Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Il declino di Forza Italia
rubrica
  • Identità italiana

Ad Arcore si è cenato e pare si cenerà ancora. Al desco del leader di ciò che fu Forza Italia, le spoglie di quest’ultima vengono offerte al nuovo padrone dell’agenda del Paese e della destra italiana, Matteo Salvini. In cambio di garanzie per gli affari personali di Silvio Berlusconi, con contorno di alleanze per le elezioni amministrative: sollievo per i cacicchi che ancora usano i resti di Forza Italia per le loro clientele e i loro micropoteri. Lasciare la strada aperta alle nomine Rai garantisce che Salvini tenga sotto controllo certe proposte grilline che preoccupano il Berlusconi imprenditore. Ma è già successo di peggio: Forza Italia si è accodata alla Lega a Bruxelles votando contro le sanzioni a Orbàn, che si vanta di voler fare dell’Ungheria una «democrazia illiberale». Isolarsi nel Ppe, tradire i valori dell’Europa, per le quattro lenticchie del capo.

Era tutto scritto. Almeno era scritta una parte della storia. Max Weber ci aveva spiegato quali fossero le dinamiche proprie del dominio carismatico e Angelo Panebianco le aveva ben evidenziate all’interno del modello del partito carismatico:

«a differenza delle altre forme di potere, il potere carismatico dà luogo a una organizzazione di rapporti sociali che non conosce “regole”, né “carriere” al suo interno, né una chiara e definita divisione del lavoro. Le lealtà dirette da una parte e la delega dell’autorità da parte del capo dall’altra, su basi personali e arbitrarie, sono gli unici criteri che informano il funzionamento dell’organizzazione. La scelta del capo e la sua continua dimostrazione di fiducia nei confronti dei subordinati sono gli unici criteri da cui dipende la “struttura delle opportunità” per i singoli operanti entro l’organizzazione, gli unici criteri che informano la gerarchia (informale) interna» (Modelli di partito, Il Mulino, 1982).

Weber aveva ipotizzato la possibilità che il carisma si istituzionalizzasse, rendendo la comunità carismatica originariamente sorta attorno al leader capace di durare oltre il suo dominio, incamerandone lo spirito. Panebianco aveva rammentato come l’istituzionalizzazione dei partiti carismatici fosse un esito non frequente. Vi erano riusciti i gollisti. Non vi è mai riuscita Forza Italia.

Berlusconi fonda Forza Italia e ne rimane per sempre il padre-padrone. Sua è la capacità di attrarre voti e consensi per molti anni. Sue sono le risorse umane, organizzative, economiche messe originariamente in campo, ma che non perderanno mai la loro importanza. E che spiegano come, anche quando il suo tocco carismatico, la sua capacità di attrarre consensi, ha cominciato a entrare in crisi, il suo sia rimasto un partito strettamente «personale», ovvero un partito sorto per portare il leader fondatore al successo e che nella sua esistenza continua ad avere questo come principale obiettivo. Peccato che questa sopravvivenza non coincida con l’istituzionalizzazione, bensì con la perpetuazione di una organizzazione dove il capo è sempre al centro, il suo carisma si trasforma in potere patrimoniale, ma le dinamiche rimangono sempre quelle: potere assoluto e arbitrario su ogni aspetto del partito, rivoluzionamento interno ogni qualvolta si creano possibili gruppi di potere o leadership alternative, carriere interne completamente subordinate al favore del capo. Negli anni Berlusconi porta agli altari e poi getta nella polvere, consuma dirigenti con una progressiva selezione che tende ad una escalation del peggio. Sopravvive soprattutto chi accetta di sostenere il capo, di proteggerlo a qualunque costo, anche arrivando a sostenere in Parlamento che Berlusconi credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Vi fu una fase in cui chi si occupava di giustizia, ovviamente in un certo modo, ebbe grande successo nel partito.

Questa difesa a oltranza non è la difesa di un capo politico nel quale si crede, ma di un signore che persegue soprattutto interessi personali, una dirigenza politica così mediocre, che senza di lui si scioglierebbe come neve al sole, si mette al servizio di quegli interessi.

Toccai con mano questa realtà quando, nel 2009, sul magazine online di "FareFuturo" (l’allora fondazione di Gianfranco Fini), scrissi della scuola di formazione politica creata da Berlusconi prima delle elezioni europee e frequentata in buona parte da giovinette avvenenti e starlette di vario tipo alle quali il grande capo aveva promesso un futuro in politica. Se ne era già parlato — Daria Bignardi con Brunetta a L'Era Glaciale, Rai 2, minuto 14:00 — e scritto, ma non nel magazine di un leader del Pdl. Apriti cielo: telefonate incrociate, Fini richiesto di prendere pubblicamente le distanze dalla sottoscritta e dall’articolo (Fini respinse al mittente quelle richieste), berlusconiani in fibrillazione. Avevo posto l’attenzione sulla punta di un iceberg, la cui parte sommersa era nota nel Pdl, a tanti parlamentari in primis. Che non solo erano a conoscenza delle cene eleganti poi divenute di dominio pubblico, ma anche del desiderio di promuovere in politica improbabili giovani signore verso le quali il Sultano mostrava un debole (desiderio che talvolta cercavano di arginare senza far trapelare nulla pubblicamente). Un parlamentare del Pdl all’epoca mi disse che quel che avevo scritto era vero, ma che sarebbe stato meglio se avessi taciuto. Un altro mi attaccò pubblicamente, per poi dirmi a tu per tu, con sorriso da persona di mondo: «sai, ognuno recita la sua parte». Ora fa parte delle truppe salviniane anti-casta. Tacere, difendere contro ogni evidenza e pudore, per salvaguardare un signore che aveva scambiato la politica per un affare personale e una pletora di mediocri boiardi e boiarde che si erano immeritatamente conquistati un posto al sole. Alcuni, pochi, in realtà meritatamente, ma così cinici da volere difendere a qualunque costo il loro piccolo o grande potere.

Un partito del genere era destinato a declinare, avariarsi e decomporsi nel tempo, insieme al declino del proprio capo. I suoi attuali esponenti di punta, di fronte a sondaggi che danno Forza Italia ormai vicina al 7%, parlano di ripensamento, di rilancio. Ma in realtà possono solo fare quello che hanno sempre fatto: cercare una nuova protezione, vendersi a un nuovo capo. E nemmeno devono farlo autonomamente, a vendere il pacchetto ci pensa il leader highlander. Anche così si consegna un paese a un pericoloso estremismo.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI