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L’America ai Tropici: Miami Beach
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  • Culture

Le Americhe degli Stati Uniti sono tante e inattese. Ve ne è una pseudo tropical-caraibica a Miami Beach, l’isola balneare davanti alla città di Miami. Ho brevemente soggiornato a South Beach, il cuore vacanziero di Miami Beach, a cavallo tra kitsch tropicale e trapianti architettonici europei. A fine Ottocento un piccolo gruppo di famiglie cerca di fare della fila di isolotti davanti alla città delle piantagioni di frutti tropicali come avocados e manghi. L’insalubrità del posto, pieno di paludi e zanzare ed esposto agli uragani caraibici, fa fallire il tentativo. Ma coll’inizio del nuovo secolo qualche immobiliarista locale e qualche finanziere del nord ne intuiscono la potenzialità balneare: lanciano grandi lavori di risanamento, distruggono qualche isoletta per allargarne altre, costruiscono strade e ponti col continente. Miami Beach diviene una spiaggia da gita giornaliera, con stand di cibi, bevande e intrattenimento. Ma anche prima della Grande Guerra comincia a sorgere qualche albergo in mattoni.

Finito il conflitto e popolarizzatasi la vacanza balneare, due fattori creano il cuore storico di Miami Beach, l’Historic Art Deco District, due avenues parallele alla costa dell’Atlantico, punteggiate di piccoli alberghi e pensioni di massimo tre/quattro piani, cresciuti soprattutto tra le due guerre. Anzitutto l’esplosione in Europa dell’Art Déco dopo la famosa Exposition des Arts Décoratifs di Parigi nel 1925, e poi il terribile uragano del 1926, che spazza via tutte le precedenti strutture provvisorie e crea spazi alla ricostruzione. Nel trapianto dei volumi curvilinei dell’Art Deco europea, gli architetti locali hanno inventato adattamenti balneari ed esotici, risultanti in una Tropical Art Déco con colori pastello, chiari e leggeri, e motivi decorativi tra conchiglie, fenicotteri e palme. Su Ocean Drive, la lunga arteria parallela all’Atlantico, dove si allineano gli alberghi Art Déco e si concentra giorno e notte una lower middle class vacanziera in magliette e pantaloncini, un piccolo museo racconta la costruzione e il salvataggio del quartiere, oggi monumento nazionale. E accompagna la storia e la tropicalizzazione di Miami Beach con la vicenda personale di Marvin Baumel, oggi un vecchio suonatore di “bongo”, i due tamburelli appaiati della musica caraibica, cui si era appassionato fin da piccolo ascoltando le radio cubane. Durante la seconda guerra, molte delle grandi spiagge atlantiche erano divenute campi di addestramento dei militari, che la sera affollavano i locali al piano terra degli alberghi déco alla ricerca di allegria ed esotismo. Marvin non poteva vantare imprese guerresche più eroiche di avere sempre continuato a suonare il bongo nell’orchestrina militar/latina dei “khaki caballeros”, organizzata dall’esercito per intrattenere truppe e feriti.

Tornate col dopoguerra pace e benessere, si moltiplicano gli snowbirds, “gli uccelli della neve,” persone che fuggivano dal freddo del nord per una calda vacanza balneare che ha il suo picco a marzo, perché già a fine aprile il caldo umido diviene oppressivo. L’esplosione vacanziera postbellica fa di Miami Beach anche una fiorente città di mafia, con grandi capi come Al Capone che partecipavano del fiume di soldi provenienti dai night club e dalle case da gioco.

Ma l’espansione fece anche la fortuna del nostro Mr. Baumel. A fine guerra i gruppi musicali latini o presunti tali si moltiplicarono nei locali e nei night club. Baumel trovò lavoro facilmente, ma dovette cambiarsi nome in fretta e furia (lo spettacolo doveva essere immediatamente annunciato nel giornale locale) perché un suonatore di bongo non poteva certo chiamarsi Marvin. Divenne così subitaneamente “Rey Mambo”, dal ricordo di un suo vecchio disco, e tale è rimasto. Aveva intanto conosciuto durante la guerra, amato e sposato una componente, anglosassonissima pure lei, di un terzetto di cantanti militari donne. Divenuta la voce del gruppo latino del marito, dovette darsi un soprannome pure lei: ovviamente “Mrs. Mambo”. Non conosceva una parola di spagnolo – ancora oggi la prima lingua di oltre la metà degli abitanti di Miami Beach (essendo l’inglese la prima lingua di circa un terzo degli abitanti). Quindi imparò a memoria la fonetica spagnola delle canzoni, salvo scappare subito dopo aver cantato nel timore che qualcuno potesse rivolgerle la parola.

Con gli anni Sessanta il modello hotel/grattacielo, che ospitava molte più persone, diede il via a numerosi abbattimenti dei piccoli hotel déco. Ma pochi anni dopo un movimento popolare di tutela del vecchio quartiere, grazie a lotte numerose e dure, ne salvò il corpo centrale, divenuto ormai una risorsa non solo architettonica, ma anche turistica. Oggi, con l’etichetta ufficiale Art Déco District si intende un’eredità stilistica più complessa: verso il 1910-1920 la fase déco era stata preceduta dal cosiddetto “Mediterranean Revival”, di colonnette pseudoclassiche e portichetti pseudorinascimentali tropicalizzati. La famosa Villa Casuarina né è uno degli esempi più noti: era nata nel 1930 con la pretesa di ispirarsi all’Alcazar de Colon di Santo Domingo, prima residenza del nuovo continente, costruita da Diego Colombo, figlio di Cristoforo nel 1511. Gianni Versace l’aveva comprata nel 1992 (e vi fu ucciso nel 1997), quando case di alta moda balneare avevano cominciato ad affollarsi a Miami Beach, e per allargare il giardino aveva abbattuto, legalmente ma tra grandi polemiche, un vecchio hotel déco che gli sorgeva accanto. Negli anni Quaranta e Cinquanta poi erano apparsi gli alberghi modernistici, sempre di dimensioni contenute, ma a spigoli vivi e innesti geometrici di vetro e acciaio.

Attualmente al piano terreno degli hotel déco di Ocean Drive si concentra il kitsch senza reticenze della reinvenzione del mito esotico a uso e consumo dell’“American people” in vacanza. Ristoranti, locali e caffè esibiscono finti pappagalli, finte giungle, e coloratissimi, enormi cocktail di rhum e frutta caraibica. Il più famoso tra tutti, il Mango Tropical Cafè, fornisce a piene mani,cibo,bevande, musica ed erotismo, che dovrebbero ispirare, ad alto costo, il valore liberatorio del sole e della way of life tropicale.

La vocazione latina si rinnovò poi col grande arrivo dei rifugiati cubani negli anni Sessanta che fece di Miami Beach un tempio dell’anticastrismo.

Il risultato della visita è una sorta di inferno/paradiso in cui la varietà americana non finisce mai di stupire, e che, preso a dosi molto piccole, può essere anche interessante e divertente.

 

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