Rivista il mulino

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La vita degli altri non ci riguarda. E poco importa se chi cerca di arrivare in Europa morirà in mare o in Africa
La morte degli altri da noi
rubrica

Salvini giustifica la sua linea dura contro i migranti che vengono dal mare con una motivazione, diciamo così, pedagogica: se gli renderemo impossibile essere raccolti dalle Ong sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, delegando tutte le azioni di salvataggio alla Guardia costiera libica e obbligando la nostra Guardia costiera a rimanere nelle acque territoriali italiane, ben lontane da dove i trafficanti abbandonano a se stessi i barconi, smetteranno di cercare di attraversare il mare. Quindi di arrivare da noi. Se questo significa costringerli a rimanere nelle prigioni libiche, o a venirvi riportati a forza, non ci riguarda; come non ci riguarda l’aver chiuso ogni possibilità di richiedere asilo a chi ne avrebbe titolo. Una possibilità, di fatto, oggi accessibile solo a chi riesce ad arrivare in Italia e non disponibile né nei luoghi di origine né in quelli di transito.

Così come non ci sono più canali legali per chi volesse, più o meno temporaneamente migrare per motivi economici. Se poi ci scappa qualche morto, meglio ancora se molti, la lezione sarà ancora più efficace, come ha dichiarato un ascoltatore di Prima pagina il giorno in cui si ha avuto notizia del naufragio in cui si stima abbiano perso la vita 100 persone, tra cui qualche bambino piccolissimo.

Sono lontani i giorni in cui le centinaia di morti in mare colpirono talmente la coscienza collettiva, e quella di chi allora ci governava, da far scattare l’operazione «Mare nostrum». Ma sono lontani anche i tempi in cui l’immagine del piccolo Alan Kurdi riverso sulla sabbia – simbolo di centinaia di altri bambini persi nelle traversate della disperazione – provocò una ondata di emozione collettiva. Oggi non c’è neppure il fuoco di paglia dell’emozione. C’è la freddezza di chi ha trovato nel motto “prima gli italiani” ogni giustificazione non solo per non vedere, ma anche per trovare conforto nel fatto che quando queste tragedie avvengano aiutano a tenere “gli intrusi a casa loro”. È un atteggiamento che non riguarda solo o prevalentemente chi si trova ai margini e si sente, giusto o sbagliato che sia, in competizione per risorse scarse. Al contrario, si tratta di un atteggiamento trasversale a tutti i ceti, incluso chi utilizza il lavoro di migranti. Qualche giorno fa a Trento un datore di lavoro ha risposto con pesanti insulti e minacce a un operaio nordafricano che aveva telefonato per avvisare di essere malato. Basta un nonnulla, e anche meno, per sentirsi legittimati ad evocare Salvini (e Casa Pound) come i castigamatti finalmente in azione.

Anche l’auspicio “aiutiamoli a casa loro” sembra essersi trasformato nella disponibilità a fornire mezzi alle forze di polizia dei Paesi di frontiera perché facciano opera di contenimento, in una sorta di versione moderna del colonialismo: sono i Paesi più poveri a doversi fare carico, più di quanto non facciano già, dei costi non solo economici, ma sociali, dei processi migratori. I Paesi più ricchi sono disposti a rimborsarne un po’ i costi finanziari, ma senza preoccuparsi delle possibilità di vita e di integrazione di quei migranti nel Paese in cui vengono confinati e dell’impatto di masse di migranti su popolazioni già povere o poverissime e con servizi scarsi o inesistenti. Si sta realizzando, nel caso dei migranti, il fenomeno che Saskia Sassen ha definito di espulsione: di creazione di ghetti in cui confinare gruppi sociali e popolazioni considerate ridondanti, inutili anche per lo sfruttamento. Non è solo la posizione del nostro governo, purtroppo. In modo più o meno esplicito è la posizione anche dell’Unione europea, pur con le sue divisioni interne: disponibile a fornire aiuti più per la creazione di hotspot e per il controllo alle frontiere che per lo sviluppo – certo una faccenda più complicata e di più lungo periodo del respingimento in mare e della costruzione di campi di contenimento.

Stiamo passando rapidamente dall’“aiutiamoli a casa loro” al “che muoiano a casa loro”. O per lo meno a casa d’altri, lontani da noi, senza che noi li si debba guardare in faccia, senza che ci si ritrovi costretti a sentire le loro richieste di aiuto. Non meravigliamoci, però, se poi qualcun altro, utilizzando gli stessi strumenti dei populisti nostrani, troverà tra gli espulsi fertile terreno per la propria propaganda anti-occidentale e per qualche, nuova “guerra santa”.

 

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