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Quarant’anni dopo la Legge Basaglia
La rivoluzione di Marco Cavallo
rubrica
  • Memoria /memorie

Gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso vedono il nostro Paese protagonista di una delle più importanti rivoluzioni sociali, la chiusura dei manicomi e la sperimentazione di una cura del male mentale dentro la società e non ai suoi margini. Tutto comincia a Gorizia, nel 1961, quando un giovane psichiatra, Franco Basaglia, lascia l’università, dove riconosce di non avere alcuna opportunità di carriera, per assumere la direzione del locale ospedale psichiatrico. Varcata la soglia del «Francesco Giuseppe I», Basaglia incontra un’umanità dolente, assoggettata a una disciplina severa quanto vana, avvolta da un fetore che immediatamente gli evoca quello del carcere nel quale fu rinchiuso durante il periodo della lotta partigiana, e che lo invase, poco meno di vent’anni più tardi, quando fece visita al manicomio di Barbacena: un rifiuto fisico dell’istituzione manicomiale, prima ancora che intellettuale.

Il manicomio era il luogo nel quale venivano rinchiuse le forme più diverse di alterità, tutto ciò che, come la follia, suscitava scandalo, paura o più semplicemente fastidio. I manicomi rinchiudevano, con i folli, bambini indisciplinati, epilettici, alcolisti, deboli di mente, ma anche, come accadde durante il fascismo, uomini e donne che si opponevano al regime o ne incrinavano la reputazione. Prima della scoperta degli psicofarmaci, negli anni Cinquanta, i manicomi erano il teatro di un frastuono e di un caos efficacemente rappresentato dal film di Litvak The snakes pit, del 1948. Con la diffusione degli psicofarmaci, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, i manicomi diventano il luogo di un silenzio irreale, di un torpore chimico, rotto in modo intermittente dalle urla degli «agitati», prontamente legati al letto e ridotti al silenzio.

Da principio, Basaglia prova a demolire il manicomio all’interno delle sue stesse mura. Toglie le inferriate alle finestre, bandisce il ricorso all’elettroshock e alla contenzione, elimina le divise, abbatte la separazione fra uomini e donne. Arriva anche a sperimentare, con la comunità terapeutica, il coinvolgimento attivo dei pazienti nella gestione del manicomio. Tutto ciò non basta, Basaglia si persuade che un semplice ammorbidimento del regime manicomiale altro non è che una forma di «tolleranza repressiva», che non risolve, e semmai occulta, la violenza del manicomio. L’istituzione manicomiale non può essere riformata, deve essere negata.

Cogliamo qui quanto a me pare la cifra del pensiero basagliano, una disposizione riflessiva che lo conduceva a mettere alla prova nella pratica quotidiana le proprie rappresentazioni del mondo. Basaglia fu capace di assoggettare le proprie obbedienze teoriche (la psichiatria fenomenologica) e ideologiche (il pensiero gramsciano) a ciò che aveva modo di sperimentare nella propria quotidianità. A ciò va aggiunta la lucida consapevolezza dell’ambiguità della propria professione, sospesa fra la custodia e la cura. Riflessivo, ma anche audace, Basaglia aprendo le porte del manicomio corse più di un rischio, e per questo venne trascinato nelle aule dei tribunali. Scelse di abbattere le mura del manicomio nella consapevolezza di «violentare la società», obbligandola ad accettare il folle.

Da Gorizia, Basaglia si trasferì prima a Colorno per poi approdare a Trieste nel 1971. Trieste non fu solo l’ultima tappa di un percorso clinico, ma anche la stagione di una grande sperimentazione politica. Valeria Babini, in Liberi tutti, accosta la Trieste degli anni Settanta alla Vienna di Freud, un laboratorio di effervescenza politica e culturale, il luogo di edificazione di una peculiare pedagogia della libertà. Nel febbraio del 1973 la corte di Basaglia, fatta di folli, di tecnici, di militanti e di artisti, invade la città scortando – come in processione – un enorme cavallo azzurro di cartapesta, Marco Cavallo. Un’azione simbolica che prelude alla restituzione del folle alla società che avverrà qualche anno più tardi.

Con la legge del 13 maggio 1978, l’utopia di Basaglia inizia a prendere forma. Basaglia guardava a questo traguardo con un sano scetticismo. Sin da subito espresse le proprie riserve sulla sussunzione della psichiatria alla medicina, forse presagendo la deriva organicistica degli ultimi anni. A ciò aggiungeva uno sconsolato pessimismo sul carattere risolutivo della chiusura dei manicomi, temendo l’emergere di forme di manicomio diffuso, nutrite dal business della follia. Di fatto, la chiusura dei manicomi resta per molti anni un progetto che trova il proprio compimento sono nei tardi anni Novanta, quando gli ultimi manicomi vengono chiusi.

Negli anni che seguirono, quelli dell’aziendalizzazione della sanità pubblica e del suo pesante definanziamento, il progetto di una cura della sofferenza psichica costruito sulla relazione è stato sfidato su più fronti. La prima criticità che merita di essere segnalata attiene al severo indebolimento dei servizi territoriali, chiave di volta della legge 180. Questa debolezza si mostra sin dal primo ingresso nel sistema delle cure, con il medico di famiglia che – di norma – affronta la sofferenza psichica sostituendo alla relazione la somministrazione di farmaci. Le cose non migliorano a sufficienza nei servizi di salute mentale, che solo in alcune zone d’Italia offrono orari di apertura prolungati. La gracilità dei servizi territoriali finisce per scaricare sui caregiver il carico della cura, riproducendo, anche nella salute mentale, quel modello di welfare familistico che demanda alle famiglie responsabilità che non sempre è in grado di affrontare. Debole, non di rado, è l’integrazione fra i diversi servizi territoriali deputati alla cura del male mentale, in particolare fra i Centri di salute mentale e i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, le strutture chiamate a gestire le crisi più severe. Le falle dei servizi territoriali offrono il fianco al riemergere – in forma diffusa – dell’istituzione manicomiale. Alludo al sistema delle case di cura attraverso le quali migra un’umanità dolente, spesso anziana, immobilizzata dai farmaci o dalle cinghie di contenzione.

La seconda criticità su cui merita soffermarsi riguarda l’individuazione del farmaco come la principale, se non la sola, risposta alla sofferenza psichica. A proposito torna utile ricordare la posizione di Basaglia che, ne L’Utopia della realtà, scrive: «Se il malato ha perduto la sua libertà a causa della malattia, questa libertà di ripossedere se stesso gli è stata donata dal farmaco». Basaglia riconobbe nel farmaco lo strumento con il quale diventava possibile stabilire una relazione con il paziente, ma non già ciò poteva sostituirla. Questa linea di pensiero trova una chiara espressione nella formula di uno fra i più influenti allievi di Basaglia, Renato Piccione, quella della «dose minima efficace, per il minor tempo possibile». Le ragioni di queste cautele sono dettate, innanzitutto, dalla corte di effetti collaterali che accompagna l’assunzione di psicofarmaci. Una situazione aggravatasi in tempi recenti dalla tendenza al loro uso in associazione. All’attenzione agli effetti collaterali di breve e medio periodo si è di recente aggiunta quella per le conseguenze a lungo termine dell’assunzione di psicofarmaci. Il bel libro di giornalismo investigativo di Robert Whitaker, Indagine su di un’epidemia, documenta in modo convincente il carattere iatrogeno di una terapia tutta giocata sul farmaco. Voci critiche nei confronti della sostituzione della relazione di cura con il farmaco emergono anche dal mondo dei pazienti, fra le quali merita di essere ricordata quella di Will Hall.

È comunque possibile riconoscere anche l’affacciarsi di alcune pratiche di resistenza che fanno ben sperare sulle sorti di Marco Cavallo. Penso alla sperimentazione – anche nel nostro Paese – di un approccio dialogico, relazionale, nel fronteggiare le crisi psicotiche: l’open dialogue e il diffondersi di pratiche di auto-mutuo aiuto fra pazienti, primi fra tutti gli Uditori di voci. È ancora Basaglia, nelle Conferenze brasiliane, a ricordarci che un folle può essere «molto più terapeuta di uno psichiatra».

 

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