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C’è chi la chiama politica dell’annuncio, chi “teatrino della politica”, chi telepolitica. Gli studiosi parlano di mediatizzazione, per cui quanti vogliono un’adeguata visibilità si conformano alle logiche dei media e sparano dichiarazioni che càlzino a pennello per i titoli dei tg e dei principali siti, casomai ricorrendo alla diretta Facebook, che dà l’impressione della disintermediazione, anche se in realtà resta fondamentale il rilancio dei media mainstream.

Ma quando le dichiarazioni da inverosimili, come ad esempio quella ripetuta in campagna elettorale del rimpatrio di 600.000 migranti, diventano grottesche, se non sinistre, come nel caso del censimento etnico avanzato da Salvini, oppure comiche, come il censimento dei raccomandati proposto da Di Maio, allora forse bisognerebbe rendersi conto che si è passata la misura e chiedersi se non valga la pena cambiare schema di gioco.

Eh sì, perché quella a cui assistiamo è una pigrizia generalizzata, che coinvolge tutti, anche noi cittadini, componenti di quel pubblico che rappresenta il terzo vertice – insieme alle fonti politiche e alla mediazione giornalistica – della negoziazione che stabilisce le gerarchie informative.

Alla classe politica, che ha capito come dichiarare voglia dire esistere, risponde un sistema giornalistico ben contento d’adattarsi a tale pratica sapendo di poter contare su una continua accumulazione di soundbite, facilmente acquisibili da tutte le forze politiche, esaudendo così anche le esigenze di imparzialità e completezza informativa. Una pletora di contrapposte affermazioni perentorie, giustificate dagli addetti ai lavori con l’obbligo di registrare quanto accade sulla scena politica; pertanto - se questo è ciò che i maggiori rappresentanti del popolo affermano - loro sono tenuti a riportarlo! Affermazioni che contengono soltanto una parte di verità, perché nascondono un elemento centrale e qualificante dell’attività giornalistica: selezionare i fatti sulla base di priorità che sono negoziabili e, quindi, continuamente rivedibili. Di cosa parlare, in che modo, con quale rilevanza ed enfasi sono tutti elementi centrali nella professionalità giornalistica, altrimenti ci si limiterebbe ad essere soltanto notai di priorità stabilite da altri. Dunque, sarebbe possibile – e auspicabile - che si aprisse un dibattito all’interno della professione sulla rivedibilità dei criteri di notiziabilità prevalenti. Su questo, invece, si registra calma piatta. Deve intervenire un personaggio atipico quale Saviano a ricordarci come alle enormità del ministro dell’Interno si dovrebbe rispondere con il silenzio.

Sento già l’obiezione: ma sarebbe una censura, oppure cattivo giornalismo, omettere una così rilevante affermazione da parte di un personaggio politico di primissimo piano! Tuttavia, iniziare a riflettere se non ci siano altri criteri di notiziabilità rispetto alla rincorsa alla dichiarazione costituisce un passaggio fondamentale per rispondere alla crisi di fiducia che – non a caso – ormai da anni investe soprattutto politici e media.

Lamentarsi di uno scadimento del dibattito politico, ma poi di fatto assecondarlo, non è però soltanto una responsabilità dei media.

Tale compiacimento coinvolge anche il pubblico. Basterebbe andare a vedere le classifiche quotidiane dei principali siti d’informazione per constatare come ai primi posti si trovino le dichiarazioni più scioccanti oppure i litigi nei talk show fra gli invitati più focosi, non a caso sempre più presenti. Quindi, siamo coinvolti tutti nel compiacere questa deriva informativa, forse perché le affermazioni forti, la nettezza delle posizioni ci fa comprendere meglio da che parte stare e, soprattutto, rafforza le nostre opinioni, da sempre ciò che ricerchiamo nell’informazione.

Dunque, se dichiarare è semplice e mediaticamente efficace, se raccogliere tali dichiarazioni risponde alle esigenze di completezza e di velocizzazione delle informazioni, permette di giustapporle tutte per farle poi commentare in modo perentorio, se queste procedure ripagano in termini di audience e sembrano accontentare il pubblico, dov’è il problema?

Il problema risiede proprio in quella generalizzata crisi di fiducia di cui parlavamo.

Sebbene il gioco descritto sembrerebbe convenire a tutti, di fatto poi si registra una progressiva crisi di credibilità. Quando il politico risponde soprattutto alle logiche dei media finisce per farsi guidare dall’opinione pubblica e predilige emotività ed eccezionalità. Qualsiasi fenomeno diventa urgenza ed emergenza e viene trattato di conseguenza. Ma per questa via le soluzioni messe in campo appaiono improvvisate agli stessi cittadini, che pure si cerca d’assecondare, con il risultato di accrescerne lo scetticismo e la presa di distanza. Ormai, in questo avvitamento è coinvolta l’intera informazione politica, sempre meno seguita, come dimostrano gli indici d’ascolto dei principali talk show.

Sempre Saviano incoraggia a cambiare registro ed esorta i giornalisti a individuare una serie di priorità su cui incalzare la politica. E’ già una risposta: come si ricordava all’inizio, rivedere le gerarchie delle notizie; casomai ampliando il numero di quanti sono quotidianamente chiamati a commentare e interpretare fenomeni ed eventi. Ormai, la tirannia degli indici d’ascolto induce a confermare i soliti personaggi, che fanno registrare buoni indici d’ascolto, ma che - chiamati a intervenire su tutto - talvolta forniscono risposte superficiali o convenzionali. Un maggiore ampliamento del campo degli esperti, che rispondessero a reale competenza, deve passare, però, dalla volontà di mettersi in gioco da parte di studiosi, scienziati e intellettuali, spesso pigramente rinchiusi nelle proprie torri eburnee, da dove storcono il naso, ma non s’impegnano realmente in quel public engagement che pure si vuole mettere al centro di una riqualificazione del loro ruolo.

Discorsi di respiro più ampio spingerebbero gli stessi protagonisti degli eventi – politici e non solo – ad articolare meglio le proprie proposte, a comunicare davvero per rendere conto e non soltanto per persuadere consumatori d’informazioni avidi di risse, ma cittadini sempre più scettici e distanti.

Tuttavia, anche questi ultimi dovrebbero applicare al discorso pubblico quanto già fanno al supermercato: controllare le etichette, studiare le filiere, casomai spendere qualche euro in più per assicurarsi prodotti di qualità. Fuor di metafora, cadere meno nel compiacimento per la risposta a effetto e per la spiegazione semplice, casomai affidandosi a più fonti informative e non fermandosi alla testata e ai commentatori che confermano il proprio punto di vista.

Uniti si può. Forse bisognerebbe incominciare a pensare che si debba.

 

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