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Quello che i flussi non dicono
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Mai come quest’anno le analisi dei flussi di voto sono entrate nel dibattito politico, fornendo argomenti utilizzati (non sempre a proposito) dai commentatori e dagli stessi contendenti in vista della futura formazione del governo.

Poiché uno dei flussi principali emersi dall’analisi è quello che va da un Pd in crisi verso il M5S, diversi opinionisti sono partiti da questo dato numerico per una catena di deduzioni logiche che, riassunta grossolanamente, suona così: molti elettori del M5S provengono dal principale partito di centrosinistra, quindi il M5S può essere sostanzialmente considerato una forza di centrosinistra, quindi il Pd deve riconoscere quest’aria di famiglia e fare un governo col M5S. Auspicare un governo di coalizione tra M5S e Pd è naturalmente un’opzione politica legittima: argomentarla con questi passaggi logici è però inappropriato.

Non vi è dubbio che molti elettori del Pd sono transitati al M5S perché vi hanno visto una sinistra “più vera” di quella del Pd renziano. Che il M5S insidi i territori della sinistra non è, del resto, una novità. Fin dalla fondazione il Blog ha enfatizzato i temi (ambiente, consumerismo, partecipazione) della sinistra postmaterialista. E, più recentemente, il reddito di cittadinanza vi ha aggiunto richiami anche molto “materiali”. Da Mani pulite in poi, la legalità è diventato un leitmotiv preponderante per una parte della sinistra e su questa “l'onestà” grillina ha sempre esercitato un forte richiamo.

Si è poi visto al referendum 2016 che il M5S ha saputo pescare con efficacia nel repertorio di argomenti di sinistra per opporsi al “combinato disposto” renziano. Non vi è dubbio, dunque, che il M5S si sia posto in concorrenza col Pd per conquistare i voti di chi si considera di sinistra (qualche volta, nei comizi, Grillo ha anche lanciato esplicitamente la sua Opa ostile verso il Pd – lo fece, con scarso successo, alle europee del 2014). Del resto, l’odierno flusso di voti si aggiunge ad altri precedenti: secondo le nostre analisi, fino alle elezioni siciliane del 2012 il M5S ha attinto in modo preponderante nel serbatoio di centrosinistra (mentre il centrodestra veniva eroso dall’astensione).

Detto questo, però, le precedenti scelte di voto degli elettori 5S rivelate dai flussi sono una cosa, le loro caratteristiche attuali sono un’altra (talvolta, si cambia partito perché si cambia opinione e talvolta, cambiando partito, si finisce per cambiare opinione: difficile trovare anticomunisti più accesi degli ex comunisti transitati per il Psi craxiano) e, soprattutto, la natura del partito che dà voce in parlamento a quegli elettori è un’altra cosa ancora. E a questo punto qualsiasi auspicio sulla composizione del governo non può più fondarsi sui dati dei flussi elettorali.

Se si guarda alle posizioni politiche, il rapporto tra M5S e sinistra appare infatti molto più complesso e contraddittorio. Sull’immigrazione, dai vecchi post di Grillo sino a recenti dichiarazioni, l’atteggiamento è stato improntato da una diffidenza che ha sempre guardato più a destra. Sull’Europa, il referendum sulla moneta unica è stato lo specchietto partecipativo che, su questa materia, nascondeva posizioni di opposizione che poca affinità hanno col tradizionale europeismo del Pd. In campo istituzionale, infine, la retorica di difesa delle prerogative parlamentari e della costituzione usata con efficacia nella campagna referendaria dai 5S si accompagna a una pratica organizzativa opaca e leaderistica e a marcate pulsioni antiparlamentari (a cominciare dal ripetuto richiamo al vincolo di mandato).

Può darsi che i nuovi flussi documentati dalle analisi del Cattaneo portino a un cambiamento nel M5S e nelle sue posizioni politiche. Al momento, però, dedurre che questi flussi certifichino già, di per sé, un mutamento di natura di questa forza politica appare insomma più un interessato artificio retorico che una corretta descrizione politologica.

 

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