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Dal numero 4/18
Le prime elezioni di midterm di Donald Trump
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Alle elezioni intermedie del 6 novembre saranno rinnovati tutti i 435 membri della Camera, 35 senatori su 100 e 36 governatori statali su 50. In sostanza un drastico rinnovamento del ceto degli eletti. Per capire la posta politica in gioco occorre tenere presente che tradizionalmentein queste occasioni, a causa del gap tra promesse elettorali e realizzazioni effettive, il partito del presidente perde posti in Congresso, in media da inizio Novecento 32-36 seggi alla Camera e due al Senato. A tener fede a questi dati, la perdita di una dozzina di seggi alla Camera sarebbe comunque un buon risultato per il Partito repubblicano, che ribadirebbe il suo predominio nelle istituzioni del Paese.

Una perdita maggiore alla Camera avrebbe invece il significato opposto, perché la vera posta in gioco in questa particolare elezione è se i democratici riusciranno a sottrarre ai loro avversari quella ventina di seggi necessari a cambiare la maggioranza alla Camera. Ciò bloccherebbe largamente il programma presidenziale, intaccando il predominio istituzionale repubblicano e suggerendo che Trump potrebbe essere destinato a fermarsi dopo i primi quattro anni di mandato, dando fiato alle critiche, oggi per lo più silenti, che ribollono negli stessi ranghi repubblicani.

La riconquista democratica del Senato è invece praticamente impossibile, anche se la maggioranza repubblicana si ferma a uno striminzito 51 a 49. Tuttavia, dei 35 seggi da rinnovare 26 sono oggi tenuti dai democratici, che dovrebbero mantenerli tutti e conquistarne anzi altri due per diventare maggioranza. Un’impresa che appare proibitiva, anche perché 10 dei 26 seggi democratici sono in lizza in Stati dove Trump ha vinto, talvolta abbondantemente, nel 2016.

In sostanza, il destino della maggioranza alla Camera definisce chi perde e chi vince in queste elezioni di novembre. Se si arrivasse a un Congresso a due colori, gli indirizzi legislativi della politica presidenziale sarebbero largamente vanificati e Trump dovrebbe limitarsi a contare sulle sole prerogative del potere esecutivo.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 4/18, pp.667-675, è acquistabile qui]

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