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L'epica di Tex Willer
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La longevità di Tex (il personaggio, come la collana omonima) è uno dei grandi misteri del fumetto e dell’editoria: un arzillo settantenne (è nato nel 1948) che ha liquidato senza troppi problemi il XX secolo e che non sembra intimidito dal XXI. Non esiste nulla del genere nel nostro Paese e per trovare possibili termini di paragone occorre rivolgersi a icone globali come Topolino (1928), Superman (creato nel 1933 e pubblicato nel 1938) o Batman (1939). Questo orizzonte temporale pone di per sé la questione della qualità e delle caratteristiche intrinseche del personaggio-Tex: come mai è ancora oggi una lettura irrinunciabile per centinaia di migliaia di persone, sia con storie vecchie, già dalla fine degli anni Cinquanta costantemente disponibili in sempre nuove edizioni e ristampe, sia con altre prodotte appositamente da numerosi autori, ormai quasi tutti molto più giovani di lui? Quando parliamo di “caratteristiche di Tex” parliamo di cause o effetti di una vita editoriale e narrativa così lunga? Tex ammette una prospettiva storica, e in particolare evolutiva? E infine, è davvero possibile che Tex “cambi restando sempre uguale a se stesso” (un refrain caro alla fan base)?

Un’opera in evoluzione nel tempo genera per definizione numerose istanze di sé, tra loro diverse e in una relazione inevitabilmente complessa, tipica della serialità: per comprenderla è indispensabile andare alle origini, analizzare i punti di partenza, scavare attorno alle radici. Nel farlo, Elizabeth Leake, nel suo Tex Willer. Un cowboy nell’Italia del dopoguerra (Il Mulino, 2018), mette a segno alcune osservazioni-chiave, a cominciare dai rapporti di Tex col Neorealismo e con la figura maschile nell’Italia dell’epoca. Il fatto, per esempio, che in Tex “ritroviamo condensata la quintessenza degli uomini della sua generazione, tra i quali anche il suo creatore Gianluigi Bonelli: l’amore per l’avventura, un interesse distratto e sporadico per la paternità, una buona dose di afasia emotiva, una sfiducia congenita nei confronti dell’autorità e delle donne, un fastidio urticante per le regole, e uno strano mix di arroganza spavalda e capacità di scendere a compromessi”.

Il carattere di Tex nasce inoltre già tipicamente italiano, senza corrispondere in nulla “al tipico cowboy della tradizione cinematografica americana”. Un carattere in sintonia con le pellicole neorealiste del periodo, con le quali condivide “il realismo, ossia la maniera in cui rivendicano di rappresentare la realtà. Allo stesso modo di Roma città aperta, per esempio, anche Tex è programmaticamente ‘popolare’”. Nel contesto di un’Italia che fatica a ricomporre un’idea di unità nazionale, il riferimento al capolavoro di Rossellini è deliberato: “Tex fa con il colonialismo quello che Roma città aperta fa con l’occupazione tedesca: traspone l’immagine del nemico su di un’altra cultura, così da promuovere una visione consolatoria di unità italiana”. In questo modo “il passato resta relegato nel passato, un’idea che potrebbe aver avuto una certa popolarità nell’Italia del 1948”. Più precisamente, “ Tex porta sulla scena la transizione da un regime di governo autoritario a uno democratico, negoziando l’equilibrio tra bene collettivo e individuale su cui si fonda quest’ultimo”. Questa capacità di rappresentare i tratti fondanti e gli umori di un paese è tipica dei prodotti dell’intrattenimento autenticamente popolari: “Tex si muove all’interno di una complessa rete di riferimenti culturali di cui il western è soltanto un esempio (...). Chiamare Tex derivativo equivale a sottovalutare (...) un prodotto culturale in contatto immediato, profondo e costante con lo spirito dell’epoca”.

La mascolinità di Tex, il suo modo di essere uomo, è parte importante e profondamente italiana del personaggio delle origini: “Come i western americani cui si ispira, Tex è una storia di uomini.” Più precisamente, “Tex è enfaticamente un fumetto di uomini (amici e nemici, padri e figli, capi, eroi e cattivi)”. È la rappresentazione stessa della virilità, in “un mondo in cui contano solo gli uomini mentre le donne sono insignificanti”. Forse per la prima volta così chiaramente, Leake osserva che “le donne (...) non hanno posto nella storia di Tex (...) perché ostacolano il compito della sua missione esistenziale(...), che consiste nel combattere e comandare virilmente, facendo affidamento solo su se stesso”. Un punto di vista con inevitabili ricadute sui vari ruoli maschili rivestiti dall’Eroe: “Per Tex, essere padre è come essere figlio o marito: un’impresa da intraprendere con bonario disinteresse, da gestirsi preferibilmente a distanza”. A dispetto dell’apparente inadeguatezza di queste caratteristiche “di base” rispetto al mondo e alla società contemporanei, Tex non ha mai veramente mostrato la necessità di un aggiornamento sostanziale: “I lettori di Tex, per quanto in evoluzione, gli sono ancora fedeli. (...) Un fumetto nato dalle ceneri di una cocente disfatta in guerra, (...) continua forse a esercitare una forza d’attrazione. (...) Tex rassicurava i suoi lettori sul fatto che esistesse davvero un eroismo italiano. Il suo messaggio è sopravvissuto fino ai nostri giorni”.

Tex, quindi, come modello di un’Epica nazionale. Indizio di una possibile soluzione al mistero della sua longevità: perché l’Epica non muore mai.

 

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