, da essa sinceramente difesa nel Referendum costituzionale. È dunque qui, specie nelle Commissioni parlamentari per le quali passerà l’iter della conversione in legge – sempre che qualcuno non pensi di ricorrere alla fiducia – che si cercherà di salvare il sistema degli Sprar, abolito benché o forse proprio perché funzionante, di rendere più rapide le procedure d’identificazione dei richiedenti asilo, che il decreto al contrario raddoppia, e magari di evitare la conseguenza a oggi più probabile del provvedimento: l’aumento della clandestinità.

Non vorrei però che qualcuno si facesse troppe illusioni sulle risorse della democrazia parlamentare, usurate da un secolo e più di deleghe di funzioni ai governi. Soprattutto, vorrei che si riflettesse sulla democrazia populista: questa sorta di adattamento evolutivo della democrazia parlamentare all’ambiente digitale. Tutte le mediazioni parlamentari e costituzionali stanno saltando perché i leader populisti, non solo in Italia, rispondono ormai a un altro circuito di legittimazione, fornito dai social media: il milioneottocentomila follower di Salvini sono solo un esempio. In quel circuito, anche misure illeggibili come il Decreto immigrazione, o rovinose come il Def, sono percepite come necessarie, urgenti e sin troppo moderate. Sicché la domanda diventa questa: è compatibile, la democrazia populista, con la democrazia costituzionale?

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