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Sulla legge che definisce Israele "Stato ebraico" votata dalla Knesset e ignorata dai media
Cose di ebrei
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  • Culture

La legge sullo Stato ebraico votata qualche giorno fa alla Knesset, la cui scarsa maggioranza (62 deputati hanno votato a favore, 55 contro) ha peraltro entusiasmato Bibi Netanyahu, merita qualche commento non tanto per il contenuto quanto per i suoi contorni e le omissioni.

Ci  sono infatti voluti dieci anni di aspri dibattiti per ottenere una legge sullo Stato ebraico che fosse peggiore di quella proclamata alla fondazione dello Stato nel 1948. Gli arabi di cittadinanza israeliana, le religioni e le etnie non sono più, come una volta, con diritti pari a quelli della maggioranza, ma “quasi” pari ad essi. La  lingua araba non è più la seconda lingua ufficiale del Paese, ma è ora una lingua “protetta”, al pari di  una specie selvatica in via di estinzione.

Nel documento approvato dal Parlamento israeliano dopo otto ore di discussione ci sono poi parecchie cose ovvie, ma l’importante è  comprenderne i  contorni: in uno Stato privo di Costituzione, vige adesso una legge brutta concepita per facilitare i  peggioramenti che dovessero risultare necessari o utili ai futuri governi di destra. Così come a quello attuale, composto da nazionalisti, oltranzisti, populisti, sovranisti, religiosi ortodossi.

Se da noi in Italia è stata sufficiente a generare il terrore popolare un’immigrazione che, per quanto vasta, risulta assai inferiore a quelle di Francia, Inghilterra e Germania, che potrà mai succedere a un Paese  di sette milioni di abitanti che ha a che fare non con africani disperati, ma con implacabili e secolari nemici? Se nonostante tutto la pace è la necessità primaria di Israele, qual è il contributo di documenti tanto meschini?

Ma il fatto più stupefacente è stato che nessuno dei giornali italiani ha saputo soppesare efficacemente la pericolosità di una legge come questa. Le cause sono molteplici: da una parte siamo in presenza di un Paese fra i tanti che, volere o non volere, fanno parte del processo di decolonizzazione, e ne hanno fatto di tutti  i colori.  Perfino dal punto di vista toponomastico: Malaysia  al posto di Malesia, Sri Lanka al posto di Ceylon, Mumbai invece di Bombay… per non parlare poi dei musulmani cacciati o perseguitati dai Paesi  non musulmani, e viceversa. Delle Moschee che saltano come birilli tutti i venerdì. Le Chiese la domenica.

Un altro motivo di questa strana moderazione della stampa è forse il giudizio pessimo su Israele da parte di tanti. Quel  documento, che neppure nomina la parola “democrazia”, può essere apparso persino passabile perché non contiene parole come: “governatorato generale”, “razza araba”, “protettorato”, “Obergruppenführer”, “castrazione chimica”. E via andando. Del resto, dopo ogni venerdì di sangue nella Striscia di Gaza, si registra il comunicato di sollievo: “Raggiunta la tregua a Gaza con la mediazione delle Nazioni unite e dell’Egitto di Al-Sisi”. Fino  al prossimo venerdì.

Diversa e assai più sconfortata la reazione alla legge da parte della Diaspora ebraica: gli ebrei americani, ad esempio, in maggioranza Riformati, non sono per nulla confortati dalla supremazia ortodossa in Israele.

Non mi voglio soffermare sui valori eterni del Giudaismo - dei quali Israele doveva essere sì esempio al mondo - perché si tratta di un discorso troppo complesso e che apparirebbe come la solita tiritera a chi non tiene nel dovuto conto che, dalla Rivoluzione francese in poi, dalla Seconda guerra mondiale in poi, ogni ebreo si sente schierato fermamente dalla parte del progresso delle genti. Salvo, ovviamente, gli ebrei di corte del Nuovo Regno medievale di Trump.

Più semplice, invece, la domanda che rivolgo con una certa immodestia  alle autorità ebraiche dei Paesi della Diaspora: ”Pardon! Che cosa obbiettereste se nel Paese che vi ospita venisse emanata una legge di questo genere?”.

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