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Il gioco della disobbedienza
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Il primo atto di disobbedienza civile è stato, secondo molti, quello di Antigone, che contrapponeva le leggi eterne della pietà al crudele editto di Creonte. Poi è venuto Socrate, che a rigore non ha disobbedito, dato che ha accettato il verdetto dei giudici, distinguendo fra l’ingiustizia di quella sentenza e la giustezza delle leggi di Atene. Un passo in più l’ha forse fatto Cristo, che ha accolto verdetto e leggi, contestandole entrambi con la sua morte in croce in nome di una legge superiore. A partire da allora, ci sono stati tanti esempi e molta riflessione – soprattutto sulla differenza fra rivoluzione come contestazione assoluta di un certo regime e disobbedienza civile, intesa come azione di sfida rivolta a una singola legge. Un’altra distinzione su cui molto si è discusso è quella fra disobbedienza civile e obiezione di coscienza. D.H. Thoreau, che trascorse una notte in prigione per non pagare tasse che avrebbero finanziato leggi schiaviste e un’ingiusta guerra, forse era un obiettore di coscienza, dal momento che rivendicava per sé più il diritto di non essere complice di quella che riteneva una condotta ingiusta che il dovere di protestare contro leggi inique.

I gesti di Domenico Lucano dovrebbero forse essere guardati alla luce di queste difficili distinzioni – anche per rendere più chiaro il senso dell’essere cittadini di uno Stato democratico di diritto. Resta fermo un punto: le leggi che Lucano avrebbe infranto sono ingiuste in maniera evidente, e solo il velo degli astratti furori di questi ultimi tempi può fare pensare il contrario ad alcuni nostri concittadini. Il razzismo che ormai caratterizza il nostro discorso pubblico – perché di questo si tratta, inutile nasconderselo – è spaventoso, ma è semplice. Sfortunatamente, non si tratta di una posizione sofisticata, di un'attenta difesa dei diritti di una nazione democratica di gestire i flussi e i propri confini. Si tratta di puro e semplice razzismo e di un uso evidentemente improprio del proprio potere.

Detto questo, Lucano forse è non solo da plaudire, ma rappresenta anche un esempio da superare, se se ne condividono le idee. La condotta del sindaco di Riace, infatti, suggerisce tre possibili riflessioni. Innanzitutto, va notato che Lucano non ha rivendicato pubblicamente la sua disobbedienza civile – come invece secondo molti il disobbediente tipico fa. Non che egli abbia cercato di nascondersi: le sue parole e i tentativi di aggirare le assurde restrizioni che la Bossi-Fini e altra legislazione consimile pongono al suo progetto di integrazione sono pubblici – e non servivano le poche e poco conclusive intercettazioni diffuse dalla procura per saperlo. Ma egli non ha cercato il processo, non ha denunciato la sua infrazione, per renderla clamorosa e fare notare l’assurdità della legge che contestava.

Si può anche capire perché non l’abbia fatto: è un pubblico ufficiale, e la violazione della legge da parte sua è particolarmente dirompente. Eppure, per molti – da Gandhi a Russell – il succo della disobbedienza civile sta proprio in questo: si deve violare la legge ingiusta perché l’ingiustizia appaia, per fare testimonianza di essa. Ferma restando l’ammirazione per il coraggio e la fantasia del sindaco di Riace, il suo stupore e la sua reazione all’arresto dimostrano che più che alla disobbedienza civile egli pensava all’aggiramento tipicamente italiano di una legge palesemente assurda e ingiusta.

Forse questo dobbiamo imparare da Lucano, e questa potrebbe essere la manifestazione migliore della solidarietà che gli dovremmo esprimere. Le leggi ingiuste non si aggirano: si violano platealmente, e si accettano le conseguenze della violazione, per mostrare ai concittadini – che di queste leggi sono in un qualche senso responsabili, come elettori – l’assurdità e l’ingiustizia di esse. Lucano aveva il diritto di fare quel che ha fatto; Lucano ha avuto la fantasia e il coraggio per fare quel che ha fatto, e per questo è ammirevole; noi tutti avremmo il dovere di imitarlo, nei vari campi della nostra vita.

Nella finzione orchestrata da Mark Twain, Huckleberry Finn salva uno schiavo fuggiasco, con il rimorso di aver infranto la legge, e cercando sotterfugi vari. Chi vede chiaramente l’ingiustizia della legge che viola non ha rimorsi né cerca scappatoie. Se siamo contro il nuovo schiavismo e il ritorno del razzismo, non abbiamo bisogno di scappatoie. Facciamo carte d’identità, se possiamo, e celebriamo matrimoni fra clandestini e italiani con il più grande clamore.

La seconda riflessione è che, se la disobbedienza civile viene vista come una sfida pubblica a leggi ingiuste, come un atto comunicativo, allora i giudici di Reggio Calabria non sono da stigmatizzare. Forse senza saperlo, forse sapendolo, sono dei collaboratori preziosi. Il gioco della disobbedienza è proprio questo: si viola una legge, e la violazione deve attirarsi una punizione, perché la disobbedienza civile esprime allo stesso tempo un giudizio negativo nei confronti di una certa legge e la fiducia nello Stato di diritto. La disobbedienza civile è l’arma che in uno Stato di diritto rimane quando il normale gioco della dialettica democratica non ha consentito di abrogare o evitare una legge ingiusta. La punizione del reato è logicamente e, direi, comunicativamente necessaria. Tutti dovremmo, come Lucano, infrangere leggi ingiuste e costituirci. Se non lo facciamo, se pretendiamo di essere esenti dalla legge, ma non che essa venga abrogata, diventiamo dei pallidi e inefficaci obiettori di coscienza, più che dei disobbedienti. Nulla contro l’obiezione di coscienza, quando la questione sia controversa. Ma il razzismo non è come l’aborto, almeno nelle democrazie. O meglio: chi è contro l’aborto non può essere razzista, anche se spesso chi è a favore dell’aborto non è razzista…

Infine, la disobbedienza civile così intesa può configurarsi come un atto di resistenza costituzionale, come è stata chiamata – come un tentativo di mostrare l’incoerenza di certe leggi con il dettato e lo spirito della Carta fondamentale. Il razzismo è ovviamente incostituzionale – l’Italia riconosce il diritto d’asilo e l’eguaglianza come ideali, non solo per gli italiani e all’interno dei confini. Comportamenti come quello di Lucano sono preziosi anche perché ci ricordano che certe leggi e certi provvedimenti sono contro i principi fondamentali della Repubblica. Violare queste leggi significa al tempo stesso riaffermare la Costituzione e lo Stato di diritto. Lucano è un buon sindaco anche per questo – per la sua fedeltà alla Costituzione italiana e al suo spirito.

           

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