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Dopo l’articolo di Carlo Trigilia / 3
Crisi Pd: la geometria della sconfitta
rubrica
  • Identità italiana

La crisi della sinistra riformista italiana sancita dalle elezioni del 4 marzo è storica perché ha una storia che viene da lontano, di cui il Partito democratico attuale è solo l'ultimo stadio. "Lontano" significa un quarto di secolo e uno sguardo globale, e dunque un'analisi complementare, non certo alternativa, a quelle concentrate su un tempo più prossimo e sulle specificità italiane. La chiave di lettura è l'anacronismo: inseguire, anziché anticipare, i mutamenti storici.

Per cominciare a organizzare le idee, e nulla più, possiamo costruire una "geometria della sconfitta", prendendo due delle grandi antinomie economico-politiche del Novecento: Stato/mercato e mondo/nazione. Esse formano quattro coordinate che ci consentono di mappare (a grande scala) le principali famiglie economico-politiche. La sinistra classica si colloca nello spazio tra Stato e mondo: ruolo centrale dello Stato, forte ancoraggio ai valori e all'identità nazionali, e nel contempo apertura alle relazioni inter-nazionali in chiave di dialogo, cooperazione, solidarietà tra i popoli. Lo spazio tra Stato e nazione è presidiato da varie forme della destra, le quali vedono la nazione, e il "nazionalismo", come luogo fisico e ideale a fondamento dell'identità e legittimità dello Stato. I liberali classici si collocano entro le coordinate mercato/nazione: propugnano la centralità del mercato, come elemento di libertà dell'individuo, ma lo collocano all'interno dello spazio politico, se non identitario, della nazione. Nei trenta gloriosi del dopoguerra la socialdemocrazia occupa con successo il crocevia dei domini di sinistra e liberali classici. Con l'avvento della globalizzazione, i neoliberisti si staccano dalla famiglia liberale e creano e occupano lo spazio che ha sempre come coordinata fondamentale il mercato da un lato, ma dall'altro ha il mondo, cioè un "mercatismo" senza confini.

La nuova dimensione mercato/mondo determina una potente forza centrifuga a danno dell'insediamento socialdemocratico. Reaganismo e thatcherismo sono fenomeni politici sostenuti da spinte sociali e consensi ben più ampi rispetto alle sole classi egemoni dell'economia e della finanza. La Terza via intrapresa dal New labour di Blair e dai New democrats di Clinton appare come l'inizio di una nuova era di modernità della sinistra, si noti bene liberal e anglosassone, in quanto a capacità di adattarsi e spingersi nel nuovo spazio di attrazione e catturare il consenso dei nuovi soggetti energenti. Ma la visione che struttura l'identità e l'agenda  della Terza via è subordinata alla Weltanschauung neoliberista: la sinistra riformista era nata per riformare il capitalismo rendendolo socialmente equo e sostenibile, ora vuole riformare la società per renderla adatta al capitalismo globale.

Col nuovo secolo, la sinistra riformista, come viene a definirsi in Italia, s'impegna in una faticosa conversione proprio verso il modello liberal-anglosassone (come mostra il nome stesso del neonato Pd). Essa ha il merito di essere l'unica forza politica che comprende che il Paese necessita di profondi cambiamenti  perché sta scivolando in un declino che non consente più di prosperare in Europa e nell'arena mondiale. Ma la visione è retrospettica, cioè le politiche economiche e sociali che hanno assecondato la fase espansiva della globalizzazione, mentre nello spazio mercato/mondo crescono le contraddizioni e i fattori di crisi. Già a partire dalla metà degli anni Novanta, diversi studiosi avvertivano che le disuguaglianze di reddito e ricchezza si stavano riducendo tra Paesi avanzati ed emergenti, ma aumentavano all'interno dei primi. Si avvantaggiavano i soggetti con maggior qualificazione e collocati in settori tecnologicamente avanzati, mentre tutti gli altri venivano risucchiati verso il basso nella competizione con i Paesi emergenti. Il ceto medio era a rischio, e la società si stava polarizzando, erodendo la nuova base di consenso della sinistra riformista. Ma chi deve ascoltare, capire e provvedere non sa o non vuole farlo.

In Italia, la crisi dell'Ulivo e la caduta del secondo governo Prodi vengono lette come necessità di un ulteriore sforzo di "modernizzazione" nella stessa direzione di marcia retrovisiva, mentre la destra forzaleghista abbandona lo slogan "meno Stato e più mercato" e rivince proponendo molto pragmaticamente la nuova formula tremontiana, che anticipa il nazional-liberismo di Trump, ossia il mito fondativo della "libera iniziativa" per tutti  ma con la promessa di presidiare la sovranità e l'identità nazionale, e di offrire protezione dai morsi dei mercati globalizzati.

Quando arriva la crisi mondiale del 2008, mentre la sinistra riformista è protesa nello spazio mercato/mondo, lo spazio Stato/nazione diventa il nuovo polo di attrazione di coloro che si sentono "scartati", come li chiama papa Francesco, e trovano rappresentanza nelle varie forme della cosiddetta destra sociale. Sorge spontaneo chiedersi perché la destra piuttosto che un ritorno nello spazio della sinistra, nemmeno quella classica (ogni riferimento al risultato elettorale della sinistra a sinistra del Pd non è casuale). Mentre approfondite analisi sono ancora in corso, si possono avanzare alcune ipotesi, e forse una lezione.

Prima ipotesi: non conta solo la domanda di protezione dalla crisi economica e dagli eccessi del mercatismo (come la delocalizzazione selvaggia o il dumping sociale), ma anche dal disordine internazionale: guerre, terrorismo, immigrati. La sinistra appare compromessa col mondialismo, l'europeismo, il pacifismo, la tolleranza e l'accoglienza.

Seconda ipotesi: conta anche la crisi d'identità del cittadino medio occidentale, bianco, nativo, cristiano, eterosessuale. Anche su questo fronte la sinistra non può assecondare e competere per ragioni identitarie. La destra sociale offre il pacchetto completo.

Terza ipotesi: non basta più il (ritorno al) Welfare State "difensivo", che interviene a valle degli esiti prodotti dalle forze di mercato. Il problema è che se le diseguaglianze e insicurezze a monte peggiorano fortemente, com'è avvenuto, il Welfare difensivo diventa una “fatica di Sisifo” insostenibile. Soprattutto se si vuol mantenere l'equilibrio finanziario del sistema. Su questo fronte, il vantaggio comparato (elettorale) della destra sociale è che propone uno Stato che tassa poco e spende molto, mentre la sinistra vuol mantenere un profilo di gestore responsabile della finanza pubblica, e quindi per spendere molto deve tassare molto. Da questo punto di vista, il Welfare difensivo appare il limite programmatico anche di Liberi e uguali.

Una lezione: occorrono le riforme strutturali. Ma non (solo) quelle che predica Bruxelles, bensì quelle che agiscono su, e governano, le forze di mercato. Non dimentichiamo che il successo della socialdemocrazia storica non fu solo quello di creare i sistemi welfaristi, ma anche la capacità di regolare i processi di mercato a monte. La nuova agenda spazia da nuove forme di controllo e di governo delle imprese e delle relazioni industriali, in particolare nella nuova area conflittuale della ripartizione dei rischi tra capitale e lavoro, alla ridefinizione dei diritti di proprietà (intellettuale) e partecipazione rispetto ai processi d'innovazione tecnologica; dalla regolazione dei sistemi finanziari in funzione dei loro rapporti con l'industria e i risparmiatori, al ribilanciamento della mobilità internazionale dei fattori produttivi; dal tema dei confini della potestà legislativa e impositiva rispetto alle grandi entità economico-finanziarie transnazionali, alla revisione dei trattati commerciali in chiave di equità economica e sociale, e molto ancora.  Il compito è estremamente difficile, ma le idee non mancano, posto che chi deve ascoltare, capire e provvedere sia pronto a farlo.

 

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