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L’Europa e la crisi catalana
Un silenzio impolitico
rubrica

L’acuirsi della crisi catalana, dovuta all’arresto in territorio tedesco e al successivo rilascio su cauzione dell’ex presidente Carles Puigdemont, in esilio in Belgio dallo scorso novembre, ha nuovamente sollevato il velo sui rapporti tra Unione europea e Cataluña.

A poco sono servite le manifestazioni delle scorse settimane a Barcellona e nel resto della Comunidad Autonoma. Il logos europeo funziona così: l’interpretazione dogmatica della sussidiarietà e il rischio di un pericoloso effetto domino consigliano di non intromettersi in queste vicende.

Per tali motivi, le pretese separatiste costituiscono, nella prospettiva comunitaria strettamente intesa, problemi di politica interna dei quali solo la Spagna è tenuta a farsi carico.

Il suono delle parole pronunciate da François Mitterrand trent’anni orsono, nel suo ultimo discorso dinanzi al Parlamento europeo, sembra costituire insomma ancora oggi l’architrave del pensiero europeo in tema: gli indipendentismi non hanno spazio, l’Europa presuppone un patto tra Stati, “le nationalisme c’est la guerre”.

Per i catalani, molti spagnoli e per molti opinionisti europei esiste, tuttavia, un’altra visione, centrata, paradossalmente, proprio sul ruolo dei diritti politici di cittadinanza, divenuti centrali grazie soprattutto all’attività delle Corti sovranazionali (Corte di Giustizia e Corte Edu) deputate da tempo a supplire la caratterizzazione smaccatamente impolitica dell’Unione, che pare comodamente assorta all’ombra del suo assai poco consolante deficit democratico.

In questa seconda prospettiva le rivendicazioni delle associazioni, dei comitati e delle diverse piattaforme civiche (attive anche all’esterno del territorio catalano), le denunce inerenti alla garanzia della libertà di espressione, di manifestazione del pensiero, le pressanti richieste di rilascio dei cosiddetti presos politicos, le numerosissime manifestazioni di questi mesi reclamano attenzione da parte dai vertici europei. La ricerca di un vero dialogo, sinora maldestramente transitata attraverso la via delle Dichiarazioni unilaterali di indipendenza e sovranità (che, sia detto incidentalmente, il dialogo negano in radice) caratterizza, infatti, una larghissima parte della società catalana e coinvolge molti settori della Spagna e dell’Europa.

La questione, nel senso indicato, potrebbe tradursi in questo modo: esiste un diritto dei cittadini catalani a dialogare (prima ancora che a decidere) con la Spagna anche su temi scomodi, come la secessione? Può essere l’Europa (politica) garante di tale diritto?

Se si risponde affermativamente a queste domande, deve ipotizzarsi che in Europa, o meglio, attraverso l’Europa, possano cercarsi gli strumenti per incrementare l’effettività della dimensione deliberativa interna agli Stati nazione e, magari, per ripristinare condizioni minime di riconoscimento leale tra le parti che costituiscono la premessa indispensabile per cercare (e semmai trovare) soluzioni giuridiche e pacifiche a un conflitto rischioso per tutti.

La ricerca di «convincimenti comuni» passa, infatti, per la reciproca legittimazione e per un intenso sforzo di razionalizzazione.

Se è chiaro, almeno in quest’ottica, che un rapporto diretto tra Cataluña e Bruxelles rappresenterebbe un vistoso successo per la causa separatista, come tale intollerabile per lo Stato spagnolo, se la strada dell’unilateralità scelta sinora dagli indipendentisti (Puigdemont in primis) ha mostrato i suoi evidenti limiti, è altrettanto certo che la ragion di Stato utilizzata sinora dalla Spagna per reprimere le istanze catalane è destinata a sicuro fallimento, anche perché proprio su questo terreno stanno emergendo crepe significative. In tal senso, da un lato la recentissima decisione del Tribunale territoriale tedesco dello Schleswig-Holstein di non concedere l’estradizione di Puigdemont per le accuse di ribellione mosse dalla giustizia spagnola all’ex presidente della Generalitat in riferimento ai fatti dello scorso ottobre ha dimostrato che le pretese giudiziarie della Spagna sono comunque passibili di interpretazione, per così dire, restrittiva; dall’altro la Corte Edu ha recentemente allargato i confini del diritto di critica politica, argomentando proprio in ragione di alcune vicende spagnole (sentenze nn. 51168/15 e 51186/15 del 13 marzo 2018) che hanno avuto a oggetto i confini della libertà di espressione, di partecipazione e di critica politica (il fatto concerneva la condanna inflitta dalla giustizia spagnola a due cittadini che in occasione di una visita ufficiale avevano bruciato pubblicamente le foto dei reali di Spagna). La Corte, ritenuto che il gesto dei manifestanti non era finalizzato a incitare atti di violenza contro la famiglia reale, ma rappresentava una simbolica espressione di protesta contestualizzata nel più ampio dibattito su una questione di interesse pubblico quale l’istituzione monarchica, ha ritenuto la pena detentiva in contrasto con l’articolo 10 Cedu.

Dinanzi a tale scenario, effettivamente multilivello, l’Europa è al consueto bivio: o mantiene una posizione politicamente sfumata (in omaggio a ormai antica ritualità) o si organizza a ricercare gli strumenti idonei a favorire vie di negoziazione tra istituzioni del governo spagnolo e rappresentanti della politica catalana legittimati dal voto dello scorso dicembre, allo scopo, pienamente compatibile con la sua funzione, di non lasciar precipitare ulteriormente gli eventi.

Le possibilità teoriche, come è noto, non mancano: apertura di un dibattito in seno al Parlamento europeo; ascolto dei principali gruppi parlamentari; individuazione di autorevoli figure di mediazione ecc.

In quest’ottica la vicenda catalana dimostra due cose: la prima è che a maggior potere corrisponde sempre maggiore responsabilità; la seconda è che l’indissolubile unità della nazione spagnola (articolo 2 Ce del 1978) non può oggi continuare a essere presupposta, ritenuta incontrovertibile dato di fatto. Come dimostra con dovizia di argomenti la storia della Spagna e lo stesso faticoso compromesso costituzionale, conservare l’unità è sempre un laborioso obiettivo politico, al cui perseguimento tutti hanno il diritto/dovere di contribuire. Anche l’Europa.

 

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