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Zarzis, Tunisia
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  • lettere internazionali

Le coste libiche sono all’orizzonte appena si prende il largo dalla cittadina di Zarzis, lungo la costa meridionale della Tunisia. Con l’inizio dell’estate, le correnti soffiano dalla Libia alla Tunisia e il mare inizia a restituire sulle spiagge quel che resta dei corpi dei migranti morti in mare giorni, settimane o mesi prima.

Si fa un gran parlare dei migranti che attraversano il Mediterraneo con la speranza di approdare sulle coste italiane, ma poca o pochissima attenzione si rivolge ai morti. La contabilità dei naufragi riempie le pagine dei giornali, ma, al di là dei numeri, che fine fanno le persone, che ne è dei loro corpi? Normalmente le autorità tunisine competenti li interrano in fosse comuni, senza che così ne resti traccia. L’Europa, l’Italia e le organizzazioni internazionali sono tutte troppo intente a occuparsi dei migranti in mare per prestare tempo e attenzione ai morti. C’è un uomo di cinquantatré anni che, invece, ne ha fatto lo scopo della propria vita attraverso un’attività di volontariato pressoché quotidiana, da quando a seguito di un incidente ha dovuto smettere di andare per mare, abbandonando la sua attività di pescatore. Chamseddine Marzoug ha deciso di dare rispetto a quei corpi morti in mare interrandoli nel «cimitero delle persone sconosciute». Forse il senso di profonda umanità che muove Chamseddine arriva da una tragedia, quelle delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, della quale anche lui è parte. Sono tre i suoi figli che hanno raggiunto l’Europa, pagandosi un passaggio irregolare attraverso il Mediterraneo. Anche loro, come tanti altri tunisini, avevano cercato di ottenere un visto turistico regolare prima dall’ambasciata di Francia e poi da quella d’Italia; ma il visto è sempre stato loro rifiutato perché chi «può assicurare che poi sarebbero tornati?», ricorda Chamseddine.

Per un giovane tunisino è pressoché impossibile avere un visto turistico per l’Europa, specie se arriva dalla provincia e da una famiglia normale, che in Tunisia significa mediamente povera. Quei morti che il mare restituisce avrebbero potuto essere i suoi figli, se le cose fossero andate diversamente. Per Chamseddine le migrazioni odierne rimandano a un senso di solidarietà tra gli ultimi del mondo, tra tutti quelli che fuggono da guerre e conflitti, o più semplicemente inseguono il sogno di un futuro migliore. Per quest’uomo, la responsabilità di questi morti è dell’Europa, prima di tutto, perché, invece di proteggere le persone, ha scelto di proteggere i confini.

Su un pezzo di terra che l’amministrazione comunale di Zarzis ha concesso a Chamseddine, è nato così il cimitero delle persone sconosciute dove interrare i morti approdati sulle spiagge tunisine. Non troppo lontano da qui sorge la discarica di Zarzis: i rifiuti di materia plastica portati dal vento sono ovunque su questo terreno che pochi vorrebbero. Chamseddine lo ha ripulito, trasformandolo in un luogo dove dare riconoscimento e dignità ai migranti morti in mare. In questo pezzo di terra i migranti venivano sepolti già prima del 2011, prima della rivolta che portò alla caduta del regime di Ben Ali, ma a quel tempo tutto avveniva di nascosto. Il regime non voleva si sapesse né tantomeno che si parlasse pubblicamente di questa tragedia. Ma dopo il 2011, come dice Chamseddine, non è più possibile tacere: «i morti sono tutti uguali», dopo che hanno passato giorni, settimane o mesi in mare sono tutti gonfi d’acqua e in avanzato stato di decomposizione. Quando il mare li restituisce, alcuni mancano di una gamba, un braccio o la testa, altri tengono ancora il loro bambino legato al petto da un panno di stoffa. Chamseddine tiene una rigorosa contabilità dei morti che seppellisce e un giorno vorrebbe aprire un museo con gli oggetti di quelle persone che il mare restituisce insieme ai corpi. Difficile però dire quanti furono i cadaveri sepolti prima del 2011, quando tutto avveniva in clandestinità. Complessivamente i corpi interrati sono ormai quasi quattrocento. Una cosa è certa: nell’appezzamento di terreno disponibile non c’è più spazio per nuove sepolture, e proprio all’inizio di una nuova estate, quando le correnti marine tornano a sospingere i corpi senza vita verso le coste di Zarsis. Chemseddine ha avviato un progetto per aprire i cimiteri musulmani, cristiani ed ebraici alla sepoltura dei migranti morti in mare, ma spera anche di riuscire a ottenere un appezzamento di terreno per un nuovo cimitero più grande.

Con la firma del Memorandum of Understanding tra Italia e Libia all’inizio del 2017, la politica italiana ed europea in tema di controllo dei flussi migratori è di fatto ritornata alla strategia dei respingimenti in alto mare, messa in atto già tra il 2009 e il 2010. Oggi però è la Guardia costiera libica a fare tutto il lavoro sporco, così da evitare all’Italia nuove condanne della Corte internazionale dei diritti dell’uomo, come quelle avute nel 2012. L’obiettivo è quello di riportare i migranti intercettati in mare dalla Guardia costiera libica sulle coste della Tripolitania e possibilmente di prevenirne le partenze.

Tra il 2017 e il 2018, così come era stato tra il 2009 e il 2010, la strategia messa in atto si è rivelata estremamente efficace nel ridurre di molto gli approdi sulle coste italiane, al costo però di aumentare infinitamente le sofferenze dei migranti riportati in Libia a dispetto dei loro diritti umani. Con l’insediamento del nuovo governo italiano guidato da Giuseppe Conte, si è compiuto un passo ulteriore, che per tanti versi ha del paradossale e del contradditorio. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha fortemente limitato le operazioni di salvataggio in alto mare dei migranti da parte delle Ong internazionali per evitare che una parte dei migranti salvati in mare arrivassero comunque in Italia: infatti, nel periodo precedente, i migranti tratti in salvo dalla Guardia costiera libica erano riportati in Libia, ma quelli dalle Ong internazionali erano invece portati in salvo in Italia. Le acque del Mediterraneo centrale erano sempre più contese tra Ong e Guardia costiera libica, con l’appoggio della missione navale militare internazionale “Sofia”. Salvini ha creduto di portare a zero gli arrivi mettendo fuori gioco le Ong internazionali, infrangendo le regole del diritto italiano, europeo e internazionale, ma, al contrario, il primo e più immediato effetto è stato quello del rapido aumento delle morti in mare, oltre 500 solo nel giugno scorso. Il cimitero delle persone sconosciute promette allora di essere sempre più stretto per quei tanti migranti che approderanno ormai senza vita lungo le coste di Zarzis.

 

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