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Washington, 9/7/2018
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  • lettere internazionali

Corte Suprema: lascia il giudice Kennedy. La Corte Suprema americana è composta da nove giudici a vita, che vanno in pensione solo se decidono di farlo e che hanno un enorme potere sulla vicenda politica, civile e sociale degli Stati Uniti.

Nel sistema di pesi e contrappesi immaginato dai costituenti americani, il ruolo della Corte Suprema è centrale e, senza entrare in disquisizioni giuridico-costituzionali, basta citare alcune decisioni per rendersene conto: il diritto a sposare una persona dello stesso sesso, il diritto delle donne a scegliere se interrompere o meno una gravidanza, la vittoria di George W. Bush alle elezioni del 2000, il permanere del cosiddetto muslim ban, l’ordine esecutivo emesso da Trump – dopo essere stato riscritto – sono alcune delle decisioni cruciali degli ultimi anni e decenni.

Più lontano nel tempo ci sono decisioni che negarono la cittadinanza americana agli schiavi liberati e quelle che dichiararono incostituzionale la separazione tra bianchi e neri nelle scuole. Queste due sentenze, in contraddizione tra loro, segnalano come la Corte abbia storicamente avuto la capacità di leggere i tempi e modificare la propria giurisprudenza di conseguenza. L’opinione del 2015 scritta dal giudice Kennedy sul matrimonio tra persone dello stesso sesso è illuminante in questo senso perché vi si riconosceva proprio il mutamento dei tempi: oggi quel matrimonio è digerito dalla società, è normale e, quindi, va ammesso in ogni Stato – vi era poi il tema più strettamente giuridico, legato ai diritti e ai doveri di famiglie che si spostavano da uno Stato dove avevano un riconoscimento giuridico e viceversa.

Bene, il giudice Kennedy, moderato nominato da Ronald Reagan, repubblicano, 81enne, ha deciso di andare in pensione e questo concede la possibilità a Donald Trump di spostare gli equilibri della Corte. Kennedy era infatti lo swing vote, il voto che si schierava una volta con quattro giudici liberal e un’altra con i conservatori su alcune questioni cruciali. Se il presidente, come ha promesso  – e come si evince dal terzetto di nomi che circolano per la successione – scegliesse un giudice dal pedigree fortemente conservatore, gli equilibri si sposterebbero molto. Intendiamoci, i giudici sono anche persone serie e preparate e non sempre legiferano a partire dalle proprie convinzioni religiose o politiche: il capo della Corte, il giudice Roberts, voluto da Bush junior, è il voto che ha mantenuto in piedi la riforma sanitaria Obama perché questa, banalmente, non violava il dettato costituzionale.

In un’epoca di profonde divisioni politiche, però, avere una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema o non averla fa la differenza. Lo sanno bene i repubblicani in Senato che hanno impedito a Barack Obama di nominare un giudice nonostante la morte del giudice Scalia avesse lasciato un posto vacante. L’atteggiamento repubblicano era fuori dalla prassi, ma ha funzionato: il Senato ha la possibilità di bloccare le nomine e lo ha fatto in diversi casi. Ma quelle bocciature riguardavano un giudizio sul giudice, sulle sue opinioni estreme o sui suoi titoli, non erano guerriglia politica. Nel caso della nomina di Merrick Garland – un moderato – da parte di Obama la scelta repubblicana fu puramente tattica e determinò la seconda vacanza più lunga della storia della Corte. L’ultima mancata azione da parte del Senato risaliva al 1922 e il giudice venne poi confermato con il voto contrario di 5 democratici e tre repubblicani – non un blocco di parte, dunque.

Le dimissioni di Kennedy e l’annuncio di Trump porteranno dunque a una nuova battaglia politica furiosa. Trump ha infatti accennato all’idea di nominare una figura che rimetta in discussione il parere dato nel caso Roe Vs. Wade, che ha aperto la strada all’interruzione di gravidanza a livello federale. Il fatto che tra coloro che hanno incontrato i potenziali giudici ci sia anche l’ultrà religioso e campione della destra evangelica, il vicepresidente Pence, è un segnale nella stessa direzione.

Il presidente non pensa e non può agire in materia ma può favorire il ritorno del tema davanti ai giudici nominando una figura molto schierata, incentivando così quei gruppi pronti a far ripartire la battaglia legale contro l’aborto. L’appiglio giuridico – suggerito dal presidente – è chiedersi se un tema come questo sia di competenza federale o statale, ovvero se non debbano essere i singoli Stati a consentire o meno di abortire. A prescindere dalle posizioni sull’aborto, i conservatori tendono a preferire la competenza degli Stati su Washington e non viceversa. Cosa faranno i democratici per cercare di impedire la nomina? E perché la battaglia avrà conseguenze anche sulle elezioni di mezzo termine? Il partito di opposizione cercherà di bloccare la nomina utilizzando l’argomento usato da Mitch McConnell, capo dei repubblicani in Senato: il presidente non deve nominare in un anno di elezioni, quando la maggioranza nella Camera alta, quella che deve dare il suo beneplacito alla nomina, potrebbe cambiare. L’appello è poi rivolto a due senatrici donne del partito avversario, Collins del Maine e Murkowski dell’Alaska entrambe moderate ed entrambe non in buoni rapporti con la presidenza e l’ala religiosa-conservatrice del partito. La senatrice Collins del Maine ha già detto che voterà contro qualsiasi giudice che ritenga che Roe Vs. Wade si debba rivedere.

La ricaduta di una battaglia incerta avrà conseguenze nei tempi lunghi: i giudici non vanno in pensione e gli ultimi sono stati nominati, apposta, piuttosto giovani. Per questo tutti affilano le armi: i finanziatori conservatori sono pronti a finanziare l’acquisto di spazi televisivi per promuovere il nominato da Trump. Questi ha come obiettivo — un obiettivo che vale per quasi tutte le sue scelte politiche — quello di soddisfare e galvanizzare la sua base, non di allargarla. Aprire lo scontro sull’aborto e sulle altre questioni che hanno generato le culture wars degli anni Novanta e Duemila, è un modo di blandire la base evangelica. La più fedele e la più sconfitta dai grandi passi avanti fatti dai diritti civili e dall’esito degli scontri sulle grandi questioni etiche di questi anni. Le culture wars sono state uno strumento per mobilitarli, nel 2004 in Ohio la destra presentò una proposition (i referendum statali) per mettere la contrarietà all’aborto nella costituzione dello Stato e questo portò ai seggi migliaia di persone che altrimenti sarebbero state a casa. L’Ohio, anche per questo, andò a Bush e Kerry perse le elezioni.

Facendo rientrare dalla finestra lo scontro sull’omosessualità, la liberalizzazione delle droghe leggere, l’aborto e la contraccezione, le armi, la separazione di Stato e Chiesa, ossia quegli argomenti che dividono l’America su terreni diversi che non siano il censo o il gruppo di appartenenza, Trump spera di compattare la base come fece Bush nel 2004. Non è escluso che i repubblicani prendano altre iniziative per rafforzare il proprio appeal sugli evangelici – un quarto dell’elettorato, non tutti votano GOP. Un buon esempio sono i curricula scolastici, su cui in alcuni Stati come il Texas si sono combattute battaglie epocali: creazionismo, evoluzione, storia americana.

Sotto la presidenza Trump, nell’anno della grande partecipazione delle donne alla contesa politica, nell’anno di #MeeToo e delle marce su Washington, rendere lo scontro sulla Corte Suprema ideologico è anche un potenziale boomerang, un modo per galvanizzare le donne a votare per difendere i diritti acquisiti. C’è grande fermento da mesi e uno scontro come quello sulla Corte Suprema potrebbe spostare elettrici indipendenti a sinistra.

Le stesse donne che si mobiliteranno in vista di questa battaglia, intanto, pregano perché la 85enne giudice Ruth Bader Ginsburg, nota per la quantità di flessioni che è in grado di fare, continui ad andare in palestra e rimanga in forma. È lei, in questa fase storica, la donna più amata dalle donne di sinistra (e se non ci credete googlate Notorius RBG e scoprirete la quantità di T-shirt in vendita con la sua faccia).

 

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