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La cultura della sorveglianza: Homeland e The Americans
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  • Culture

Se i melodrammi del processo politico si propongono di rappresentare la complessità delle istituzioni politiche, i melodrammi della sicurezza nazionale affrontano l’aspetto etico delle misure antiterrorismo in America. Questi temi si sono indubbiamente intensificati, e di molto, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e hanno continuato a evolversi alla luce delle continue tensioni legate alla minaccia terroristica. A causa di questo lungo conflitto, le narrazioni sul ruolo della security statunitense nel fronteggiare il terrorismo continuano a essere attuali – e in un certo senso urgenti – mentre tentiamo di valutare l’efficacia della risposta al terrorismo e di rispondere ai più vasti interrogativi morali sollevati dalle sue pratiche, come il data mining e i programmi di sorveglianza, le schedature razziali e persino l’uso della tortura per ottenere informazioni. […]

Quando Homeland è andato in onda per la prima volta sul canale via cavo premium Showtime, molti critici, tra cui Emily Nussbaum del "New Yorker", l’hanno considerato un «antidoto» a quelli che erano percepiti come gli eccessi di 24.12 Anche se in entrambe le serie i protagonisti erano ossessionati dalla minaccia del terrorismo globale, Homeland ha avuto un posizionamento di narrazione «artistica» che affrontava con maggior riflessività le implicazioni morali dello stato di sicurezza nazionale americano. Distante dall’estetica da procedural di 24, Homeland sembrava proporre una narrazione alternativa, in cui le pratiche della sorveglianza governativa erano trattate con una certa ambivalenza. Cosa più importante, la serie coniugava la complessità narrativa del thriller di spionaggio con la complessità psicologica degli agenti che devono affrontare le conseguenze delle azioni che compiono in nome della sicurezza nazionale. Centrale, in questa narrazione della sicurezza nazionale, è il personaggio di Carrie Matheson, agente della Cia, bipolare ed emotivamente sofferente, i cui disturbi mentali sono direttamente collegati alla sua capacità di compiere improbabili salti logici sfuggiti ad altri agenti prima di lei. E in un certo senso, a differenza di 24, Homeland è critico riguardo ad alcuni aspetti della guerra. Come 24, Homeland usa archi narrativi che si dipanano lungo un’intera stagione delineando una trama di minaccia alla sicurezza nazionale. La serie si apre con Carrie che viene riassegnata al centro di controspionaggio della Cia a Langley, Virginia, alle porte di Washington, perché ha commesso un’azione non autorizzata in Iraq. Mentre si trova in Iraq, riceve l’informazione che un prigioniero di guerra americano si è «convertito» e si convince che si tratti di Nicholas Brody, rimasto prigioniero di Al Qaeda per anni e ora trattato come un eroe di guerra. In realtà, Brody incarna quello che Steenberg e Tasker chiamano il «tropo della spia dormiente», un marine bianco che si  converte all’Islam per l’ammirazione nei confronti di Issa, il figlio di un terrorista di primo piano, Abu Nazir. Il suo ruolo di «dormiente» ulteriormente enfatizzato quando spunta un video in cui Brody, indossando l’uniforme da marine, spiega la sua decisione di guidare un attacco suicida. La seconda stagione si apre con la notizia che Israele ha bombardato delle fabbriche in Iran, dove si pensa si trovassero materiali per produrre armi nucleari, e queste azioni sono almeno implicitamente criticate dalla serie come un attacco insensato che ha provocato la morte di civili innocenti. In questo senso, Homeland sembra rivolgere quanto meno una cauta critica all’uso dei droni in guerra. Nello stesso episodio la figlia di Brody, Dana, sfida sprezzante la rappresentazione dei musulmani piena di stereotipi offerta dai suoi compagni di classe, correggendo persino uno studente che definisce erroneamente gli iraniani «arabi» e aggiungendo che l’attacco israeliano è stato una «strage». Alla fine l’intuizione di Carrie si rivela esatta: Brody uccide il vicepresidente e altre tre persone, ma non porta a termine la più distruttiva missione suicida. La violenza perpetrata nel nome della sicurezza nazionale è analizzata ulteriormente quando Abu Nazir provoca Carrie mentre lei lo sta interrogando, descrivendo gli attacchi con i droni che hanno colpito il suo paese: «Chi è il terrorista?» Tuttavia, come osserva James Castonguay, anche se scene come questa «potrebbero aprire la possibilità di significati alternativi e sovversivi», alla fine si ritorna al frame originario in cui i musulmani sono rappresentati come terroristi. Così, anche se Homeland distingue con precisione l’identità etnica e quella religiosa, è meno attenta quando raffigura tutti i terroristi della serie come musulmani. […]

Attraverso la rappresentazione di una coppia di spie sovietiche, The Americans presenta agli spettatori un melodramma moralmente ambivalente, incentrato non tanto sugli interessi della sicurezza nazionale quanto sulle ripercussioni delle attività di spionaggio internazionale per le persone che vi sono coinvolte. A differenza di gran parte delle serie che trattano questioni di sicurezza nazionale, The Americans è ambientata nel passato, all’inizio degli anni Ottanta, poco dopo l’elezione alla presidenza di Ronald Reagan, e incoraggia gli spettatori a immedesimarsi in un gruppo di spie al servizio dell’Unione Sovietica che puntano a rovesciare gli Stati Uniti. La serie è incentrata su Philip ed Elizabeth Jennings (Matthew Rhys e Keri Russell), due spie del Kgb che vivono in un matrimonio di copertura a Falls Church, Virginia, un sobborgo di Washington. I Jennings hanno due figli, Paige ed Henry, all’inizio ignari del fatto che i genitori siano spie sovietiche. Tuttavia la figlia maggiore, Paige, scopre gradualmente i loro segreti e comincia durante l’adolescenza a essere risucchiata nella cultura dello spionaggio. Per molti aspetti Philip ed Elizabeth tentano di conformarsi all’immagine di una tipica famiglia nucleare americana: vivono in una modesta casa suburbana e comprano prodotti di consumo come automobili, elettrodomestici e blue jeans, pur percependo la cultura consumistica statunitense come un’ideologia che offre piaceri seducenti ma falsi. Guardando la serie alla luce dei drama più recenti, è facile dimenticare l’ansia provocata dallo spettro dell’annientamento nucleare durante la guerra fredda. All’inizio della serie i sovietici ricevono la notizia dell’elezione di Ronald Reagan, che spinge il Kgb ad assumere un approccio più aggressivo per scoprire i nuovi piani del presidente. Per esempio, Philip ed Elizabeth tentano di stringere amicizia con la cameriera del ministro della difesa per nascondere un microfono nel suo soggiorno e, durante la seconda stagione, cercano di violare il nuovo sistema Arpanet, il predecessore di internet, installato al dipartimento della difesa.

La serie si concentra perlopiù su come la cultura dello spionaggio sconvolge le tradizionali nozioni di identità, poiché Philip ed Elizabeth sono costantemente costretti ad assumere identità alternative man mano che interagiscono con altri personaggi. Molti interrogativi sull’identità e sulla performance sono affrontati in una linea narrativa che attraversa le prime due stagioni, in cui Philip ed Elizabeth tentano di bilanciare il desiderio di offrire ai loro figli una vita americana «normale» e le loro vere convinzioni. […] Nel finale della terza stagione, i riferimenti intertestuali alla guerra fredda convergono con la narrazione melodrammatica sul bene e sul male durante una scena mozzafiato, che alterna nel montaggio alcune sequenze in cui Philip ed Elizabeth guardano il famigerato discorso sull’«impero del male» di Ronald Reagan, altre in cui Henry e Stan fanno una partita a un gioco da tavolo sul football e altre ancora in cui Paige confessa al suo pastore che i genitori sono delle spie. La scena drammatizza la complessità della morale, quella che il famigerato discorso anticomunista di Reagan esclude esplicitamente. Mentre Reagan mette in guardia contro gli «impulsi aggressivi di un impero del male» e dipinge il conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica come una «lotta tra giusto e sbagliato e tra bene e male», The Americans raffigura i Jennings come sinceramente interessati a questioni più ampie di giustizia (a differenza di Reagan, si oppongono esplicitamente al regime razzista dell’apartheid in Sudafrica) e profondamente preoccupati della sicurezza e del benessere della figlia che deve affrontare la scoperta della vera identità dei genitori. E se Reagan avverte che l’Urss «è il centro del male nel mondo moderno», noi spettatori vediamo istituzioni caratterizzate da ambiguità morale e desideri individuali che forse non si conformano agli interessi dello stato. Quindi, a differenza dell’impegno inequivocabile di Reagan nei confronti della chiarezza morale, The Americans ci ricorda con forza che è impossibile sostenere narrazioni semplicistiche sui buoni e sui cattivi. Invece, ci presenta un mondo pieno di sfumature e di esseri umani animati da motivazioni complesse, e persino contraddittorie.

[Tratto da Chuck Tryon, Political Tv. Informazione e satira, da Obama a Trump, minimum fax, Roma 2018, edizione italiana a cura di Fabio Guarnaccia e Luca Barra, traduzione di Chiara Veltri, pp. 238-263].

 

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