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Che donne e uomini vogliamo diventare? Stereotipi e violenza di genere si nutrono delle stesse rappresentazioni mediali
Stereotipi e violenza di genere
rubrica
  • Culture

Le rappresentazioni dei fenomeni sociali sono da considerarsi di primaria importanza, poiché danno forma alla nostra percezione della realtà, costituiscono il referente delle nostre esperienze soggettive. Sono il contesto in cui elaboriamo la costruzione simbolica e valoriale del nostro mondo sociale. Le rappresentazioni del maschile e del femminile, nello specifico, sembrano essere fortemente collegate all’incidenza della violenza di genere, come viene messo in luce da tutte le convenzioni internazionali messe in atto per contrastarla (dalla Cedaw del 1979 alla Convenzione di Istanbul del 2011), visto che una visione stereotipata dei generi, nonché l’attribuzione rigida di ruoli complementari e gerarchici, corrisponde ancora oggi a una svalutazione del femminile. Inoltre, stereotipi e violenza di genere si servono di tessuti di significato simili.

Una ottima fotografia delle rappresentazioni visive dei generi è quella che ci viene fornita dal Global Media Monitoring Project (Gmmp). Un progetto di ricerca che dal 1995 analizza, con cadenza quinquennale, le rappresentazioni di genere nei mezzi di informazione, e mette in luce una rappresentazione stantia e molto radicata nella nostra società. Monia Azzalini, responsabile con Claudia Padovani del più recente report italiano (2015), ha già messo in luce, in occasione dello speciale uscito per l’8 marzo, le principali caratteristiche di queste rappresentazioni.

Qui richiamo solo alcuni aspetti: continuano a essere soprattutto gli uomini a fare notizia sia sui media tradizionali (stampa, radio e televisione) sia su quelli online. Nella giornata campione monitorata, le donne sono solo il 21% dei soggetti di cui si parla nei primi e il 27% nei secondi. E la poca visibilità mediale di cui godono è perlopiù marginale e anonima: le donne sono interpellate soprattutto come narratrici di esperienza personale (38%) o rappresentanti dell’opinione popolare (37%), senza una professione o un ruolo sociale rilevante ai fini della notizia (45%), e sono largamente minoritarie nelle hard news di politica (16%) ed economia (21%).

Gli uomini, invece, dominano le notizie di economia e politica, in 8 casi su 10 sono “gli esperti” che spiegano e approfondiscono gli argomenti dell’informazione, e continuano a essere i maggiori protagonisti delle notizie (74%).

Queste rappresentazioni stereotipate di uomini e donne concorrono a rafforzare l’idea di una marginalità femminile nella sfera pubblica a favore di una sua centralità in quella privata, nutrendo così un immaginario di genere regressivo, che trova senso nel frame della naturalizzazione e del determinismo biologico rigidamente binario e che elegge le differenze anatomiche tra uomini e donne a principio di organizzazione macro e micro sociale. Attribuiscono alle donne una disposizione naturale che suggerisce il loro essere poco propense a perseguire uno sviluppo autonomo nella sfera pubblica. Queste rappresentazioni del maschile e del femminile vengono “arrangiate”, “ordinate” per “valorizzare” la differenza sessuale che sarebbe poco incisiva.

La stessa chiave di lettura viene utilizzata dai media per giustificare la violenza di genere. In particolare da una recente ricerca da me condotta con Elisa Giomi emerge chiaramente come gli argomenti utilizzati per rappresentare e spiegare la violenza maschile contro le donne siano prevalentemente due: la normalizzazione e la romanticizzazione.

La normalizzazione della violenza avviene per mezzo di una costruzione che declina in forme tautologiche la co-costitutività tra genere e violenza: l’uomo è violento perché è un maschio, ed è maschio proprio perché è violento. Egli è legittimato, addirittura costretto a ricorrere alla violenza per colpa della propria partner che non si conforma ai suoi desideri o alle aspettative di genere, lette come disposizioni naturali. In più, disciplinare la partner è per lui l’occasione di ribadire la propria maschilità, mostrare di essere un “vero uomo”. Ma la forma più tautologica in cui si manifesta il nesso tra maschilità e violenza nell’ordine discorsivo dei media è la naturalizzazione: la violenza maschile, a differenza di quella femminile, non ha bisogno di spiegazioni né di autorizzazione, giacché condotta normale per il genere maschile. Talvolta è persino presentata come naturale, cioè come espressione di una matrice biologica.

La seconda configurazione in cui si iscrive la violenza maschile contro le donne è quella di tipo passionale. La violenza viene interpretata come un ordinario conflitto di coppia che “scappa di mano”, e una concezione delle relazioni amorose come alternarsi di intensi moti passionali opposti concorre a normalizzare la violenza, e a renderla addirittura desiderabile in quanto indice di passione.

La gelosia diviene quindi un movente legittimo dell’uccisione della propria compagna che, avendo provocato il partner, è considerata corresponsabile.

Questi dispositivi retorici costruiscono una visione romantica della violenza di genere che continua a essere dominante e si dimostra capace di accrescere la cultura dell’impunità. Naturalizzazione e romanticizzazione della violenza maschile contro le donne sono strategie funzionali alla protezione dell’ordine di genere contemporaneo. Permettono infatti di tenere in ombra il vero connubio tra violenza e genere, che risiede nei modelli di maschilità celebrati come ideali e desiderabili, nei modi normali e normati di essere uomini. Proprio per questo la violenza continua a essere rappresentata come atto irrazionale e non come espressione esacerbata dell’ordine di genere, come frutto di follia e non come atto razionale, come di perdita momentanea di lucidità e non come un comportamento ben radicato in noi e nella nostra cultura.

Stereotipi che creano immagini femminili e maschili come “naturalmente” ordinate in modo gerarchico e titolari di diritti diversi sono simili a quelle usate per giustificare la violenza maschile contro le donne, e concorrono a rendere i confini di questo fenomeno confusi. Non si mettono sotto la lente di ingrandimento i modelli di genere stereotipati e discriminatori, e si protegge l’ordine di genere attraverso la retorica della naturalità della differenza tra i sessi. Stereotipi e violenza sono invece conseguenze dello stesso ordine di pensiero che ancora dirige le rappresentazioni mediali dei generi.

Ecco perché, tra le linee di intervento dei piani antiviolenza è sempre previsto un riferimento diretto ad azioni volte a ridurre le rappresentazioni stereotipate dei generi. Ecco perchè il lavoro sulle rappresentazioni di genere non sostenibili non è marginale, bensì necessario: ci permette di prevenire le conseguenze reali che una definizione della realtà stereotipica può avere.

 

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