Rivista il mulino

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La lotta agli ambulanti, tra repressione, prevenzione e inclusione sociale
Anti-abusivismo da spiaggia
rubrica
  • Identità italiana

A Forte dei Marmi e in molte altre spiagge italiane si intensifica il pattugliamento dell’arenile e delle strade per prevenire e contrastare il commercio ambulante abusivo. Nonostante la sostanza dell’illecito e la sua effettiva pericolosità sociale rendano di norma l’abusivismo commerciale ambulante un fenomeno giuridicamente di modesta rilevanza, almeno a partire dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso si sono moltiplicate le strategie di prevenzione, con ingenti investimenti di uomini e risorse, specie da parte delle amministrazioni locali. Due sono generalmente le tipologie di intervento privilegiate dalle polizie municipali, in particolare attraverso le squadre annonarie addette al controllo dell’abusivismo commerciale, non di rado con il supporto delle capitanerie di porto.

La prima opzione è quella repressiva, perseguita quando si intende colpire il venditore e porlo di fronte alle conseguenze amministrative, ed eventualmente penali, della sua condotta. Viceversa, la scelta di tipo preventivo viene privilegiata quando si vuole ostacolare la vendita.

La scelta repressiva, non di rado, prevede la partecipazione di “pattuglioni” interforze, che spesso coinvolgono anche forze di polizia nazionali con azioni di accerchiamento finalizzate a realizzare vere e proprie retate di grande effetto e visibilità. In questo modo si intende cogliere l’abusivo in flagranza, sequestrare la merce e avviare la procedura relativa all’illecito.

Le violazioni contestate agli ambulanti si sostanziano molto più frequentemente in quelle amministrative dovute all’assenza di permessi e licenze. Tuttavia, l’intervento di controllo può essere inasprito, con conseguente investimento di tempo e risorse umane, con la contestazione dell’assenza di documenti validi per il soggiorno legittimo sul territorio nazionale. La dimensione più direttamente riconducibile alla criminalità si manifesta piuttosto laddove l’abusivo opponga resistenza agli agenti che realizzano il sequestro. 

L’alta visibilità di questi interventi garantisce il plauso e l’appoggio delle associazioni dei commercianti – i primi a chiedere e sostenere l’opzione repressiva, in qualche caso ricorrendo a collette per finanziare gli interventi di tasca propria – ma non necessariamente dei bagnanti e dei turisti. Anzi, non di rado si sono registrati episodi di solidarietà, sia con la condanna dell’operato delle pattuglie sia con condotte attive tese ad aiutare gli ambulanti a evitare il sequestro delle merci, se non in qualche caso a ostacolare gli interventi della polizia.

Se la dimensione penale risulta secondaria, nei confronti di un fenomeno che appare diffuso soprattutto come illecito amministrativo, il carico di lavoro derivante dall’attività di contrasto delle polizie locali non è affatto marginale. L’abusivo colto in flagranza deve essere accompagnato alla centrale della polizia municipale, e una volta redatto il verbale occorre numerare e registrare la merce, che va poi stoccata e conservata.

Laddove poi non sia stato possibile identificare l’identità e la residenza dell’abusivo, si pone la necessità ulteriore del suo accompagnamento e piantonamento in questura.

Naturalmente l’identificazione di stranieri sprovvisti di documenti – requisito essenziale per determinare una eventuale sanzione amministrativa o penale nel caso di vendita di merci contraffatte o di contrabbando, fino all’espulsione – comporta di regola procedure lunghe e costose. Si aggiunga che le ricerche attraverso l’Interpol vanno affiancate al coinvolgimento dei (presunti) Paesi di provenienza, che tuttavia difficilmente offrono una piena collaborazione, soprattutto in tempi utili ad evitare la prescrizione del procedimento.

L’approccio aggressivo, se garantisce un evidente riscontro immediato, quanto meno a livello mediatico, può nel contempo comportare procedure burocratiche complesse che corrono poi il forte rischio di essere vanificate. Anche per questo spesso si preferiscono interventi di prevenzione, con la presenza altamente visibile di pattuglie che presidiano porzioni della battigia o di altre aree delle località turistiche. I controlli mirano in questo caso a far allontanare gli abusivi, con o senza merce, ostacolando di fatto l’offerta su quella specifica spiaggia. In questa prospettiva, la merce rinvenuta durante il pattugliamento viene raccolta a fine turno, senza l’identificazione, in maniera da interrompere la vendita, non procedendo però contro l’ambulante.

Naturalmente è improbabile che questi due approcci si contrappongano. Piuttosto tendono a combinarsi. L’intervento repressivo puro viene svolto più per rimarcare un’evidente protezione dei legittimi interessi dei commercianti - la categoria più colpita dall’abusivismo in spiaggia - che per i risultati concreti di contrasto al fenomeno. Va aggiunto che, nonostante in molti casi la merce non risulti né contraffatta né di contrabbando (si tratta per lo più di bigiotteria, accessori o abbigliamento di provenienza certa e legittima), l’illecito permane. Il fatto che abbia una modesta rilevanza in termini di pericolosità non giustifica la rinuncia alla certezza del diritto.

Tuttavia, occorre anche riconoscere che un illecito praticato da soggetti spesso privi di identità e dunque difficilmente perseguibili, a livello sia amministrativo sia penale, non appare governabile attraverso la sola repressione. A maggior ragione quando ci troviamo, come in questo caso, di fronte ad attività illegali a cui i consumatori finali partecipano in maniera più o meno consapevole.

Se si tratta di un problema economico e sociale ben più che di ordine pubblico, la soluzione andrebbe piuttosto cercata nel promuovere l’emersione della maggior parte dell’ambulantato che non ha implicazioni penali all’interno dell’area della legalità. Ovviamente è possibile investire nell’azione repressiva, potenziando gli organici deputati al controllo e applicando sanzioni particolarmente severe, magari anche sul lato dei potenziali clienti. È stato fatto, anche con successo come nel caso del comune di Cervia, che nel 2017 ha previsto l’assunzione a tempo determinato di 31 agenti di polizia municipale, con i quali è stato possibile rafforzare i pattugliamenti che hanno garantito un presidio quotidiano sulle spiagge locali. Un investimento complessivo senza precedenti da parte dell’amministrazione comunale di oltre 600 mila euro all’anno.

Pur se quest’anno, con l’adozione del piano Spiagge sicure - Estate 2018, il ministero dell’Interno ha stanziato due milioni e mezzo di euro a favore di 54 comuni rivieraschi italiani a vocazione turistica, i bilanci sempre più ristretti di molte amministrazioni comunali non consentono un ampio ricorso a simili soluzioni.

Appare allora importante tenere conto anche dell’esperienza di tante città europee ed italiane che hanno provato ad offrire opportunità per l’emersione di forme di commercio negli spazi pubblici, nel rispetto della normativa sul commercio e fiscale.

È il caso, ad esempio, del progetto Chance promosso dal comune di Genova a partire dal 2015 per affrontare il problema degli assembramenti che vedevano da anni centinaia di persone, prevalentemente di origine maghrebina, riunirsi nella zona di Piazza San Giorgio per vendere o scambiare oggetti usati per pochi euro. Genova ha sperimentato un percorso di legalizzazione, incentrato sulla proposta da parte dell’amministrazione comunale di riconoscere uno spazio nel quale, a turno, e rispettando precise regole e orari, le persone coinvolte possano scambiare o vendere piccoli oggetti, senza infrangere la normativa. Centinaia di persone si riuniscono oggi in un’area che, utilizzata poche ore per un mercatino, non abusivo e non illegale, viene poi lasciata sgombra e pulita. Chi partecipa al progetto è inoltre coinvolto in percorsi di formazione e di ricerca di lavoro: grazie ai colloqui orientativi sono già decine le persone che svolgono altre attività lavorative.

Rilevante l’impatto anche rispetto alle attività di controllo: dopo un anno l’impegno di agenti della polizia municipale a presidio dell’area si è ridotto del 97%.

Fermo restando l‘impegno a reprimere gli illeciti penali, spetta dunque alle amministrazioni comunali il compito di governare fenomeni e processi complessi, attraverso progettualità concrete basate su analisi scientificamente fondate ed in grado di combinare le istanze di controllo con la promozione di interventi preventivi volti a favorire l’inclusione sociale.

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