Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Washington, 21/3/2018
rubrica
  • lettere internazionali

Di vecchi e di nuovi protezionismi: Trump e i dazi doganali. Sin dalla campagna elettorale del 2016, l’allora candidato del Gop, fedele al suo slogan “America First”, ha fatto ampio uso di un discorso esplicitamente protezionista, presentando quelle pratiche del suo programma elettorale che ai commentatori politici apparivano antiliberiste come fondamentali per il rinvigorimento dell'economia americana e, soprattutto, per proteggere la classe dei blue-collar worker che, a suo dire, nel corso degli anni, aveva perso terreno a causa della globalizzazione.

La retorica protezionista di Trump si è concretizzata con l’annuncio ufficiale, lo scorso 8 marzo, che gli Stati Uniti avrebbero imposto dazi del 10% sull’importazione di alluminio e del 25% sull’acciaio. Il suo nazionalismo economico era rimasto sostanzialmente silente nel corso del primo anno di mandato e la virata protezionista ha colto di sorpresa molti, all’interno dello stesso Partito repubblicano e della Casa Bianca, da cui si sono levate diverse voci critiche.

Il caso più eclatante è stato quello di Gary Cohn, che ha rassegnato le dimissioni dalla carica di direttore del National Economic Council. Cohn, nell’ambito del suo incarico, era entrato in contrasto con l’altro consigliere economico di Trump, Peter Navarro, sulla questione del ritiro americano dal Nafta ed era parte di quel gruppo all’interno dell’amministrazione che aveva in più occasioni bloccato l’imposizione unilaterale di dazi sull’importazione di acciaio e alluminio. Alla luce di tali precedenti, e nonostante le dichiarazioni ufficiali, pare che Cohn si sia dimesso perché contrario a misure commerciali così rigide, quali i dazi, che potrebbero innescare una vera e propria guerra commerciale, mettendo a repentaglio la stessa crescita economica statunitense.

Del resto le prime reazioni europee sembrano dargli ragione: Mario Draghi ha sottolineato il pericolo insito nel cambiare le regole commerciali in maniera unilaterale senza ricorrere ai negoziati. Particolarmente significativo nel commento del presidente della Banca centrale europea  è anche il riferimento all’aspetto politico delle tariffe immaginate da Trump laddove ha affermato esplicitamente che “se imponi tariffe contro i tuoi alleati, uno si chiede chi siano i tuoi nemici.”

Oltre alle dichiarazioni di Draghi, l’Unione europea ha dato voce alla sua reazione attraverso le parole del commissario al commercio. Cecilia Malmstron ha, infatti, minacciato di presentare un ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio contro gli Usa e di introdurre una serie di tariffe volte a colpire l’esportazione di beni statunitensi nell’area europea. L’annuncio della commissaria è una chiara ritorsione rispetto alle misure protezionistiche su acciaio e alluminio programmate da Trump, poiché esse metterebbero a repentaglio migliaia di posti di lavoro giacché l’Unione europea è nel complesso il principale esportatore di acciaio verso gli Stati Uniti. In particolare, l’Europa minaccia di introdurre dazi su una serie di prodotti, alcuni dei quali fortemente connessi alla stessa identità americana percepita in Europa, incluso il bourbon, i blue jeans e le moto Harley-Davidson.

Trump, nel corso di un incontro con la stampa, non solo ha difeso il suo provvedimento, sostenendo che l’Unione europea “non tratta molto bene [gli Stati Uniti] e vi è una situazione commerciale molto, molto ingiusta”, ma ha minacciato di introdurre dazi del 25% anche sulle auto prodotte in Europa e destinate al mercato degli Stati Uniti. Questo nuovo annuncio ha fatto aumentare le tensioni in Europa e preoccupa particolarmente l’industria automobilistica. Le tariffe di Trump e la controffensiva europea potrebbero costituire le premesse di una vera e propria guerra commerciale che, secondo alcuni analisti, potrebbe celare l’obiettivo dell’amministrazione di testare la solidarietà europea.

La posizione di Trump costituisce una virata sostanziale rispetto all’ortodossia del libero mercato che da Clinton in poi è stata seguita tanto dai repubblicani quanto dai democratici, con l’eccezione di George W. Bush che aveva incrementato le tariffe sull’acciaio, anche se nel farlo non aveva utilizzato la stessa retorica nazionalista e antiliberista di Trump. Un altro precedente, andando a scavare cronologicamente più a fondo nel passato statunitense, risale a Nixon. Il presidente repubblicano, nell’agosto del 1971, non solo aveva sospeso la convertibilità del dollaro in oro, ma aveva anche introdotto una sovrattassa del 10% su tutte le importazioni.

Quello di Nixon era un provvedimento ampio che colpiva tutte le tipologie di beni importati e risultava particolarmente dannoso per gli interessi degli europei. Quello di Trump, al contrario, è un provvedimento limitato se si prende in considerazione il dato complessivo dei beni importati dagli Stati Uniti. Una possibile spiegazione dietro l’aumento dei dazi solo su acciaio e allumino s’intravede leggendo uno dei numerosi e schizofrenici tweet del presidente. In uno del 2 marzo Trump ha scritto infatti: “Dobbiamo proteggere la nostra nazione e i nostri lavoratori. La nostra industria dell’acciaio è in cattiva forma. Se non hai l’acciaio, non hai una nazione.” È chiaro dunque che il provvedimento serve a perseguire un obiettivo di politica interna.

Nella rappresentazione di Trump l’industria dell’acciaio sarebbe il cuore dell’America, non solo dal punto di vista economico ma anche socio-culturale. Il presidente sta dunque cercando di rispondere alle domande delle steel town del Midwest e della regione dei Grandi Laghi che negli ultimi due decenni hanno perso centinaia di migliaia di posti di lavoro, in parte a causa dell’automazione e in parte a causa dell’acciaio prodotto dalla Cina che ne ha fatto abbassare il prezzo a livello globale. Si tratta di una forma di protezionismo estremamente selettivo, associato ad una retorica marcatamente nazionalista, attraverso cui Trump veicola l’idea di voler proteggere i blue-collar worker, impoveriti a causa della globalizzazione, e far rivivere la rust belt come una rinnovata spina dorsale dell’economia americana. Proprio quei lavoratori e quella “cintura della ruggine” che lo hanno sostenuto elettoralmente nel 2016 e che saranno chiamati nuovamente alle urne, insieme al resto del Paese, alle elezioni di mid-term 2018.

 

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI