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La coda di paglia dei "padroni a casa nostra"
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Günther Oettinger, tedesco, commissario europeo per il bilancio, ha rilasciato ieri una intervista alla Deutsche Welle. Prima ancora che la registrazione andasse in onda, il giornalista Bernd Thomas Riegert posta su Twitter una frase, presumibilmente estrapolata dall’intervista: «I mercati insegneranno agli italiani a votare la cosa giusta». Le agenzie battono la notizia, in Italia i primi a passarla sono i giornali di destra, ribadendone il carattere di neo-terrorismo finanziario: la ‘lezione’ da impartire agli italiani serve a chiarire come la Ue persegua la limitazione e l’annullamento della sovranità popolare.

Poco dopo il tweet viene cancellato, e nella sintesi della Deutsche Welle si passa ad un più morbido «spero che i mercati e l’andamento dell’economia spingano gli elettori a non votare per i populisti di destra e di sinistra». Ma la frittata, come si dice, è fatta ed è già partita la scomunica per, nell’ordine, Oettinger, ovviamente, poi le istituzioni europee, i mercati che limitano la volontà popolare e, immancabile, la Germania, vista la provenienza del commissario (in rete si trovano bislacche teorie sull’ex capo di gabinetto di Junker, anch’egli tedesco, a simboleggiare lo strapotere della Germania sulla Ue). Anche perché, quando viene messa on line, la sintesi dell’intervista è esclusivamente in tedesco.

Nel pomeriggio, il giornalista chiarisce l’episodio e si scusa con un nuovo tweet per aver frainteso nella sua sintesi le parole di Oettinger. Quando la Deutsche Welle manda in onda l’intervista, si può ascoltare la frase incriminata di Oettinger:

Il mio pensiero, la mia aspettativa è che le prossime settimane mostrino che i mercati, che i buoni del tesoro, che lo sviluppo dell’economia italiana possano produrre effetti così chiaramente rilevanti da esser un possibile segnale agli elettori per non votare i populisti di destra e di sinistra.

Per capire il senso della frase bisogna ascoltare anche il seguito, quando Oettinger sostiene che già adesso la possibile formazione del governo ha prodotto effetti chiaramente negativi sull’economia che, si augura, possano indurre i cittadini a non premiare, lo ripete, forze populiste, di destra e di sinistra.

Fin qui i fatti. Certamente Günther Oettinger, classe 1953, ha mille difetti. È un conservatore della Cdu, ex Presidente del Land Baden-Württemberg; ha rilasciato spesso dichiarazioni discutibili, in Germania come in Europa, ed è autore di gaffe memorabili. Per chi volesse divertirsi, qui le critiche di Jan Böhmermann, quello, per intenderci, del caso Erdoğan.

Certamente le parole di ieri, quelle autentiche, possono sembrare comunque inopportune (le reazioni, non solo italiane, obbligano Junker a un comunicato di circostanza, buono per ogni occasione: l’Italia merita rispetto, e Tusk se la cava con un bisogna rispettare gli elettori) ma vanno contestualizzate. È il commissario al bilancio, gli hanno chiesto della situazione italiana e lui risponde sperando che non vincano i populisti, di destra e di sinistra.

Si tratta di un’analisi un po’ scadente, un auspicio irresponsabile, una frase certamente infelice che costringe Oettinger a delle scuse ma tutto sommato in linea con il livello medio delle classi politiche europee (compresa la nostra) quando si tratta di commentare la politica interna di altri Paesi. Affermare che l’economia italiana non mostri segnali positivi per via della crisi istituzionale e per alcune proposte che animano il dibattito politico, non è una novità. Si tratta, quindi, di capire perché la notizia acquisti improvvisamente una enorme popolarità, divenendo subito virale sui social network e spingendo tutta la politica italiana a intervenire. Anche dopo la vicenda dell’articolo apparso sullo Spiegel, Gli scrocconi di Roma.

Oettinger è stato criticato innanzitutto in quanto commissario europeo. Le sue parole tradirebbero una indebita ingerenza e, soprattutto, il piano ideato e portato avanti dalle istituzioni europee: limitare fino ad annullare la sovranità popolare. Con l’episodio di ieri si è voluto far credere, per l’ennesima volta, che l’origine dei nostri problemi sia costituita dalla natura stessa delle istituzioni europee e dal loro asservimento ai mercati.

La reazione, francamente eccessiva, alle parole di Oettinger, dimostra, ancora una volta, quanto fragile e controverso sia il rapporto tra il nostro Paese e l’Europa. Soprattutto nella campagna elettorale permanente nella quale la crisi istituzionale ha fatto precipitare l’Italia. Che usare la leva nazionale possa far comodo elettoralmente, lo dimostra l’allineamento di quasi tutti i partiti, da Forza Italia al Pd, passando per Lega e 5S, nel ‘condannare’ l’episodio (spingendosi a chiedere le dimissioni di Oettinger).

Ma anche chi invoca un’altra Europa dovrebbe essere preoccupato da quest’uso, francamente privo di base razionale, della critica alle istituzioni europee. Il fatto che esse "non si vedano", perché lontane, e le dinamiche della Ue appaiano spesso incomprensibili per la cultura politica italiana, non significa che siano anche, di per sé, opache. O necessariamente corrotte. O schiave dei fantomatici mercati finanziari. I quali sono, ovviamente, operatori reali che reagiscono ai contesti politici, come sempre hanno fatto, verso i quali occorre sviluppare una politica che sappia esserne autonoma, ma che non vanno confusi con la favola del governo ombra parallelo alle istituzioni europee che attenta alla volontà popolare. La retorica è in questi casi una pessima alleata.

Perché forze conservatrici e reazionarie possano usare questo trucco è palese, ai progressisti spetta il compito di spiegare in modo razionale i processi nei quali siamo immersi. Spiegare, non millantare, assecondando le fantasie più perverse. Le quali, una volta evocate, sono difficili da smentire, da affrontare razionalmente e producono, nel migliore dei casi, solo paura e frustrazione.

C’è, poi, un altro elemento da considerare, che ha dato alle parole di Oettinger un valore che non avrebbero certamente avuto se a pronunciarle fosse stato un altro commissario, magari francese, spagnolo o greco. Oettinger è tedesco e, dopo il caso dello Spiegel e la crisi istituzionale con la bocciatura del Quirinale del professor Savona, critico dell’egemonia tedesca in Europa, questa opportunità non andava persa per confermare la tesi secondo la quale i governi italiani verrebbero decisi a Berlino, tema sul quale in Italia le librerie sono fornitissime.

Ma per chi volesse davvero farsi un’idea sul rapporto tra Roma e Berlino, Gian Enrico Rusconi e Angelo Bolaffi hanno spiegato molto bene perché siano cresciuti, negli ultimi anni, il distacco e la reciproca incomprensione (se non aperta diffidenza) tra Germania e Italia. Qui si può solo aggiungere quanto è successo domenica, quando poche migliaia degli alleati della Lega di Matteo Salvini, Alternativ für Deutschland (AfD), sono stati contestati da una folla di settantamila berlinesi.

Rifarsi a AfD è un buon modo per ragionare sulle frasi di Oettinger. I cosiddetti alleati di Matteo Salvini hanno contestato con frasi durissime il possibile contratto di governo (grottesco, tradisce insolenza, si indurrebbe il governo tedesco a buttare dalla finestra i soldi dei cittadini tedeschi...) ma non hanno avuto molta eco, comprensibilmente: prendendocela con lo Spiegel e Oettinger si rafforza l’idea che sia la Germania tout court  a egemonizzare l’Europa, tesi che, nel nostro Paese, è trasversale allo schieramento politico. Se si ragionasse sul senso delle parole di AfD si dovrebbe ammettere che la soluzione per uscire dall’euro è soltanto la guerra di tutti contro tutti.

Sempre Gauland, discusso portavoce di AfD, da sempre ostile alla moneta unica, ha chiarito che con il governo [Lega-5S] si avvicina la fine dell’euro. L’euroscetticismo non si realizza in un progetto politico compiuto, la famigerata "internazionale nera", ma è il ritorno al nazionalismo più becero, al si salvi chi può, nel quale più che i tanto evocati mercati finanziari, agiscono più concretamente forze politiche chiaramente ostili al processo di integrazione perché convinte della superiorità della propria cultura. Una volta aperto il vaso dei nazionalismi non è poi così semplice, in un continente come il nostro, ritrovare un principio d‘ordine.

Del resto va tenuto presente che queste interpretazioni, restrittive, della democrazia, il cui presupposto logico indispensabile sarebbe la sovranità monetaria e, quindi, lo Stato, determinano come conseguenza non solo il nazionalismo ma necessitano, come i casi di AfD e Lega dimostrano, anche di una buona dose razzismo, senza la quale non può nascere una compatta ‘comunità di popolo’ che si autodetermina. Occorre tenerlo presente ogni volta che si spargono insinuazioni e mezze verità sui nostri vicini.

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