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La scienza tra cultura e politica
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L’annuncio della morte di Stephen Hawking ha fatto il giro del mondo in pochi secondi e anche i media italiani hanno avuto reazioni pavloviane. Per una volta giustificate: Hawking è stato uno dei grandi fisici dell’ultimo secolo.

Ma la domanda che ci si pone è: perché a sud delle Alpi la scienza ottiene le prime pagine dei giornali solo se muore un Hawking o se dilagano polemiche sui vaccini che di scientifico hanno ben poco? Dov’è il discorso pubblico su scienza e tecnologia in un Paese che frana e che convive con i terremoti, dove i beni culturali sono straordinari, ma fragili quanto le infrastrutture che forniscono elettricità, acqua e comunicazioni? Dove sono scienza, tecnologia e medicina quando si parla di mercato del lavoro, di disoccupazione e orientamento dei giovani e, soprattutto, delle giovani? Dove sono gli incontri pubblici in cui esperti e non esperti informati – informati – dovrebbero discutere di cambiamenti climatici o editing genetico, una delle più grandi e insieme controverse scoperte degli ultimi anni? In altre parole, dov’è il dibattito pubblico su scienza e società se non negli scritti di chi si sgola – più o meno inutilmente dai tempi di Carlo Cattaneo (1801-1869) – dalle pagine di qualche testata? Affiderò il mio punto di vista a qualche esempio.

Raramente chi si occupa di scienza riesce nell’impresa di formulare domande che offrano risposte convincenti e insieme visionarie sulla natura in grado di ispirare esperti e pubblico. Perché accada i contenuti dovrebbero combinarsi con l’abilità di comunicare il fascino della scoperta in un modo chiaro e evocativo, che raramente è nelle corde degli accademici. I temi trattati dovrebbero poi assumere una rilevanza etica o politica, utili a sollevare consensi oppure opposizioni clamorose, nella comunità degli esperti e delle esperte quanto nella società. Processi di per sé complessi, ai quali si deve aggiungere dell’altro.

Nella storia della scienza moderna il primo che è riuscito nell’impresa è stato, com’è noto, Galileo (1564-1642), che ci ha fatto cambiare prospettiva sul posto della terra nei cieli, con ciò che questo comportava rispetto alla tradizione religiosa, e dunque anche nei confronti della politica. Galileo non usò la lingua degli esperti, ma il volgare e il dialogo per raggiungere anche i governanti che lo finanziavano e le gerarchie ecclesiastiche, che poi lo condannarono.

L’elemento eccezionale che ha consentito al messaggio scientifico e politico di Galileo di rimanere centrale nella sfera pubblica fino a oggi è stato il processo. Per questo, per esempio, le élite dell’Italia liberale in conflitto con la Chiesa adottarono il mito di un Galileo martire a sostegno di un pensiero politico in cui la scienza era presentata come il motore dello sviluppo nonché la cultura adatta a costruire un’identità nazionale inesistente. Un progetto fallito, perché all’indomani dell’Unità, con tassi di analfabetismo del 78%, non si prese l’unica decisione che, come alcuni ammisero, era da prendere: investire tutto –  denari e organizzazione – in un’educazione di base e “utile”.

Tornando a Hawking, il suo lavoro sui buchi neri, l’origine dell’universo e molto altro, nelle parole dell'astronomo reale inglese Martin Rees, è stato un “inspiring crescendo of achievement.” Hawking ha convinto e affascinato esperti, studenti e pubblico come dimostrano le migliaia di testimonianze, l’interesse della politica e dei media, la cultura scientifica pop e i dati del mercato editoriale: l’autoironico Hawking osservava che si è trattato probabilmente di uno dei libri più acquistati e meno letti di tutti tempi, ma in ogni caso il suo A Brief History of Time (1988) ha venduto 10 milioni di copie in 35 lingue.

Dal dichiararsi ateo e labourista controcorrente, fino all’esprimersi contro la Brexit, Hawking non ha mai deluso il suo pubblico su questioni che non sono scientifiche, ma che sono indispensabili alla scienza, oggi come ai tempi di Galileo. Naturalmente anche nella sua vicenda c’era un elemento clamoroso: il suo corpo, così gravemente malato che ogni volta che compariva in pubblico era un pugno nello stomaco per chiunque. Un corpo che sembrava essere utilizzato come uno strumento in più nella sfida di quei limiti che caratterizzano il procedere senza sosta di chi si chiede come funziona e da dove viene il reale che siamo e che ci circonda, sulla terra e fuori. Che è poi quello che ci spaventa della scienza: il suo ricondurci senza pietà dentro la nostra natura. Una natura che evidentemente è fatta anche di cultura, come la scienza ci ha dimostrato almeno dai tempi di Charles Darwin (1809-1882), anche lui notoriamente al centro di scontri politici epici.

Indagare sulle dimensioni della scienza cui ho accennato è ciò che dovrebbero fare le scienze sociali, studi che in Italia hanno messo radici importanti nelle università, ma che lì sembrano essersi rinchiusi, senza riuscire a impregnare di sé l’educazione, la società e la comunicazione. Le questioni che ho richiamato rinviano ai contesti personali (il corpo, il credo religioso), istituzionali e economici (Galileo e le corti della prima età moderna, il mondo editoriale di Hawking), politici (le gerarchie ecclesiastiche dei tempi di Galileo o il Labour di Hawking) e molto altro. Chi affronta questi temi, di oggi come del passato, si chiede che cos’è e come funziona la scienza come cultura, come frutto di interazioni strette e reciproche con la società.

Nella sfera pubblica italiana, lo scollamento tra scienza e società, è stato spesso osservato, dipende dalla diffusione di un neoidealismo che ha impregnato di sé tutto e da ormai un secolo. Una mentalità diffusa che non solo nega alla scienza la sua centralità nella storia culturale e sociale degli ultimi cinque secoli, ma nega il ruolo altrettanto cruciale che altrove le scienze sociali hanno assunto in ogni dimensione della vita pubblica. Negli stessi decenni in cui in Italia si seppelliva l’età liberale, in altri Paesi si iniziò a investire sia in ricerca e sviluppo, sia in scienze sociali, che misero radici istituzionali robuste con obbiettivi concreti: formazione di insegnanti e funzionari pubblici, personale sanitario e giornalisti, ingegneri e urbanisti, tecnici e, ovviamente, politici.

Il frutto più recente di questo modo di procedere è offerto dal Posdam Institute for Climate Impact Research che, per affrontare uno dei problemi umani più urgenti, i cambiamenti climatici, ha posto a capo dell’istituto, insieme, uno scienziato e uno scienziato sociale.

Ancora oggi a scuola in Italia, e lo si ripete spesso quanto inutilmente, si fa scienza imparando una quantità di “formule magiche”, come ironizzava Richard Feynman (1918-1988), un altro grande fisico del Novecento, ma non si va in laboratorio e non si usano, insieme, la mente e le mani. Questa è la morte del procedere scientifico che vale quando si indaga la natura tanto quanto la cultura, ed è fatto di domande, pensiero libero, negazione del principio di autorità, tanto quanto di sperimentazione e quantificazione.

A scuola come sui media si continua a parlare di due mondi, da un lato quello della natura e della scienza, dall’altro quello della cultura, della società e della politica. Così, se la scienza a scuola è fatta di formule magiche, le scienze sociali proprio non vi hanno posto: ragazze e ragazzi non imparano a misurare e quantificare i fenomeni culturali e sociali, con il conseguente dilagare di un pressapochismo fatto di “sentito dire”, oppure di un intellettualismo o, peggio, di un moralismo di maniera che, tra l’altro, li terrà lontani dalla scienza al momento delle scelte universitarie.

Per non dire delle ragazze, che in un contesto come quello italiano dove le diseguaglianze di genere restano drammatiche, cadono nel luogo comune delle professioni per donne e per uomini. È probabile che le cose non cambieranno in Italia finché le scienze sociali, e com’è ovvio anche quelle cosiddette umanistiche, non saranno pensate, presentate e soprattutto usate a scuola come le alleate naturali di scienza e tecnologia. E, ovviamente, viceversa.

 

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