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Managua, 24/9/2018
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  • lettere internazionali

È anche colpa dell’opposizione se il dialogo nazionale non ha funzionato. La crisi socio-politica in Nicaragua ha compiuto lo scorso 18 settembre cinque mesi e sembra lontana dall’essere risolta. Il Dialogo nazionale, che riuniva l’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia (Acgd) da un lato e il governo dall’altro, con la Conferenza episcopale nicaraguense (Cen) come arbitro, sembra essersi arenato. Le proteste anti-governo seguono all’ordine del giorno, condite di tanto in tanto da qualche sciopero nazionale, ma raramente risultano in scontri con le forze poliziali. Difatti, la repressione del governo di Daniel Ortega ha ora assunto una forma giudiziale, a sostituzione dell’uso massivo della forza che ha portato via la vita ad almeno 322 persone, secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, e oltre le 400 per le organizzazioni dei diritti umani locali.

L’attitudine del governo nei confronti delle proteste, tuttavia, non è guidata da un’improvvisamente ritrovata empatia, né in misura eccessiva dalla pressione internazionale, adeguatamente scansata finora, al punto da espellere la missione dell’Alto commissionato per i diritti umani dell’Onu in seguito alla pubblicazione di un rapporto non proprio gradito al governo, per usare un eufemismo. La dura realtà è che l’Acgd è soccombuta all’offensiva militare di luglio denominata “operazione pulizia”, che è riuscita nell’intento di smantellare le barricate improvvisate con le quali ha tenuto in ostaggio il paese per tre mesi, i cosiddetti tranques, e con esse qualsiasi potere negoziale dell’opposizione.

Sebbene l’uso sproporzionato della forza e il regime di terrore instaurato da Ortega e consorte, la vicepresidentessa Rosario Murillo, sia riprovevole e valevole di un biglietto di sola andata verso il Tribunale dell’Aia, il fallimento del Dialogo nazionale è altrettanto imputabile alla cocciuta e poco ponderata strategia dell’Acgd.

La Teoria dei Giochi, in particolare nella sua versione del cosiddetto “gioco del pollo”, può spiegare la strategia negoziale dell’Acgd. Il gioco del pollo è una situazione nella quale due giocatori avversari devono indurre la controparte ad adottare un certo comportamento senza fare altrettanto. Il modo migliore per ottenere tale risultato è l’utilizzo di una minaccia, la cui credibilità è vitale. Basandosi sul potere coercitivo dei tranques, che per tre mesi hanno letteralmente tenuto in scacco il paese, e sull’appoggio popolare, l’Acgd ha vincolato la negoziazione in sede al dialogo nazionale all’uscita di scena del presidente Ortega. Persino quando Ortega propose in giugno di anticipare le elezioni, ufficialmente previste per il 2021, guidando un periodo di transizione fino al 2019, l’Acgd non si ritenne soddisfatta.

A peggiorare la situazione contribuì l’attitudine della Chiesa. La Cen, fino all’altro giorno fedele alleata del governo (non a caso invitata come mediatrice del Dialogo nazionale), durante i mesi di protesta ha in varie occasioni condannato la violenza del governo, offerto rifugio ai manifestanti perseguiti dalle forze di polizia e para-polizia, e ha apertamente sostenuto la proposta dell’Acgd che prevedeva elezioni anticipate e dimissioni immediate del presidente. Stizzito dall’attitudine tutt’altro che imparziale della Cen, e ritenendo non credibile la minaccia dell’eterogenea e novizia Acgd, Ortega ha optato per l’opzione più rischiosa, quella dell’offensiva militare, ed è riuscito a smantellare tutti i tranques nel giro di poche settimane.

Nel gioco del pollo, l’Acgd ha perso. Visto lo squilibrio di potere tra i due attori in questo momento, gli incentivi per riesumare il dialogo sono pressoché inesistenti. A poco serve che l’Acgd abbia già considerevolmente abbassato le pretese e si concentri ora sulla richiesta di giustizia per le vittime, lo smantellamento delle forze parapoliziali, e la fine delle detenzioni arbitrarie e la liberazione delle terre occupate. Dall’alto della sua “vittoria”, Ortega non sembra intenzionato ad intavolare alcuna discussione su questi temi.

Guardando avanti, l’Acgd può contare su almeno due scenari possibili. Il primo consiste nel riproporre un’improbabile strategia militare nel tentativo di riequilibrare le forze. Vista l’impreparazione militare delle forze da cui è composta, un pressoché nullo potenziale di fuoco (la resistenza dei tranques dipendeva perlopiù da mortai artigianali) e il numero di leader sotto processo o costretti ad esiliare per evitare la persecuzione, questa opzione sembra altamente impraticabile. Inoltre, alcune inchieste mostranoo che l’Acgd gode di non oltre il 52% di approvazione popolare, il che rende il perseguimento di un’opzione violenta che comporta la perdita di vite umane ancora più impensabile. Il secondo concerne l’adozione di un approccio più attendista: sperare in una crisi finanziaria, che non sembra lontana dall’arrivare. Il danno economico provocato dalla crisi è significativo: il tasso di crescita del Pil previsto per il 2018 è passato dal 5% previsto all’essere negativo, il turismo e la ristorazione sono stati duramente colpiti, l’industria tessile è in caduta libera, e i prezzi internazionali dei prodotti agricoli quali il caffè non favoriscono l’esportazione. A ciò vanno unite sanzioni internazionali, incluso quelle a cui stanno lavorando Stati Uniti, ed il possibile congelamento di fondi di cooperazione internazionale che minacciano il paese centroamericano. Dal 18 aprile, giorno d’inizio della crisis, 143.000 persone hanno varcato la soglia della povertà e il paese ha perso oltre 970 milioni di dollari. Se l’economia non dovesse recuperare e il rimanente consenso di cui gode Ortega dovesse dissolversi, il presidente potrebbe essere incentivato a risedersi ad un tavolo negoziale, seppur solamente per guadagnare tempo e riguadagnare un minimo di fiducia internazionale. L’esperienza dell’alleato venezuelano deve fornire da esempio in questo senso.

In ogni caso, l’Acgd avrà bisogno di una strategia negoziale decisamente più articolata e meno massimalista. Sarà inoltre di fondamentale importanza mantenere una linea comune, di per sé una sfida, data l’eterogeneità di correnti di cui è costituita e che il governo tenterà di sfruttare per far deragliare il dialogo.

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